Diga di Tarsia, il nodo delle paratoie. Il Consorzio di bonifica si "svincola": «Ordine arrivato da ProCiv»
Il gestore dell'invaso conferma la movimentazione per attenuare i volumi, ma il Piano d’emergenza in inverno impone paratoie tutte aperte. Ora il punto è capire tempi e effetti sull’onda arrivata nella Sibaritide
CORIGLIANO-ROSSANO – “Abbiamo fermato 8 di milioni di metri cubi alla diga di Tarsia” - è questa la frase che venerdì scorso sarebbe stata pronunciata nel corso della riunione tecnica tra il presidente della Regione Roberto Occhiuto, i cittadini dell’area di Thurio/Ministalla, durante un sopralluogo con i vertici della Protezione civile regionale sugli argini del Crati. Una notizia di sollievo. Prima della grande piena della notte tra venerdì e sabato che ha messo sott’acqua mezza Piana di Sibari.
La pioggia è stata eccezionale, certo, ma da sola non bastava a spiegare l’estensione dei danni soprattutto in una zona in cui dal cielo non è caduta nemmeno una goccia d’acqua. Anzi, c’era il sole. Il che significa che tutta l’acqua che si è riversata nella Sibaritide, il Crati (e non solo il Crati) l’ha portata, riempita, a monte dove invece si era abbattuto un nuovo ciclone. E a monte c’è anche la Diga di Tarsia.
L’analisi dei dati e del Piano di emergenza della diga indica un quadro più complesso: l’invaso non è progettato per bloccare le piene, a valle il Crati ha una capacità limitata; e quando alle portate provenienti da Cosenza si sommano quelle di Coscile ed Esaro, l’onda si amplifica. Se poi quell’acqua trova argini indeboliti e cantieri fermi, la piena diventa disastro. Così come è stato.
La precisazione diffusa nelle ultime ore dal Consorzio di Bonifica della Calabria, proprietario e gestore della Diga, non smentisce quel quadro, ma introduce un elemento nuovo: durante l’emergenza le paratoie sono state comunque movimentate. Quando, invece, lo stesso Piano di Emergenza dice chiaramente che le paratoie devono rimanere tutte aperte nei periodi dall’autunno all’inverno.
Nella nota ufficiale, infatti, l’ente scrive che la traversa «non è deputata alla laminazione delle piene» e che «avrebbe dovuto limitarsi a osservare il transito delle portate più rilevanti». Subito dopo, però, precisa che — su richiesta della Protezione civile — «si è deciso di intervenire chiedendo al Consorzio la possibilità di modulare i volumi d’acqua in ingresso».
Le paratoie, allora, «non sono state chiuse completamente, ma movimentate esclusivamente con una funzione di regolazione e attenuazione dei volumi in ingresso».
Quindi, un intervento sugli organi di scarico c’è stato.
Il punto diventa allora un altro. Non se la diga abbia fermato la piena — in ogni caso non poteva farlo — ma come abbia influenzato la dinamica dell’onda.
Il Piano di emergenza della traversa - dicevamo - prevede infatti che nel periodo autunno-primavera l’invaso non trattenga l’acqua ma lasci transitare le portate naturali. È la logica delle opere irrigue: l’acqua passa, non si accumula.
La stessa nota del Consorzio lo conferma implicitamente quando spiega che l’infrastruttura «opera con una concessione semestrale ad esclusivo uso irriguo» e che la regolazione è avvenuta solo «nei limiti della quota massima di invaso autorizzata dal Ministero».
Dunque: non una chiusura, ma una modulazione. Non un blocco, ma un rallentamento. E qui entrerebbe in gioco il fattore tempo.
Il Crati non è solo. Il Consorzio ricorda che «le aree a valle hanno risentito non solo delle portate del Crati ma anche di altri corsi d’acqua come Coscile ed Esaro», bacini che hanno registrato «picchi eccezionali».
Se masse d’acqua enormi arrivano contemporaneamente nella piana, la piena non si somma: si amplifica. E in un territorio con argini fragili basta uno scarto temporale di poche ore per cambiare completamente l’impatto a valle.
Per questo la questione diventa tecnica, non polemica. La diga ha «consentito un deflusso per quanto possibile graduale verso valle», scrive il Consorzio. Anche se proprio quella gradualità — cioè la tempistica del rilascio — diventa ora il punto da comprendere. Soprattutto alla luce di quell’affermazione che dicevamo ad inizio dell’articolo (“sono stati fermati 8,5 milioni di metri cubi d’acqua a Tarsia”).
La nota del Consorzio rivendica, inoltre, il risultato più importante: «non si sono verificate perdite di vite umane», grazie alla «sinergia tra Protezione civile, Consorzio e ARPACAL». Un dato fondamentale. E ci mancherebbe!
Ma sul piano dell’analisi resta sempre aperto il dubbio su come siano state sincronizzate le portate provenienti da Tarsia con quelle di Esaro e Coscile. Perché oggi è evidente che la piena nasce dal cielo, ma l’esondazione che ha colpito la Piana nasce dall’incontro tra acqua e un territorio fragilissimo. Capire, dunque, minuto per minuto cosa sia successo alla diga, anzia, alle dighe, non serve a trovare un colpevole ma solo a capire se, la prossima volta, quell’onda arriverà nello stesso modo.