Amendolara, il lutto dei campi interroga la coscienza della Calabria
Nel ricordo dei quattro braccianti morti sulla Statale 106, il convegno del 4 luglio diventa appello civile ed ecclesiale contro sfruttamento, caporalato e lavoro senza dignità
AMENDOLARA - Il silenzio che avvolge i campi dell’Alto Jonio cosentino e della Sibaritide non è quello della pace, ma quello pesante e dignitoso del lutto. È il silenzio che dura dal 1° giugno scorso, quando la terra di Amendolara si è macchiata del sangue di quattro braccianti agricoli, strappati alla vita e alle proprie famiglie nell'ennesima, drammatica espressione di un sistema che troppo spesso calpesta la carne viva dei lavoratori in nome del profitto.
Una vera e propria strage dell'invisibilità che anche il 4 luglio, interpellerà la coscienza di un’intera comunità ecclesiale e civile nel convegno promosso ad Amendolara Marina.
Mettersi dal punto di vista degli ultimi non è solo un dovere civico e giornalistico, ma una radicale scelta di fede. Tornano in mente le parole folgoranti e taglienti di don Lorenzo Milani: «Gli oppressi sono la mia patria, gli oppressori miei stranieri». Davanti al dramma del caporalato, dello sfruttamento pervasivo e dell'intermediazione illecita di manodopera, quelle parole smettono di essere un mero aforisma storico per tramutarsi in un severo esame di coscienza individuale e collettivo. Chi è vittima dello sfruttamento nei nostri campi è un nostro concittadino, un fratello; chi specula sulle vite e sulla sicurezza dei lavoratori si rende straniero alla civiltà, alla giustizia e al Vangelo.
A questo proposito amo ripetere che il presente, da solo, non basta. Per comprendere il nostro tempo dobbiamo salire sulle spalle dei giganti, di coloro che nei secoli hanno saputo consegnarci parole capaci di attraversare la storia. Nella letteratura classica risuonano espressioni di sorprendente attualità. Abbiamo forse dimenticato il messaggio di Didone, che nell'Eneide confessa: non ignara mali miseris succurrere disco («non ignara del dolore, imparo a soccorrere gli infelici»). Sono parole che sembrano scritte per il nostro tempo.
Non dimentichiamolo: migliaia di uomini e donne senza voce sfidano ogni giorno l'aridità dei deserti, le onde del mare e le montagne innevate alla disperata ricerca di un rifugio dove coltivare la speranza di un futuro sereno. Molti di loro approdano anche nelle nostre campagne, contribuendo con il proprio lavoro alla ricchezza del Paese, ma troppo spesso trovano sfruttamento, precarietà e morte.
«Sunt lacrimae rerum», scrive ancora Virgilio: vi sono lacrime nelle cose, nella storia degli uomini. E la storia continua a piangere non soltanto per i tanti morti che giacciono sul fondo del Mediterraneo, ma anche per quanti, sopravvissuti alle tragedie della migrazione, vengono umiliati, derisi e sfruttati, privati della loro dignità proprio nel momento in cui cercano una possibilità di riscatto.
La Chiesa calabrese, attraverso la Conferenza Episcopale Calabra, ha voluto dare una risposta forte e visibile. Il titolo dell’appuntamento del 4 luglio parla chiaro: "Per un lavoro libero, dignitoso e sicuro". Un percorso che non si limita alla necessaria denuncia, ma che si fa memoria attiva e impegno stringente dei credenti contro ogni forma di prevaricazione sociale.
I lavori del convegno si apriranno nei luoghi stessi del dolore, presso lo svincolo in cui hanno perso la vita i quattro giovani braccianti agricoli sulla SS 106, per poi spostarsi alla Parrocchia Madonna della Salute per la tavola rotonda dedicata a "La dignità della persona e la tutela dei diritti dei lavoratori".
Per noi cattolici, la riflessione sul lavoro tocca il cuore stesso della teologia della giustizia. Non possiamo dimenticare il magistero di papa Francesco, che nell'enciclica Fratelli tutti ci ricorda come non possa esistere fraternità senza il riconoscimento della pari dignità di ogni essere umano e come il lavoro rappresenti uno dei pilastri fondamentali di tale riconoscimento. La disoccupazione e la mancanza di un lavoro dignitoso, affermava Papa Bergoglio, feriscono la dignità della persona, mentre un'economia governata esclusivamente dal profitto finisce inevitabilmente per scartare l'uomo.
A fare eco a questa visione interviene anche la recente enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Pur affrontando in modo particolare le sfide poste dall'intelligenza artificiale e dagli algoritmi, essa richiama un principio universale: la tecnica e il mercato devono rimanere strumenti al servizio della persona e mai trasformarsi in nuove forme di dominio.
Esiste infatti un filo rosso che unisce l'algoritmo che aliena il lavoratore digitale e il caporale che sfrutta il bracciante nei campi: in entrambi i casi la persona viene ridotta a semplice fattore produttivo, privata dei suoi diritti, della sua sicurezza e del suo futuro.
In un mondo dominato dal feticismo della produzione sembrano non trovare più spazio le parole del cardinale Carlo Borromeo: «Non c'è superiorità dell'uomo sull'uomo se non quella di mettersi al suo servizio», né quelle di Gesù "il Nazareno": «Io sono venuto per servire e non per essere servito». Quando prevale la logica del profitto, i più deboli vengono inchiodati senza pietà alla croce della fame, della miseria e dello sfruttamento.
Il convegno di Amendolara, con gli interventi autorevoli dei vescovi Mons. Giuseppe Alberti, Mons. Francesco Savino e Mons. Giovanni Checchinato, arcivescovo di Cosenza/Bisignano e dei rappresentanti delle istituzioni, costituisce dunque un punto di significativa testimonianza. Non è più il tempo dei cordogli formali. La memoria dei quattro braccianti uccisi il 1° giugno esige riforme strutturali, controlli severi, percorsi autentici di accoglienza e integrazione, ma soprattutto una conversione culturale, sociale e antropologica del nostro modello di sviluppo.
Come ricordava don Lorenzo Milani, la fedeltà al Vangelo si misura dalla parte in cui decidiamo di stare. E noi non possiamo che stare dalla parte della patria degli oppressi, affinché il lavoro torni a essere ciò per cui Dio lo ha pensato: lo strumento attraverso cui l'uomo realizza la propria vocazione, custodisce la propria dignità e costruisce una società più giusta, oggi più di ieri è necessario elaborare con assoluta urgenza il nuovo modello di "welfare mediterraneo" così bloccando le logiche perverse della “remigrazione” che oltre ad essere inutili sono al limite della farneticazione.
Perché, in fondo, l'unica preghiera che ogni sera dovrebbe salire dalle nostre labbra è tanto semplice quanto esigente: ama e rispetta il tuo simile, vale per tutti noi la frase di Don Primo Mazzolari, sempre attuale: "Non è folle credere sempre nella carità".
Per queste considerazioni sinteticamente espresse avrei voluto essere presente al convegno del 4 luglio, un fastidioso intervento chirurgico al ginocchio me lo ha impedito e quindi confermo attraverso questa nota la mia adesione ai valori di solidarietà e tolleranza sui quali è fondata la manifestazione del 4 luglio di Amendolara promossa dalla Conferenza Episcopale Calabra.
di Francesco Capocasale