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ARIE E RECITATIVI - Il prisma e la lente

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A chi dovesse chiedermi qual è il libro che salverei da un incendio destinato a incenerirli tutti, risponderei con due titoli. Uno è I promessi sposi, la cui mia copia voglio che venga posta sul mio petto, magari insieme a un bel pacco di sigari, prima che i chiodi fissino il coperchio alla bara che dovrà ospitarmi; l’altro, invece, lo salverei per me finché son vivo e per chi rimarrà sotto il sole quando io sarò sotterra, e sono gli Essais di Montaigne.

          Citerò, dagli Essais e dal romanzo, senza segnare i luoghi per non gravare la pagina. Distinguo fu per Montaigne e per Manzoni il grimaldello atto a disserrare quante più porte gli riuscisse. Se Montaigne fece uso del lemma (“Distinguo è il più universale articolo della mia logica”), Manzoni tale uso non fece, però scrisse essere ottima bussola per non smarrirsi nella selva di più o meno perniciosi errori “il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”. Montaigne conobbe la peste, visse le guerre di religione, fu magistrato, fu sindaco di Bordeaux; l’Antichità era tutta tra le sue mani, tra le sue mani pure il Mondo. Ma l’argomento del libro è Montaigne stesso. L’uomo e il libro concrebbero. Montaigne nutrì chi verrà dopo: ma lo nutrì di sé. Fu un prisma che raccolse non già una luce pura, ma un tremolio policromo, e lo ripropose per grazia d’arte, per ricerca inesausta. Anche Manzoni convisse per decenni con il suo romanzo; ma è cosa nota: di sé non parla mai. Il mondo esige che si porti una maschera. S’affannarono entrambi a lacerarne quante più potessero. Montaigne, in preda a pensieri e a immagini che fuggono come cavalli imbizzarriti, ritrova sé scrivendosi, ed è il cavallo stesso, o meglio l’atto del cavalcare, a offrirgli l’immagine calzante: nulla è mai fermo, ma la relativa stabilità del fantino sul destriero che corre è saggezza salvifica, cui dà nome di assiette (“giusta postura”, “assetto”). Cristiano e cattolico Manzoni per irruzione dell’Eterno, cristiano e cattolico Montaigne ma solo perché nato in terra cristiana (“Si è cristiani come si è perigordini o tedeschi”) – e dirlo ateo è troppo, ma non troppo sbagliato. Grande pacificatore durante le guerre di religione, al suo Dio non riesci invero a dare un volto. Se Voltaire sarà certo di aver a lasciare questo mondo sciocco e malvagio quanto l’aveva trovato giungendovi, Montaigne è lieto che esso sia qual è, e cioè vario mutevole inafferrabile. Più che strumento logico, il suo distinguo è cosciente abbandono alle cose. È leale, Montaigne, e predica lealtà, e odia crudeltà e menzogna; ma dacché ha rinvenuto il proprio assetto, danza quando danza, dorme quando dorme (sono parole sue), patisce di mal della pietra e di noie domestiche, s’irrita dell’accumulo di glosse che, finalizzata ognuna a far chiarezza su un testo, tutte altro non fanno se non renderlo ancora più oscuro, ma trova pace nel fluire delle cose, nel contemplarle fluendo con esse. Non dice l’Essere, che pertiene solo a Dio, dice il passaggio; e se le cose mutano prendendo peso e corpo (parla di pesanteur), bene è anche qui che lo facciano. Nel dominio della politica, ad esempio, la tradizione è una pesanteur virtuosa, dà sicurezza ai gruppi, alle nazioni. Da ciò, il sospetto che nutre verso i progetti salvamondo, carichi sempre di insidie, di ingrati effetti imprevedibili, di disordini funestanti la quotidianità e la vita stessa. Giudica anch’egli l’umano convivere, ma lo fa in nome della Natura; porta sincera simpatia ai popoli lontani, e crede liberi i nativi d’America – benemerito a condannare tortura e processi alle streghe. Oggi sappiamo però che Natura è concetto arciambiguo, e che i nativi d’ogni terra sono da sempre avvinti in ceppi altri dai nostri e non certo più lievi. Poteva scrivere in un latino immoto, e lo fa in un francese che gli si altera sotto la penna stessa. Il libro suo è un corpo solido in una lingua che muta, e “chi può sperare che la sua forma presente sia in uso ancora fra cinquant’anni?” Manzoni reinventa la lingua perché romanzo sia, e poi la fissa in un un tempo in un luogo in un milieu (i fiorentini ben parlanti in quei giorni): feticcio no, ma norma; necessaria, e per questo da infrangersi. Ma il mondo è attorno e addosso a noi, mondo noi pure al nostro prossimo, e Manzoni si prodiga a renderlo migliore, virilmente conscio della resistenza che opporrà. Esso è per lui ciò che è per l’apostolo: concupiscenza del cuore e degli occhi, e ambizione funesta; è il regno della sopraffazione, il luogo in cui volpi e leoni torturano gli agnelli. Il peccato minuscolo e reiterato attossica te e chi ti sta intorno. Contemperando logica e carità, Manzoni ci lasciò una lente che fa chiara sulla mappa del cuore la via dell’errore e del male. Chi non si è vergognato di sé leggendo I promessi sposi, o è un angelo, o è un bruto, o è uno stronzo. Le carni squarciate del Cristo sono il giudizio sul Mondo; ogni cristiano è inchiodato alla Croce, è giudicato da essa. Molti i chiamati, pochi gli eletti. I testimoni della redenzione sono rivi di Grazia, spesso ignari di sé, che il grande fango involve e non macchia. Solo così sai che il fango è tale. Altro è il valore altro è il fatto, altro l’ideale altro la realtà, altro il Sein (“essere”) altro il Sollen (“dovere etico-morale”). Ma la parola umana (ce n’è una divina? io ne ho ansia e nient’altro) divora sé medesima, si autoscavalca: proporre l’acquiescenza al fatto alla realtà al Sein è fare di essi un valore un ideale un Sollen. È un perpetuo rincorrersi. Stasi è tacere in solitudine: nel gruppo, il silenzio annuisce a qualcosa, e chi incrocia i tuoi passi crede di avere in mano la verità pure del tuo tacere. Siamo ancora nel Mondo, fino all’ultimo palpito. Fangoso di dubbi e d’iracondia, e avido di sonno, io tengo sempre aperti sulla scrivania gli Essais e I promessi sposi. Quelli per me e per tutti, questi solo per me. Non si confonda chi mi avrà chiuso gli occhi.

Ettore Marino
Autore: Ettore Marino

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua "Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri"; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni "ilfilorosso", una sua raccolta di liriche intitolata "Patibolo"; che nell’Aprile del 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, "Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi"; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con L’Eco dello Jonio; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.