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Ecco come la grandi città italiane stanno cercando di arginare la microcriminalità

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CORIGLIANO-ROSSANO - Ieri a Schiavonea, la manifestazione “Sicurezza e Inclusione” ha messo insieme paura e responsabilità, richiesta di sicurezza e richiamo all’inclusione. Non due concetti opposti, ma due facce della stessa realtà. Perché Corigliano-Rossano, ormai da anni, è una città multietnica dove vivono famiglie straniere perfettamente integrate ma anche tanti lavoratori stagionali e stanziali che tengono in piedi interi comparti produttivi e tra i quali si annidano sacche crescenti di marginalità, miseria e disagio sociale. Ed è dentro queste fratture che la microcriminalità trova spazio.

Da settimane, ormai, la cronaca locale è infarcita di notizie di scippi, furti, rapine improprie, spaccio di strada ma anche di un contrasto costante e persistente delle forze dell’ordine. Fenomeni che non fanno rumore nazionale ma che incidono profondamente sulla vita quotidiana. Ed è proprio da qui che nasce la domanda che ieri attraversava la piazza di Schiavonea: cosa serve davvero per restituire sicurezza senza alimentare nuove tensioni?

Per rispondere, conviene allargare lo sguardo. Andare oltre l’emotività del momento e leggere i dati nazionali, quelli che raccontano cosa funziona e cosa no quando si parla di sicurezza urbana.

Negli ultimi anni, i reati predatori sono tornati a crescere dopo la parentesi pandemica. Secondo i dati più recenti dell’ISTAT e del Ministero dell’Interno, nel 2023 la vittimizzazione per furti in abitazione ha raggiunto 8,3 casi ogni 1.000 famiglie, i borseggi sono stati segnalati in 5,1 casi ogni 1.000 persone e le rapine a 1,1 casi ogni 1.000 persone, valori in crescita rispetto agli anni precedenti e tornati sui livelli del 2019 per molte categorie di predatori urbani.

Parallelamente, lo Stato ha rafforzato la risposta più visibile: la presenza armata sul territorio. L’operazione Strade Sicure — più volte invocata in questi giorni anche a Corigliano-Rossano — è diventata strutturale. Nel 2024 il contingente impiegato su tutto il territorio nazionale ha raggiunto circa 6.800 militari, distribuiti in tutta Italia per presidiare stazioni ferroviarie, infrastrutture strategiche, sedi istituzionali e punti sensibili. I numeri ufficiali parlano di migliaia di controlli e centinaia di persone identificate, un supporto costante alle forze di polizia. È insomma una macchina imponente, che svolge una funzione chiara: presidio, deterrenza e protezione di obiettivi sensibili.

Ma quando si incrociano questi numeri con quelli sulla microcriminalità urbana, il legame diventa meno lineare. Nei report pubblici, infatti, non emergono correlazioni dirette tra l’aumento dei militari in strada e la diminuzione di scippi, rapine o furti seriali. Non perché manchino i dati, ma perché la funzione del militare non è quella di intercettare il reato predatorio nel suo farsi. La sua presenza rassicura, segnala lo Stato e protegge luoghi simbolici, ma difficilmente entra nella dinamica rapida, mimetica, opportunistica della microcriminalità quotidiana.

Per capire dove i reati diminuiscono davvero, bisogna guardare altrove. Alle grandi città, per esempio, dove negli ultimi anni si è lavorato su un altro livello di intervento. I dati diffusi da fonti come quotidiani nazionali che elaborano le statistiche del Ministero dell’Interno mostrano infatti che nelle grandi aree urbane i fenomeni di predatori urbani continuano a rappresentare una porzione significativa delle denunce, con città come Milano e Roma tra quelle con i livelli più alti di segnalazioni di reati complessivi.

A Roma, tra il 2023 e il 2024, il rafforzamento delle squadre Falchi della Polizia di Stato ha prodotto risultati misurabili: in alcune aree del centro storico gli scippi sono diminuiti di circa il 18 per cento, mentre sono aumentati in modo significativo gli arresti in flagranza per rapine e furti seriali. Non parliamo di migliaia di uomini, ma di poche decine di operatori in borghese, su moto, capaci di leggere il territorio e intervenire nel momento esatto in cui il reato si consuma.

A Milano il copione è simile. Nel 2024, con il potenziamento dei servizi mirati nelle zone più colpite, le rapine sono calate di circa il 15 per cento nelle aree interessate. A Napoli, dove le squadre Falchi operano da anni in modo sistematico, il numero di arresti per scippi e rapine è rimasto elevatissimo, colpendo soprattutto le batterie criminali seriali. In tutti questi casi il denominatore comune non è la visibilità, ma la specializzazione: non il presidio statico, ma la conoscenza del quartiere, degli orari e delle dinamiche sociali.

Un discorso analogo riguarda l’Arma dei Carabinieri, in particolare le Aliquote Operative dei NORM. Dove queste unità vengono rafforzate, i dati mostrano un aumento degli arresti in flagranza e una maggiore efficacia nel contrasto ai reati ripetitivi. Anche qui, il fattore decisivo è la presenza “a terra”, quotidiana e radicata.

C’è poi un altro elemento che ritorna costantemente nelle analisi giudiziarie e investigative: la videosorveglianza. Proprio il Procuratore della Repubblica di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, nei mesi scorsi lo ha sottolineato più volte: senza una rete capillare di telecamere funzionanti, il contrasto alla microcriminalità perde forza. Dove le immagini sono disponibili e integrate con il lavoro delle pattuglie operative, i tempi di identificazione si accorciano e aumenta la probabilità di arrivare a un arresto. Ma anche qui vale una regola semplice: la telecamera osserva, non interviene. Serve chi sappia leggere quei dati e trasformarli in azione immediata.

È a questo punto che il quadro nazionale diventa utile per leggere ciò che accade a Corigliano-Rossano. Una città complessa, attraversata da trasformazioni sociali profonde, dove la sicurezza non si riduce a una risposta muscolare né a una contrapposizione tra “noi” e “loro”. I dati dicono che la microcriminalità si combatte con strumenti chirurgici, non con presìdi generalizzati: con reparti specializzati, radicati sul territorio, capaci di distinguere tra disagio sociale e criminalità predatoria, e con una rete di videosorveglianza che sostenga il lavoro investigativo.

La manifestazione di Schiavonea, in questo senso, non è stata solo una richiesta di più sicurezza. Può trasformarsi, invece, in una richiesta di sicurezza intelligente, presidiata ma soprattutto capace di essere operativa e capillare. E questo può avvenire solo se si dotano gli apparati investigativi del territorio, dal vertice alla base, di nuovo personale specializzato: capace di presidiare costantemente e intervenire. Del resto, lo dicono i dati.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.