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“Chine mangia l’uva a capudanne, cunta sordi ppe tutte l’anne”

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CORIGLIANO-ROSSANO - Nel cesto della frutta di fine cenone non mancava la frutta secca, il melagrana e il mandarino; quest’ultimo oltre a essere un frutto di stagione, simboleggiava l’infinito per la sua forma sferica e quindi un ottimo portafortuna per Capodanno.

Dopo il cenone è tradizione e in passato era un’usanza osservare in maniera quasi ossessiva, alcuni riti di buon auspicio.

Accendere un falò, simbolo della fiamma di rinnovo, sparare i botti per scacciare gli spiriti maligni, indossare qualcosa di rosso per tenere lontana la paura, buttare via di casa cose vecchie come simbolo dell’eliminazione fisica del male.

Il riso con i chicchi dovrebbe portare abbondanza per l’anno in arrivo. Può capitare, quindi che sul tavolo ci siano chicchi di riso come segno di abbondanza (alcune famiglie usano regalare ai commensali dei sacchetti contenenti 7 chicchi di riso e melagrana).

Un antico uso, vuole che per la mezzanotte venga fatta cadere una pietra sul pavimento di casa. Se cadendo la pietra non provoca alcun danno, è segno di un buono augurio per l’anno a venire. Se invece crea danno sarà un anno nefasto.

Altra tradizione un po’ in disuso è quella dei falò popolari che vengono accesi tra i centri abitati. In alcuni paesi dell’entroterra può capitare, ancora oggi, di trovare dei falò accesi, dopo cena nella settimana tra Natale e Capodanno. La tradizione è viva in moltissimi centri. A Longobucco “a focarina” viene accesa in piazza, davanti alla chiesa matrice, vicino al “campanaro”.

Negli anni passati non era raro vedere tanti gruppi di ragazzi andare in giro per le vie della Città portando una grossa pietra. Era il giro per ricevere la strenna (“a strina”) e più grande era la pietra portata ed adagiata davanti alla porta, più consistente dovevano essere i doni da ricevere.

Si bussava alle porte cantando la strofetta “e bonì, e bonà, famme a strina ch’è capudda”. La traduzione dovrebbe essere più o meno questa: “buon anno, fammi la strenna che è capodanno”.

Questo avveniva nell’immediato dopo cena. Tante persone aprivano la porta donando dolciumi e frutta, ma tante altre preferivano far finta di non aver sentito.

Nel primo caso le cantilene proseguivano con messaggi beneauguranti, nel secondo caso con maledizioni che di politicamente corretto avevano ben poco.

“Menza a casa c’è na tappine, vostra figghia è na regina, menza a casa c’è nu cate, vostro figghie è n’avucate" erano le più utilizzate quando si riceveva qualcosa. Al contrario, quando non si riceveva niente, arrivavano le maledizioni: “quante pisci ci sune a ru mare, tanti figghi chi vo’ fare, quanti pili tena ra gatta, tanti canchiri chi ti vatte”.

Il più delle volte il padrone di casa usciva, brandendo un bastone mettendo tutti in fuga, ma anche darsi alla fuga per i ragazzi era segno di gioia.

Anche se non si riceveva niente, stare insieme in allegria era bello lo stesso.

 

Gino Campana
Autore: Gino Campana

Ex sindacalista, giornalista, saggista e patrocinatore culturale. Nel 2006 viene eletto segretario generale regionale del Sindacato UIL che rappresenta i lavoratori Elettrici, della chimica, i gasisti, acquedottisti e tessili ed ha fatto parte dell’esecutivo nazionale. È stato presidente dell’ARCA territoriale, l’Associazione Culturale e sportiva dei lavoratori elettrici, vice presidente di quella regionale e membro dell’esecutivo nazionale. La sua carriera giornalistica inizia sin da ragazzo, dal giornalino parrocchiale: successivamente ha scritto per la Provincia Cosentina e per il periodico locale La Voce. Ha curato, inoltre, servizi di approfondimento e di carattere sociale per l’emittente locale Tele A 57 e ad oggi fa parte del Circolo della Stampa Pollino Sibaritide