Sibari, il parco archeologico tagliato fuori dalla 106: turisti costretti a fare chilometri per entrare
L’ennesima disavventura davanti all’area archeologica: chi arriva non può accedere direttamente al sito. Demma lo diceva già nel 2022: «Il problema principale è la Statale 106». Ma da allora non è cambiato nulla
CORIGLIANO-ROSSANO - La vecchia Statale 106, nel tratto a sud di Sibari, è diventata negli ultimi vent’anni la strada delle rotatorie. Ce ne sono a decine lungo i segmenti non ammodernati, piazzate quasi sempre nei punti più pericolosi, spesso dopo incidenti anche mortali. Una risposta tecnica, certo. Ma anche il modo più "paraculo" da parte dello Stato per dire che il problema non è la strada, ma chi la percorre.
Sarà anche vero che molte tragedie nascono dal mancato rispetto del Codice della strada. Ma prima di liquidare ogni incidente come semplice infrazione, bisognerebbe viverla davvero questa strada: percorrerla ogni giorno, attraversarla tra carreggiate strette, limiti improbabili, incroci a raso, mezzi pesanti, biciclette, trasporti eccezionali e traffico locale. Una statale dove, in alcuni tratti, la mobilità ordinaria somiglia a una vera e propria prova di resistenza.
Eppure, proprio dove una rotatoria avrebbe un senso non soltanto viario ma anche culturale, turistico e identitario, la rotatoria non c’è. Siamo davanti al Parco archeologico di Sibari, nel punto in cui la 106 attraversa uno dei luoghi più importanti della Magna Grecia. L’antica Sybaris, conosciuta nel mondo, resta ancora oggi affacciata su una statale che la taglia in due in modo anonimo, quasi brutale.
Chi passa di giorno - ed è inconsapevole di quello che c'è lì - vede pietre e pezzi di storia senza capire davvero cosa siano. Chi passa di notte, spesso, vede altro: degrado, marginalità e fuochi ai bordi della strada. Non un segnale, un cartello, una tabella d'impatto, non una celebrazione, non un avviso capace di dire al viaggiatore: attenzione, qui stai attraversando la storia.
L’ultima conferma arriva dal racconto di quattro turisti abruzzesi, due coppie di neo pensionati, scesi in Calabria per seguire le tracce della Magna Grecia. Prima Paestum, poi il Metapontino, quindi Corigliano-Rossano, con tappa al Castello e al Museo del Codex. Ieri avevano programmato la visita al Parco archeologico di Sibari. Il Museo, dopo l’esondazione del Crati dello scorso febbraio, resta fuori dalla normale fruizione, ma l’area archeologica rappresentava comunque una tappa irrinunciabile.
Partono da Corigliano-Rossano, percorrono la 106 in direzione nord e, quando il navigatore segnala l’arrivo, scoprono l’assurdo: l’ingresso al Parco, per chi viaggia sulla corsia nord, è praticamente inaccessibile. Davanti al sito c’è un innesto che consente l’accesso soltanto a chi proviene da nord, viaggiando verso sud. Per gli altri non resta che andare avanti.
«Magari più avanti ci sarà una possibilità di inversione», racconta uno dei due uomini, ingegnere, che era alla guida. Ma davanti al Parco non c’è alcuna soluzione sicura e immediata. Al vicino quadrivio semaforico di Sibari niente. La linea di mezzeria li accompagna ancora più avanti, fino a Marina di Sibari, circa due chilometri dopo, per poter finalmente invertire la marcia e tornare indietro.
Con un’auto, alla fine, è andata bene: quattro chilometri in più, un po’ di nervosismo, una visita salvata. Ma cosa accade quando al posto di un’auto c’è un pullman turistico?
Accade quello che accade spesso ai tour operator che accompagnano gruppi da Corigliano-Rossano verso Sibari. Per entrare al Parco, un bus è costretto a proseguire fino allo svincolo di Cerchiara di Calabria per invertire la marcia sulla Statale 106. E se, finita la visita, quello stesso pullman volesse proseguire verso nord, deve rientrare in direzione Corigliano-Rossano e arrivare fino alla prima rotatoria utile, in contrada Santa Lucia per fare inversione. Questa - al netto delle "poesie" come direbbe un amico del nostro giornale - è una delle misure reali del turismo nella Calabria del nord-est.
Il problema non è nuovo. Nel 2022 l’Eco dello Jonio lo aveva già raccontato, raccogliendo la posizione del direttore del Museo e del Parco archeologico di Sibari, Filippo Demma. «Il problema del Parco di Sibari, del perché non decolla, è l’accessibilità», diceva Demma, indicando proprio nella Statale 106 il nodo principale.
Già allora veniva spiegato che un visitatore proveniente da sud, per entrare nel parcheggio dell’area archeologica, era costretto ad arrivare prima alla stazione ferroviaria di Sibari e poi tornare indietro, con un giro definito «allucinante» tra svincoli a raso e passaggi a livello (ora non può più nemmeno arrivare alla stazione perché anche lì l'accesso è sbarrato dagli eterni lavori di riqualificazione ferroviaria).
In quella stessa intervista Demma ricordava che il progetto per una rotatoria capace di agevolare l’ingresso al sito era già pronto e andava solo attualizzato, attraverso una convenzione con Anas e il trasferimento delle risorse. Aveva parlato anche di un fondo di compensazione da circa 18 milioni di euro, legato agli ammodernamenti della Statale 106, risorse destinate a opere civili e strutturali per migliorare l’accessibilità al Parco e al Museo. Ma sono trascorsi 4 anni e di quella rotonda nessuno sa nulla. Stanno realizzando i nuovi parcheggi all'interno dell'area archeologica ma dell'accesso reale al sito nessuno ne parla più.
La questione resta lì, identica. Aperta. Anzi, più grave, perché nel frattempo la Calabria continua a parlare di turismo esperienziale, cultura, cammini, destinazioni e attrattori. Ma poi uno dei siti più importanti del Mediterraneo antico non ha un accesso degno di questo nome dalla strada principale che lo attraversa. È quasi come se ci vergognassimo di Sibari!
Eppure è uno dei luoghi che potrebbe raccontarci al mondo con autorevolezza, senza inventare nulla. Chi arriva qui si trova davanti un luogo apparentemente anonimo, un innesto stradale obbligato che ci ricorda la drammaticità di una strada e quanto è difficile vivere a queste latitudini.