Scuola, merito e inclusione, Renzo apre il dibattito: «Il sei politico non aiuta gli studenti»
La pedagogista interviene sulle polemiche nate dopo le dichiarazioni del generale Vannacci: «Valutare con onestà è un atto educativo. L'inclusione non significa appiattire i percorsi, ma accompagnare ogni studente»
CORIGLIANO-ROSSANO – Inclusione e merito non sono concetti contrapposti, ma due pilastri che devono procedere insieme per costruire una scuola davvero capace di formare cittadini consapevoli. È questa la riflessione proposta dalla pedagogista Teresa Pia Renzo, che interviene nel dibattito nazionale acceso dalle recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci sul sistema scolastico italiano.
Per Renzo il confronto non può ridursi a slogan o contrapposizioni ideologiche, ma deve partire da un principio educativo fondamentale: includere non significa eliminare le differenze o attribuire gli stessi risultati a percorsi diversi.
«Una scuola che tratta tutti allo stesso modo – osserva – non è necessariamente una scuola più giusta. L'inclusione autentica consiste nell'accompagnare ogni ragazzo secondo i propri bisogni, costruendo percorsi personalizzati e obiettivi realistici, senza però rinunciare a una valutazione sincera delle competenze realmente acquisite».
La pedagogista mette in guardia da quello che definisce uno dei rischi più diffusi del sistema educativo contemporaneo: trasformare la valutazione in un semplice adempimento formale.
«Dire a uno studente di aver raggiunto competenze che in realtà non possiede significa ingannarlo. Il cosiddetto sei politico non protegge chi è in difficoltà, ma lo espone a un futuro ancora più complesso, quando dovrà confrontarsi con il mondo del lavoro e con responsabilità per le quali non è stato realmente preparato».
Secondo Renzo, la scuola deve saper distinguere tra chi raggiunge determinati obiettivi e chi necessita di tempi, strumenti e percorsi differenti.
«Accompagnare non significa uniformare. Se scompare la differenza tra impegno e disimpegno, tra competenze acquisite e competenze non raggiunte, si indebolisce il valore educativo stesso della scuola».
L'analisi si estende anche al ruolo degli insegnanti, sempre più spesso chiamati a operare in un contesto caratterizzato da pressioni e difficoltà. «Prima di attribuire responsabilità ai docenti – sottolinea – dovremmo chiederci se oggi siano davvero messi nelle condizioni di valutare, correggere e pretendere senza essere continuamente delegittimati. Una scuola che ha paura di dire la verità agli studenti e alle famiglie finisce per limitarsi ad amministrare il percorso scolastico, rinunciando alla propria funzione educativa».
Particolare attenzione viene riservata anche al tema del sostegno e dell'inclusione degli studenti con fragilità.
Per la pedagogista non basta garantire la presenza di figure educative: servono competenze specifiche, continuità didattica e una preparazione adeguata per costruire percorsi realmente efficaci.
«Un bambino con difficoltà non ha bisogno di essere semplicemente preso in carico, ma di essere accompagnato da professionisti capaci di comprenderne i bisogni e valorizzarne le potenzialità».
La riflessione si conclude con un appello a recuperare il valore della verità educativa.
«Una scuola onesta – conclude Teresa Pia Renzo – è una scuola che sa riconoscere sia le difficoltà sia i successi. Se uno studente non ha ancora acquisito una competenza bisogna aiutarlo a raggiungerla, non fingere che il problema non esista. Dire la verità non significa escludere, ma offrire ai ragazzi gli strumenti per affrontare il futuro con maggiore consapevolezza».