Il grande progetto dimenticato della Sibaritide: così il DAQ doveva trasformare Sibari in un distretto agroalimentare d’eccellenza
Varato nel 2004 e sviluppato negli anni successivi, il Distretto Agroalimentare di Qualità di Sibari immaginava una Piana capace di competere con le grandi aree europee del cibo. Ma quella visione è rimasta solo sulla carta
CORIGLIANO-ROSSANO - Il Distretto Agroalimentare di Qualità di Sibari non era un’idea piccola. Doveva diventare la grande piattaforma economica della Sibaritide agricola, il luogo in cui imprese, comuni, prodotti tipici, turismo rurale, innovazione e capitale sociale avrebbero dovuto camminare insieme.
A distanza di 20 anni, però, quella visione somiglia soprattutto a una promessa interrotta. La solita a cui siamo stati abituati in questo territorio.
Il progetto c’era, era corposo, ambizioso, perfino sorprendentemente moderno per il tempo in cui venne costruito. Parlava di filiere, banda larga, internazionalizzazione, sicurezza, credito, lavoro femminile, giovani, ambiente, turismo, prodotti certificati e qualità territoriale. In altre parole, parlava della Sibaritide come oggi molti vorrebbero raccontarla e che, invece, non è.
Il DAQ-Sibari viene riconosciuto ufficialmente dalla Regione Calabria con la legge regionale n.21 del 13 ottobre 2004, nata da una proposta di iniziativa popolare. Dentro quel perimetro finirono 32 comuni, tra cui Rossano e Corigliano Calabro (oggi Corigliano-Rossano) e Cassano Jonio, per una superficie complessiva di circa 184 mila ettari e una popolazione superiore ai 211 mila abitanti.
Non una sigla, dunque. Ma un’idea politica ed economica di territorio.
Il cuore del progetto era chiaro: trasformare la forza agricola della Sibaritide in un sistema organizzato. Non più aziende isolate, non più eccellenze lasciate a se stesse, non più prodotti forti dentro mercati deboli. La sfida era costruire un distretto capace di mettere insieme produzione, trasformazione, servizi, promozione, credito, formazione e reputazione.
I numeri spiegano perché quell’intuizione aveva senso. Nel documento si ricorda che nell’area della Sibaritide era concentrato il 96% della superficie destinata alle produzioni agrumicole dell’intera provincia di Cosenza e circa il 33% di quella calabrese. Le filiere trainanti individuate erano ortofrutta, olivicoltura, vitivinicoltura, lattiero-caseario, con riferimenti forti alle clementine IGP, all’olio Bruzio DOP, al Magliocco, al Caciocavallo Silano DOP, agli insaccati di qualità e al turismo rurale.
In pratica, il DAQ partiva da un concetto chiaro e ancora oggi attualissima: un territorio così ricco di produzioni e potenzialità senza, però, un marchio riconoscibile, organizzato e competitivo. Senza una destinazione, insomma, senza una sua identità, senza una sua forza espressa.
La risposta del progetto era meno banale di quanto si possa pensare. Non bastavano contributi, capannoni o singoli investimenti. Serviva capitale sociale. Serviva fiducia tra imprese, istituzioni e comunità. Servivano servizi comuni, infrastrutture immateriali, accesso al credito, comunicazione coordinata, trasparenza, formazione e capacità di stare sui mercati.
È forse questa la parte più interessante del documento. Il DAQ non immaginava solo agricoltura, ma un territorio che imparasse a funzionare come sistema. Una Sibaritide capace di raccontare i suoi prodotti, accogliere turismo di qualità, ridurre i costi di transazione per le imprese, usare le tecnologie, puntare sui giovani e sulle donne, difendere ambiente e paesaggio, combattere incendi, rifiuti, cementificazione e marginalità.
Un progetto quasi visionario, se letto oggi. Ma proprio per questo anche scomodo.
Perché se il Distretto fu formalmente varato e riconosciuto, e se una Società del Distretto Agroalimentare di Qualità di Sibari arrivò a raccogliere decine di imprese locali, non ci fu mai un'applicazione strutturale di tutto il piano. Il progetto fu avviato sul piano istituzionale e programmatico, ma la grande macchina territoriale immaginata dal documento non sembra essere mai diventata, nella sua interezza, politica ordinaria, infrastruttura stabile e pratica quotidiana di sviluppo.
Basti pensare - tra tutte le grandi contraddizioni che vive questa terra buffa che è la Calabria - che oggi si sta studiando una piattaforma logistica per l'agroalimentare calabrese a Gioia Tauro ed è stata abbandonata l'idea di creare l'hub agroalimentare proprio qui, nella Piana di Sibari. Proprio nel posto che, sin dai tempi pre-magnogreci, rappresenta il punto di raccordo naturale tra Tirreno, Adriatico e Jonio e dove, tra l'altro, c'è il più alto indice di produzione agricola dell'intera Calabria.
È qui il cortocircuito.
Perché molte delle questioni poste allora sono ancora aperte oggi. Con l'aggravante di un tempo passato che non ha fatto altro che ancorare questo territorio alle promesse lasciandolo fermo in una capsula del tempo dalla quale non riusciamo ad uscire.
La frammentazione delle imprese. La difficoltà di vendere il territorio prima ancora del prodotto. Il peso debole dei marchi collettivi. Il turismo rurale mai esploso davvero. La necessità di collegare costa e aree interne. Il bisogno di servizi comuni per le aziende agricole. La distanza tra potenzialità enormi e risultati ancora incompiuti.
Insomma, in quel progetto del 2008 restano impressi e fotografati gli stessi problemi che la Sibaritide continua a portarsi dietro. Sono questi, oggi; erano questi, ieri e - se questo territorio e la sua classe politica non avrà il coraggio di ribaltare i tavoli - rimarranno questi per sempre.