Ripopola Calabria, la sfida parte dai Comuni: chi mapperà le case vuote dei borghi?
Il piano regionale prevede contributi fino a 280mila euro per recuperare immobili nei comuni sotto i 5mila abitanti. Ma prima serve censire le case: un compito che rischia di pesare sui piccoli municipi già in difficoltà
CORIGLIANO-ROSSANO - Case chiuse da anni, immobili abbandonati, abitazioni ereditate e mai più riaperte, edifici inutilizzati nei centri storici e nelle aree interne. È da qui che passa la vera sfida di Ripopola Calabria, il progetto pensato e mlanciato nell'ultima campagna elettorale per le regionali dal presidente Roberto Occhiuto, per contrastare lo spopolamento nei comuni sotto i 5mila abitanti colpiti dal calo demografico.
La misura prevede contributi fino a 2mila euro al metro quadro, con un massimale di 280mila euro per unità abitativa e un vincolo di residenza di 10 anni. Sulla carta è una delle opportunità più interessanti degli ultimi anni per i piccoli borghi calabresi. Nella pratica, però, tutto dipenderà da un passaggio preliminare: capire quanti immobili esistono davvero ma soprattutto in che condizioni sono e quanti possono essere recuperati.
E qui la palla passa obbligatoriamente nelle mani dei Comuni. Dei piccoli comuni. Non soltanto come proprietari di eventuali immobili pubblici, ma soprattutto come soggetti chiamati a mappare, coordinare, verificare e mettere a sistema il patrimonio edilizio inutilizzato del proprio territorio, coinvolgendo anche privati, famiglie, eredi, proprietari assenti e cittadini che da anni tengono case vuote nei borghi.
Perché non basta dire “abbiamo tante abitazioni inutilizzate”. Bisogna sapere quali sono, dove si trovano, chi ne ha la disponibilità, se sono regolari dal punto di vista catastale e urbanistico, se possono essere ristrutturate, se sono raggiungibili, se hanno allacci, servizi minimi e condizioni reali per diventare case abitate.
E questo, quello della ricognizione puntuale - strano a dirlo - non è un lavoro semplice, specialmente nei piccoli comuni della Calabria del nord-est dove i sindaci, ogni giorni, fanno salti mortali per mandare avanti l'apparato della piccola pubblica amministrazione, vessata da tagli e carenze d'organico.
Eppure, dal Pollino all’Alto Jonio, dalla Sila Greca all’entroterra della Sibaritide fino all'Arberia, sono decine i territorei che rientrano perfettamente nel profilo dell’iniziativa regionale: borghi piccoli, spesso bellissimi, ricchi di patrimonio edilizio inutilizzato, ma segnati da spopolamento, invecchiamento della popolazione e progressivo svuotamento dei centri storici.
Comuni come Caloveto, Paludi, Campana, Bocchigliero, Longobucco, San Lorenzo Bellizzi, Civita, Frascineto, Vaccarizzo Albanese, San Giorgio Albanese, Plataci, Nocara, Canna, Alessandria del Carretto, Castroregio, Oriolo e molti altri potrebbero avere un interesse diretto. Ma l’opportunità non si trasforma da sola in sviluppo. Servono ricognizioni, avvisi pubblici, censimenti, contatti con i proprietari, schede tecniche, sopralluoghi e una regia amministrativa chiara.
Chi li fa? E questa è una domanda alla quale - a quanto pare - il legislatore non ha pensato. Eppure potrebbe essere determinante al fine del successo della stessa misura.
Il tema, però, non è solo edilizio. Ripopolare un borgo significa anche garantire condizioni minime di vita: scuola, connessione, viabilità, sanità di prossimità, servizi, spazi di comunità. Senza questo, il rischio è recuperare muri senza ricostruire futuro. Chi vincolerebbe la sua residenza decennale in un borgo dove non ci sono più nemmeno i servizi minimi, dal medico di base per finire alle strade?
Certo, per i borghi del Nord-Est calabrese questa è un’occasione da non sprecare. Ma bisogna farsi trovare pronti ma soprattutto bisogna creare le condizioni affinché questa misura diventi realmente applicabile ed efficace.