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Urbanistica, consumo di suolo zero e città verticali inesistenti: questo Psa è un piano fallimentare

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CORIGLIANO-ROSSANO – Settimana molto critica per quel che riguarda il dissesto idrogeologico nelle nostre zone. Abbiamo deciso di parlarne con uno dei maggiori esperti, tecnico estensore del piano di assetto idrogeologico della regione Calabria, Tonino Caracciolo, ospite stasera all’Eco in Diretta, il talk della nostra testata condotto dal direttore Marco Lefosse.

L’analisi fatta sulla geomorfologia del nostro territorio ha preso le mosse dagli eventi climatici estremi dei giorni scorsi per poi giungere a riflettere su questioni come il Psa (Piano Strutturato Associato) e l’importanza della fusione, anche in contesti del genere, dove emergono responsabilità di carattere manutentivo e progettuale delle strutture comunali.

«La regione – spiega Caracciolo - ha approvato due leggi importanti: la legge urbanistica regionale (il cui assioma era “consumo di suolo zero”) e il quadro territoriale regionale paesaggistico. La prima norma regola l’uso del suolo in campo edilizio mentre la seconda regola, più in generale, l’uso del suolo nell’intera regione. Ahimè, la legge urbanistica è stata completamente fagocitata da modifiche successive che l’hanno snaturata. Ci sono state 3-4 modifiche che hanno allontanato pian piano la norma dal principio generale iniziale, che rappresentava un valido strumento di prevenzione. Alla fine, secondo le modifiche, i comuni sotto i 50 mila abitanti non sono tenuti a sottostare agli obblighi di legge in materia e al Qtrp (Quadro Territoriale Regionale Paesaggistico). Ciò significa che 350 comuni su 404 possono non seguire gli standard segnalati. A mio avviso colui che ha modificato la legge virando fino a questo punto ha fatto un danno enorme. In più, il Qtrp presenta un apparato normativo molto cogente, ciononostante non esiste un solo piano strutturale comunale che segua le norme previste».

E poi, sul piano che si sta approvando per il territorio della Sibaritide, afferma: «È uno strumento vecchio, vecchissimo. Andrebbe subito approvato perché ormai è un passaggio che deve essere fatto ma il giorno dopo va subito modificato e aggiornato». E poi spiega: «Non penso ci siano gli standard né gli studi specialistici previsti per questi luoghi. Se non hai una squadra di tecnici regionali che studia il territorio continuamente e che aggiorna i dati periodicamente è chiaro che non può esserci una politica di prevenzione. La prevenzione si gioca sull’urbanistica e sullo studio costante dei fenomeni. Un tempo la regione disponeva di 15 geologi e di 15 ingegneri che ora sono spariti. La politica ha disperso un esercito di specialisti causando un danno tremendo. In più, un altro problema da considerare è che non c’è una buona organizzazione di Protezione Civile in casi di emergenza. Se i mezzi non vengono dislocati sul territorio ma giacciono a Catanzaro, è normale che le tragedie si consumano prima che i soccorsi e i mezzi possano arrivare. La gestione del tempo in queste circostanze è importantissima».

Si è passati poi alle infrastrutture pubbliche, come i ponti sul Celadi e sul Coriglianeto, che versano in condizioni critiche, nonostante siano di recente costruzione.

«Diciamo innanzitutto – precisa Caracciolo - che esiste una norma del Pai che obbliga tutti i detentori di strutture lineari, cioè strade e ferrovie, a presentare un piano annuale di manutenzione straordinaria dei propri ponti. Qui i principali attori sono le Ferrovie dello Stato, l’Anas, la Provincia e poi i Comuni. Ebbene, a me risulta che Anas e Ferrovie dello Stato non abbiano mai presentato nulla in regione né tantomeno qualcuno glielo ha mai richiesto. Poi nello specifico, il Coriglianeto, si sa, è totalmente inadeguato a smaltire piene di questo tipo. Negli anni ‘90 era stata concessa dalla regione una cifra pari ad 800 mila euro per adeguare il ponte, mentre 1 milione era stato assegnato a Rossano per adeguare quello sul Citrea all’altezza di Viale della Repubblica. Rossano adeguò il ponte (altrimenti nel 2015 ci sarebbero stati almeno un centinaio di morti in quelle zone), il comune di Corigliano, invece, li rimandò indietro. Sul Celadi infine il discorso è da verificare perché la grande piena non ha portato a valle materiale accumulato ma ha scalzato il ponte, e quindi ha messo in luce i plinti sui cui poggia lo stesso. Vanno verificati i plinti, è questa la procedura da seguire».

Questa precisazione è emblematica perché fornisce un caso limite, ma che centra il punto e fornisce un importante spunto, ai tanti che perorano la causa anti-fusionista. In condizioni simili, un comune che beneficia della fusione, godrebbe di una maggiore vigilanza civica e di un’impostazione diversa su azioni di questo tipo. Ovviamente questo non significa che non si perdano fondi anche adesso, ma la fusione rappresenta sicuramente un vantaggio da non sottovalutare.

«Corigliano – aggiunge ancora Caracciolo - si è presentata alla fusione senza un dirigente in organico, il che la dice lunga su questioni come questa, era fortemente indebolita dall'assenza di capacità tecnica. In più ha manifestato debolezza anche sulla capacità di intercettare fondi da investire in casi simili. Rossano negli anni ha lavorato di più per ottenerli, sono dati oggettivi. Questo ovviamente non ha nulla a che fare con la raccolta firme di quattro anti-fusionisti che imbracciano una bandiera. Ci saranno le elezioni, vogliono prendere qualche voto; non possono chiedere il referendum perché non è previsto quindi bisogna valutare l’episodio per quel che è: la presa in giro di quattro bontemponi».

E ancora: «Il comune fuso ha una capacità di sviluppo su questi temi notevole, purché lo si voglia. Tutto dipende dalle amministrazioni, oggi ci sono tante possibilità. Poi, vorrei aggiungere, si parla sempre di dissesto idrogeologico e mai di suolo. Il suolo è una grandissima risorsa, è ciò che ci fornisce spazio per le attività, che ci dà da mangiare, da vivere, da respirare. Bisogna puntare ad un’economia verde, sia nei boschi che nei terreni agricoli. Sono temi di cui si discute ancora poco, bisogna iniziare a parlare di risorsa del suolo e non solo di difesa. Va invertito il paradigma».

Per ciò che riguarda invece il consumo di suolo zero, i vecchi piani regolatori dei comuni non prevedono la realizzazione di costruzioni che vadano oltre il quinto piano. Eppure una soluzione del genere garantirebbe uno sviluppo verticale delle città evitando l’urbanizzazione di nuove aree.

«Un tempo – spiega Caracciolo – si fissò questo limite per via del rischio sismico. Adesso non esiste più questo tipo di problema perché i nuovi materiali e il progresso tecnologico ci consentono di costruire abitazioni sicure, anche ad altezze maggiori. Attuale è piuttosto il tema della rigenerazione urbana: riconversione del suolo a fini ecologici, per garantire una migliore qualità della vita e per ridurre l’impatto dell’uomo sul territorio urbano. In questo senso si potrebbero abbattere intere zone vecchie e rimodularle in tal senso, dando anche spazio alla questione del verde pubblico di cui si parla ancora troppo poco. Prospettive, queste, completamente assenti nell’attuale Psa, sul quale manifestai la mia totale contrarietà. L’ho studiato a fondo e posso dire che non prevede nessuno dei criteri elencati. Bloccarlo o rivederlo ci porterebbe indietro di anni, ma approvarlo in tempi brevi ci consentirebbe di apportare subito le modifiche necessarie».

E sulla riqualificazione dei centri storici conclude: «Bisogna uscire dalla logica di conservazione a tutti i costi. Mettere un pannello solare su un tetto del centro storico sembra un’operazione impossibile, anche se la costruzione non rientra nell’edilizia storica. Questo non ha alcun senso. Anche perché non si interviene in nessun altro modo e gli edifici diventano fatiscenti, l’incuria peggiora la situazione. Invertire anche qui il paradigma dando la possibilità di intervenire diversamente, anche ad esempio con architetture ultramoderne, per reinnestare il nuovo sull’antico. Ci sono modelli del genere già applicati in altre città. Le amministrazioni dovrebbero lavorare in sinergia con gli investitori privati, riqualificando le zone degradate con progetti lungimiranti e impattando su zone ridotte di suolo, magari già impiegati».

 

 

Rita Rizzuti
Autore: Rita Rizzuti

Nata nel 1994, laureata in Scienze Filosofiche, ho studiato Editoria e Marketing Digitale. Amo leggere e tutto ciò che riguarda la parola e il linguaggio. Le profonde questioni umane mi affascinano e mi tormentano. Difendo sempre le mie idee.