Sanità da terzo mondo, altro caso a Longobucco: staffette improvvisate per salvare un uomo
Un padre soccorso tra mezzi improvvisati, ambulanze senza medico e Guardia medica assente. La denuncia choc di una cittadina al presidente Occhiuto continua a squarciare il velo sull’abbandono sanitario dell’entroterra silano
LONGOBUCCO – Per salvare un uomo, dalle nostre parti, a volte non basta chiamare il 118. Serve cambiare tre ambulanze, sperare nell’intervento dei volontari e affrontare chilometri di strada come in una fuga. È il racconto amaro e drammatico che arriva - ancora una volta - da Longobucco, centro montano della Sila Greca, dove già nei giorni scorsi si era registrata la storia triste di Tonino Sommario, morto per strada in attesa di soccorsi. Sempre nel comune della Valle del Trionto l'ennesimo caso di una sanità da terzo mondo. Una cittadina, Filomena Aurelia De Luca, ha indirizzato una durissima missiva al presidente della Regione (e Commissario straordinario della Sanità in Calabria) Roberto Occhiuto e alla Direzione generale dell’Asp di Cosenza.
Una denuncia che non è solo personale, ma che fotografa una condizione strutturale: la sostanziale assenza di un servizio sanitario efficiente in uno dei territori più fragili della provincia.
L’emergenza: tra volontari e ambulanze senza medico
Il fatto che dà origine alla protesta è quello vissuto dal padre della dottoressa De Luca, colto da un malore poche ore prima della stesura della lettera. Il primo soccorso è arrivato non dallo Stato, ma dai volontari del Cisom, intervenuti con un’ambulanza privata. Un intervento provvidenziale, ma che già segnala una falla pesantissima nel sistema pubblico.
Da lì, il calvario: tre ambulanze cambiate prima di giungere al Pronto soccorso di Rossano. Una delle unità del 118 era - ormai come consuetudine - priva di medico a bordo. «Solo nei pressi di Cropalati - scrive - è stato possibile un trasbordo su un mezzo adeguatamente attrezzato per l’emergenza».
Una catena di precarietà che, in caso di evento più grave, avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.
“Qui la sanità non è inefficiente, è inesistente”
Nella sua lettera, De Luca non usa mezzi termini: «Nel nostro territorio la sanità non è solo inefficiente: è inesistente». Una frase che pesa come un macigno, soprattutto se letta nel contesto di una Calabria che prova a raccontarsi come regione in risanamento sanitario.
Accanto alla denuncia, però, anche i ringraziamenti. Alla dottoressa Cariati, medico di famiglia, che ha seguito il paziente con attenzione e presenza costante, «andando oltre il semplice dovere professionale», e ai volontari che hanno supplito alle carenze del sistema pubblico.
Ma la riconoscenza verso i singoli non può diventare l’alibi di un sistema che non regge.
Il rientro a casa e il vuoto istituzionale
Ma se l’odissea verso l’ospedale racconta un’emergenza mobile, ciò che accade dopo è forse ancora più inquietante. Dopo essere stato visitato e rimandato a casa dal presidio di Rossano, il padre della denunciante rientra a Longobucco. È sera. E il paese appare, nelle parole della figlia, «spettrale».
Non c’è Guardia medica. Non c’è un medico disponibile. Non c’è un’ambulanza medicalizzata pronta a intervenire. Restare in casa diventa un rischio. La famiglia è costretta a rimettersi in auto e dirigersi fino a Castrovillari, non per un’emergenza acuta, ma per il semplice diritto a sentirsi al sicuro.
Una fuga sanitaria che racconta molto più di mille statistiche.
«È questo il modello Calabria?»
La domanda che De Luca rivolge al presidente Occhiuto è diretta e politicamente esplosiva: «È questo il modello Calabria di cui si parla?». E ancora: è normale che interi comuni debbano essere costretti ad “emigrare” per accedere a un servizio essenziale come la sanità?
Il tema non riguarda solo Longobucco. Riguarda l’intero entroterra calabrese, le aree interne, la dorsale silana e ionica, territori in cui la distanza dai grandi ospedali si somma alla carenza cronica di presìdi, personale, mezzi.
Una questione di dignità territoriale
Nella parte finale della lettera, la denuncia si fa politica: «La vita dei cittadini di Longobucco ha lo stesso valore di quella di ogni altro abitante della Calabria». Una frase che chiama in causa il principio costituzionale di uguaglianza e il diritto universale alla salute. Non è una richiesta di privilegi, ma di normalità. Di servizi minimi garantiti. Di presenza dello Stato nei territori che più rischiano di essere cancellati non solo dalla geografia, ma anche dalle politiche pubbliche.
La lettera è stata indirizzata formalmente alla Regione e all’Asp di Cosenza. Ora la parola passa alle istituzioni. Quella di Longobucco non è solo una storia di una comunità isolata ma il simbolo di una sanità che, nelle aree interne calabresi - tutte - continua a camminare su un filo sottile tra emergenza permanente e abbandono strutturale. E su quel filo, ogni giorno, viaggiano vite reali. Non statistiche. Non slogan. Persone.