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A Co-Ro i primi detenuti d'Italia formati al corso Yes I Start Up

29 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO«La funzione rieducativa della pena non può concretizzarsi se manca l’attività scolastica, culturale e lavorativa. In questa visione, i percorsi di formazione per l’autoimpiego Yes I Start Up Calabria, modello nazionale che ha fatto il suo ingresso per la prima volta nella Casa Circondariale di Rossano, rappresentano un’opportunità molto importante per il detenuto che si appresta a tornare nella società e ad affrontare le difficoltà nel trovare una volta che si esce dal carcere, un lavoro alle dipendenze. Ci sono grosse difficoltà che derivano sia dal livello di disoccupazione che c’è nella nostra nazione, sia certamente dai sentimenti di diffidenza, che possono esserci tra i privati. Formarli in modo che una volta usciti dal carcere siano indipendenti e in grado di crearsi da soli un lavoro, è importantissimo». 

Sono, questi, alcuni dei passaggi dell’intervista alla direttrice della Casa di Reclusione di Corigliano-Rossano, Maria Luisa Mendicino sull’esperienza condivisa con l’Ente nazionale Microcredito, guidato dal Presidente Mario Baccini, pubblicata dalla rivista Microfinanza.

Una donna energica, consapevole e dedita a compiere la sua missione: guidare l’ordinarietà, se così si può definirla, della vita e della routine di un carcere di massima sicurezza, e di un carcere minorile, non dimenticando mai il valore reale e l’obiettivo primario della pena detentiva, ossia la possibilità di scontare il proprio debito con la società e riabilitarsi. Per questo obiettivo la dottoressa Maria Luisa Mendicino si adopera quasi con religiosa devozione allo Stato e alla Costituzione, fedele all’intento che sin da bambina l’ha spinta a sostenere la necessità di una riabilitazione attiva per i carcerati, soprattutto per i ragazzi del carcere minorile, che gestisce, insieme ai condannati di Rossano Corigliano, una delle Case di reclusione più dure d’Italia. Proprio grazie all’impegno e alla responsabilità della direttrice Mendicino l’Ente Nazionale per il Microcredito è entrata nelle aule formative del carcere con il progetto Yes I Start Up Calabria che propone ai detenuti che si avvicinano alla fine della loro pena una educazione all’impresa che possa permettergli di capire che esistono alternative possibili, che esistono fondi e la possibilità di affermarsi nell’impresa e una volta ‘fuori’ di avviare una attività onorevole, ricominciando una vita nuova, avendo una seconda chance nella società che gli permetta di rientrare dalla porta principale.

«Ho assunto servizio come titolare a Cosenza e dopo pochi giorni mi hanno affidato Rossano in missione, doveva essere un incarico provvisorio ma sono qui da quasi 4 anni. Rossano è una Casa di reclusione quindi con detenuti condannati a pene detentive molto lunghe, nella maggioranza dei casi ergastoli. Ci sono anche detenuti pluriergastolani, è un carcere complesso perché prevede tre tipologie di detenuti, detenuti alta sicurezza, detenuti media sicurezza e poi c’è il sotto circuito AS2 che sarebbero i detenuti condannati per reati di terrorismo nazionale e internazionale. Il carcere di Rossano avrebbe bisogno di una maggiore attenzione per quanto riguarda le attività trattamentali, intendo attività scolastiche, culturali, lavorative, che bisognerebbe assicurare perché sono il dettato costituzionale della finalità rieducativa della pena».

«Noi siamo impegnati quotidianamente per assicurare questo, anche se a volte i nostri ideali si scontrano con quella che è la realtà quotidiana, realtà costituita da una carenza di personale, sia di polizia penitenziaria e sia di personale appartenente al comparto funzioni centrali, speriamo che la situazione migliori, perché ci saranno delle assunzioni da parte dell’amministrazione quindi, quanto prima, si dovrebbe avere un maggiore numero di funzionari giuridici pedagogici. Mi soffermo sugli interventi trattamentali che sono fondamentali in carcere, Rossano ad esempio vanta questo laboratorio di ceramica che è stato affidato ad un imprenditore esterno, che si chiama Pirri, un imprenditore audace diciamo, perché è riuscito ad assumere una media di 4/6 detenuti che lavorano in regola».

«Rossano vanta una falegnameria che è più di un laboratorio, in effetti è una falegnameria industriale, realizzata nei primi anni del duemila grazie a un finanziamento di cassa ammende. La “falegnameria” ha attrezzature veramente all’avanguardia ci sono stati però dei problemi nel reperire in zona un imprenditore che potesse assumersi carico della gestione di questa lavorazione e promettere l’assunzione di detenuti, quindi si sono alternati periodi di attività a periodi di inattività. All’inizio del 2019 abbiamo stipulato una convenzione con un imprenditore della zona, Santoro, che sta portando avanti la falegnameria e che per il momento ha assunto un detenuto, ma a breve aumenterà le assunzioni. Ci sono le serre, anche queste realizzate nei primi anni del 2000, che vorremmo dare in gestione a qualche imprenditore esterno perché al momento sono gestite solo dai detenuti e i prodotti delle serre più che altro li utilizziamo internamente. Per quanto concerne le attività trattamentali ci sono i corsi scolastici iniziando dall’alfabetizzazione, scuola primaria e secondaria, ma il fiore all’occhiello di Rossano è il Polo Universitario. C’è una convenzione con Unical e 10/15 detenuti si sono iscritti e sono seguiti da tutor, da professori universitari, stiamo avendo grosse soddisfazioni perché celebriamo una media di una, due sedute di laurea all’anno. Quì si potrebbe fare tanto e noi vorremmo dare tanto, però anche dal punto di vista del territorio non c’è una grossa risposta, cerchiamo di sponsorizzare il carcere, di far capire che non è una realtà a sé stante, che il carcere è parte integrante del territorio, ma non sempre vi è una risposta positiva. La risposta positiva più che altro proviene dalle associazioni di volontariato, queste sono attive da anni nell’Istituto, però le istituzioni hanno una partecipazione un po’ altalenante».

Dottoressa, cosa significa per lei oggi credere nella riabilitazione dei detenuti difficili?

«Innanzitutto bisogna crederci, altrimenti non si avrebbe la forza di fare questo lavoro, quindi per noi la riabilitazione e la rieducazione sono un pò come una fede religiosa che ci aiuta giornalmente ad andare avanti, ad affrontare quelle difficoltà piccole o grandi che siano. Mi rendo però conto che una volta che il detenuto lascia le mura del carcere non si potrà riabilitare e realizzare se non c’è un appoggio dall’esterno, tutto quello che noi facciamo all’interno, questa osservazione continua, queste opportunità che diamo: lavorative, scolastiche, culturali trattamentali; opportunità di mantenere i contatti con l’esterno, con la famiglia, se una volta che il detenuto esce dal carcere trova intorno a sé il deserto, nel senso che, sì, la maggioranza dei detenuti troverà l’appoggio della famiglia però dopo 20/30 anni di carcere ritornare nella società libera e non avere qualcosa da fare, non avere un lavoro, crea il rischio che tutto quello che abbiamo fatto venga vanificato e poi a quel punto cosa succede? Da chi avrà l’aiuto un ex detenuto? Lo avrà da quell’ambiente al quale apparteneva prima. Tutto quello che noi facciamo quindi ha un grande valore, un grande senso, però se nel momento in cui il detenuto rientra nella società libera non ha questa opportunità concreta, non ha un sostegno dalla società, il nostro sforzo sarà stato inutile».

Lei è una donna che gestisce un carcere di massima sicurezza, perché questa scelta? Perché questa carriera così “estrema”?

«Il mio è un desiderio che ho da quando ero ragazzina. Nel paese dove sono cresciuta e abito tutt’ora, per andare a scuola, allora, si andava a piedi, si passava davanti a questo carcere mandamentale e ricordo che le mie amichette quando si arrivava lì vicino attraversavano la strada perché avevano paura di passare sotto le mura del carcere, io ero l’unica che diceva “ma no, perché dovete fare così”, e continuavo a camminare per la mia strada. Mio padre lavorava in Pretura, le carceri mandamentali erano gestite dal pretore del luogo, quindi sono cresciuta sentendo parlare di carcere e detenuti, ecco dove nasce questa voglia di fare questo lavoro, poi ricordo anche che mio fratello che è avvocato, quando stava preparando la tesi di laurea sulla finalità rieducativa della pena, io avevo 12-13 anni e leggevo quel materiale che aveva per preparare la tesi, quindi posso dire di esserci cresciuta. Dopo la mia laurea, come fanno un pò tutti i giovani, si fanno concorsi, ho iniziato facendo l’avvocato, però non ho mai perso di mira quello che era il mio desiderio, ossia diventare una direttrice di carcere».

Quanta umanità è necessaria per poter gestire con equilibrio?

«Non è mai sufficiente l’umanità che si presume sia necessaria, è al di fuori dell’immaginabile, ci vogliono intuito e una sensibilità particolare, io penso che essendo donna sia avvantaggiata, il fatto di essere mamma, essere abituata ad ascoltare, è importantissimo, quì non abbiamo a che fare con delle carte, abbiamo a che fare con degli uomini, che certamente hanno fatto quello che hanno fatto all’esterno, ma ciò che hanno commesso prima di entrare in carcere non ci deve interessare più di tanto, una volta che attraversano questo cancello noi li prendiamo in custodia, e quindi lavoriamo sull’uomo, sulla persona. Ci sono fattori genetici, fattori ambientali, sociali, per eliminare quello che c’è di negativo, cerchiamo di fargli comprendere il valore del positivo, cerchiamo di dargli una speranza di vita futura. Questo è il nostro lavoro, cercare di accompagnare queste persone verso un cambiamento che non si potrà realizzare al 100% ma se c’è questa possibilità cerchiamo di accompagnarli e di sostenerli».

Cosa pensa di questa opportunità dell’auto impresa per i detenuti?

«È un’opportunità molto importante perché come le dicevo prima, le difficoltà in questo processo di rieducazione e riabilitazione sono proprio nel trovare una volta che si esce dal carcere, un lavoro alle dipendenze. Ci sono grosse difficoltà che derivano sia dal livello di disoccupazione che c’è nella nostra nazione, sia certamente dai sentimenti di diffidenza, che possono esserci tra i privati e quindi formarli in modo che una volta usciti dal carcere siano indipendenti e in grado di crearsi da soli un lavoro, è importantissimo. Quando sei in istituto ti vengono date tutte le conoscenze per pensare a un futuro lavorativo e una volta uscito e con l’aiuto del centro per l’impiego, con i finanziamenti che potranno avere, perché no, potranno creare una piccola impresa».

La tecnologia può aiutare anche il carcere a livello di sicurezza?

«La tecnologia è importantissima perché ci sono impianti di sicurezza che sono essenziali, anche l’informatizazzione è fondamentale, noi adesso stiamo facendo dei lavori per l’ampliamento della rete informatica, la tecnologia è stata anche molto importante in questo periodo di covid, perché visto che le lezioni non si potevano fare in presenza i detenuti hanno seguito le lezioni online, anche i detenuti del Polo Universitario hanno continuato la loro attività con questi collegamenti con i tutor, con gli insegnanti, hanno potuto sostenere gli esami, quindi si la tecnologia è molto importante. Certamente ci sono esigenze di sicurezza, all’interno del carcere, e bisogna fare attenzione, la tecnologia dà grossi vantaggi nelll’informazione e nella comunicazione, può dare però problemi nel diffondersi di notizie all’esterno. Quindi nel periodo di emergenza sanitaria grazie alla tecnologia i detenuti hanno potuto comunicare a distanza con i familiari tramite WhatsApp, sono stati facilitati nel mantenere i contatti con la famiglia attraverso il sistema delle videochiamate. Nel carcere tutto ciò che offre la tecnologia è importante ma bisogna saperla gestire, perché non bisogna dimenticare le esigenze giudiziarie e di sicurezza».

Un desiderio da realizzare e una prospettiva da realizzare.

«Il mio è un desiderio che si è già trasformato in obiettivo ed è quello di potenziare sempre di più queste offerte trattamentali e lavorative che noi diamo ai detenuti, di far comprendere all’esterno l’importanza del carcere, che ripeto non è un contenitore, il carcere è una parte integrante della società. Il mio obiettivo è quello di permettere ai detenuti, una volta usciti di qui, di riprendere una nuova vita nel rispetto delle leggi e del prossimo lasciando ai detenuti un ricordo positivo delle istituzioni, perché quì hanno vissuto questo periodo sentendo lo Stato come un nemico. Questo è uno degli obiettivi che perseguo quotidianamente»

Carmine antoro: con il microcredito ho creato la mia azienda e ho assunto i detenuti del carcere di Rossano

La storia di Carmine Santoro è quantomeno singolare che ci porta a raccontare il riscatto di una vita e non solo. Carmine è un falegname che fin da bambino si è adoperato nelle imprese di famiglia, oggi ha deciso di avviarne una propria e grazie al progetto dell’Ente Nazionale per il Microcredito ha potuto creare la sua attività artigianale. Ma non si è fermato, perché ha scoperto che all’interno del carcere di massima sicurezza di Rossano Corigliano esiste una falegnameria molto attrezzata e tecnologica, messa a bando per essere utilizzata, l’unica condizione da rispettare era quella di dover formare e assumere i detenuti del carcere, non si è perso d’animo, ha presentato la sua domanda ed è riuscito a ottenere l'assegnazione della falegnameria, così ha assunto uno dei detenuti e con lui ha cominciato a lavorare dandogli una formazione e il compenso dovuto. L'idea è quella di progredire, di andare avanti e formare altri detenuti. L'azienda ad oggi va bene, ha compiuto il suo primo anno di vita e ha già tante commesse. Oggi Carmine ci racconta della sua esperienza e di questo suo impegno nel sociale che non si ferma solo alla riabilitazione e al lavoro, ma comprende la “battaglia” contro la violenza e maltrattamenti specialmente verso le donne, tema molto caro alla direttrice del carcere.

Come è nata l’idea di aprire una falegnameria in carcere?

«Io sono nel settore della falegnameria già da tre generazioni, quando mi è stato proposto di gestire la falegnameria che è stata creata nella casa di reclusione ho accettato e per iniziare ho avviato l’iter per l’affidamento, purtroppo è abbastanza lungo e anche un po’ macchinoso. All’inizio è stata dura perché la falegnameria aveva già qualche annetto e le macchine erano state ferme quindi hanno avuto bisogno di manutenzione, appena possibile ho avviato una produzione di pallet per iniziare a lavorare, però abbiamo riscontrato che questo movimento di automezzi e di trasporti all’interno non era compatibile con l’ambiente carcerario, quindi una volta messe di nuovo a punto le macchine abbiamo iniziato a produrre ciò che è la vocazione proprio della falegnameria: arredo su misura mobili e quant’altro. L’unico problema è che al momento sto svolgendo le mie commesse, quindi da privato non ho purtroppo avuto riscontro nel rapporto con gli enti, né con le istituzioni, diciamo che su questo ci hanno lasciato un po’ soli. Mi dispiace perché come contribuente sono sicuro che c’è un bel risparmio, venendo da noi riesco ad essere molto più competitivo visto che godo dello sgravio sui contributi un risparmio per il pubblico!»

Perché ti è venuto in mente di utilizzare il microcredito? Come è nata la tua azienda?

«Quello è stato un bisogno, perché avviare un’azienda oggi ha dei costi, qui dentro ancora di più perché è tutto amplificato, c’è la burocrazia, quindi ho avuto bisogno proprio di questa spinta iniziale per avviare, perché lei capisce bene che da quando ho firmato la convenzione e iniziato una produzione ci sono stati dei tempi morti in cui comunque le spese ci sono. Poi certo c’è stato il periodo della pandemia che ha causato un po’ di rallentamento, però cerchiamo di fare di tutto».

Con quale tutor hai aperto l’attività?

«Il tutor è una dottoressa di Rossano si chiama Mariangela Silvestri è una persona preparatissima che mi ha supportato in tutto. La figura del tutor è stata utilissima perché da falegname ritrovarti catapultato in questo groviglio tra banche e burocrazia non è facile quindi un tutor che ti risponde al telefono e ti supporta anche moralmente è necessario».

Come sei venuto a conoscenza dell’Ente Nazionale per il Microcredito?

«Come formula, credo sui media».

Come si chiama la tua Start Up?

«Falegnameria Carmine Santoro, sono praticamente ditta individuale, mi assumo le mie responsabilità mettendoci il mio nome. È nata nel 2018, quindi sono 4 anni e ho già restituito l’importo che mi è stato concesso, quindi 20 mila euro».

Come è nata l’idea di venire a lavorare in carcere?

«In verità, sapevo di questa struttura che era attrezzata con delle macchine di un certo tipo, quindi diciamo che c’è questo vantaggio e poi perché è bello pure lavorare nel sociale è una cosa in più che la mattina ti fa svegliare per andare a lavorare, è divertente, e inoltre è anche stimolante perché insegni ai detenuti un mestiere, perché loro sono persone che hanno voglia di imparare perché c’è la voglia di riscatto fuori, loro pensano sempre al momento in cui usciranno».

In questi anni a quante persone hai insegnato il mestiere? Quanti detenuti ci sono?

«Io non faccio formazione purtroppo, c’è da dire una cosa, in teoria le istituzioni dovrebbero supportarmi in questo, quindi avviare un processo di formazione perché poi io alla fine devo assumere a contratto sindacale, quindi al momento io ho iniziato con un solo detenuto, che in 2 anni ho formato con la base ma a spese mie e gli pago anche lo stipendio, perché nell’artigianato non c’è quella figura di apprendistato, ci sono già delle figure che hanno uno stipendio tale da essere dignitoso. Però ci manca questa situazione, perché se mi formano delle persone io ho la possibilità economica di assumerne altri, però già formati, in 2 anni sono riuscito a “far masticare” il nostro linguaggio a questa persona e dovrei iniziare con un altro detenuto da qui a poco, però a spese mie, perché manca l’appoggio delle istituzioni a livello sociale, in altre regioni comunque si finanziano dei progetti proprio di formazione così da dare la possibilità ad aziende come la mia di avere già personale formato e avviare subito altre posizioni. Queste sono purtroppo le pecche riscontrate ad oggi. Al momento abbiamo completato uno studio dentistico a Castrovillari, poi proprio oggi abbiamo iniziato dei mobili su misura per i privati e stiamo lavorando su dei prodotti in serie così da facilitare anche coloro che non sono ancora del mestiere alla lavorazione, in serie perchè ci sono delle macchine a controllo numerico».

Quante persone lavorano al momento nella falegnameria?

«Al momento assunto c’è un detenuto. Non possono entrare altre persone perchè i detenuti dell’alta sicurezza devono essere assunti per poter entrare, quindi con la copertura INAIL, assicurativa, perché questo è un lavoro ad alto rischio e quindi purtroppo al momento è così, con le mie forze e con l’aiuto del microcredito io sono riuscito a formare un solo detenuto che oggi possiamo chiamare “falegname” dopo 4 anni».

Un consiglio a chi vuole utilizzare il microcredito, cos’è per te il microcredito?

«Il microcredito è un ottimo aiuto per una buona idea, perché alla fine sono soldi che devi ridare quindi bisogna lavorarci a monte prima, studiare bene il progetto e dopo di che è una bella spinta!»

Francesca Felice - formatrice nel carcere di Rossano

«Mi occupo dei progetti di formazione di Yes I start Up con un soggetto attuatore qui a Corigliano Rossano e dintorni, siamo sul territorio e ci piace entrare in più ambiti e settori. I nostri alunni sono di vari settori, siamo perlopiù nelle scuole superiori e puntiamo su un target che ha già un indirizzo preciso, che possa essere utile poi in fase di apertura d’impresa, come il settore agrario e/o alberghiero e cerchiamo di portare il nostro sapere, il nostro progetto, proprio a ragazzi che sanno già un po’ che cosa vogliono fare nella vita e che hanno intrapreso un percorso di formazione autonomo. Questa esperienza all’interno della casa di reclusione di Rossano è stata una cosa che abbiamo voluto fortemente, proprio perché ci piace pensare che all’interno del carcere possiamo dare ai ragazzi, agli studenti, la possibilità di puntare su se stessi, ed è proprio quello che cercavamo di spiegare loro oggi durante la prima lezione, al di là delle pene che hanno, cerchiamo di spiegargli e di dargli una concretezza sulla possibilità di definire e portare a compimento questo corso, cerchiamo di spronarli, di fargli capire che devono contare su loro stessi, sulla loro idea di impresa, sulle loro capacità e competenze. Devo dire che sono stati molto attenti, c’è stato anche molto confronto, abbiamo potuto parlare delle loro idee, della loro volontà di fare impresa, partendo proprio anche dal loro percorso lavorativo o comunque dalle radici familiari, perché molti hanno le terre e quindi l’idea è quella di aprire un laboratorio di trasformazione agricola puntando sulle eccellenze del proprio paese. Abbiamo cercato di tirare fuori questi argomenti e queste volontà. Quindi su questo corso ho già un piano chiaro di quello che potrà essere il business plan e le attività produttive».

Cosa significa per lei a livello personale fare un’esperienza così importante da entrare in un carcere per insegnare e per dare speranza?

«Per me è un’emozione abbastanza forte, è chiaro che, io non so quali reati i miei alunni abbiano commesso e non mi interessa, però vedere in loro grande attenzione, vederli confrontarsi, fare domande, mi dà un grande senso di quello che sto facendo, perché è chiaro che poi loro ripongono in me dei sogni, delle aspettative che avevano un po’ messo nel cassetto, quindi io ricomincio a fargli rispolverare un po’ di fiducia nelle loro potenzialità e questo è una cosa che mi gratifica sicuramente a livello professionale e cercherò quindi di dare il massimo»

Cosa pensa dello strumento Microcredito?

«Sicuramente è una grande opportunità, inoltre permette a noi che facciamo questo lavoro di migliorare l’assetto sociale, perché è chiaro che parlare con i ragazzi e dargli la possibilità di migliorare la loro vita, la loro idea di impresa, entrare nel merito proprio di quelli che sono gli obiettivi, migliora poi anche l’economia del Paese intero».

Qual è la parte del corso o l’argomento che di solito è più difficile da far comprendere o da spiegare?

«Forse il target e la concorrenza, a parte ovviamente la parte del business plan che è un pò più complicata, però li aiutiamo molto, comunque sì a livello concettuale probabilmente il target così come la concorrenza perché spesso si pensa che aprire un’attività sia semplice e che questa attività sia poi migliore rispetto ad altre, ma non è così, quindi ci mettiamo un po’ a capire che effettivamente per mettere sul mercato una buona attività c’è bisogno di tanti ingredienti e tanti passaggi che devono essere eseguiti».

 

Lenin Montesanto – soggetto attuatore: formare è una missione

«Sono amministratore unico della Montesanto SS che è soggetto attuatore per il progetto di Startup. L’esperienza che stiamo vivendo è molto importante sia per noi chiaramente, ma anche per i beneficiari e tutti i soggetti che stiamo coinvolgendo perché ci stiamo accorgendo di quanto sia importante il processo di formazione e di sensibilizzazione all’attività di impresa, partendo se è possibile così come stiamo facendo addirittura dalle ultime classi delle scuole superiori fino ad arrivare come nel caso della casa di reclusione di Rossano ai detenuti. C’è nella promozione della capacità d’impresa, quindi nella formazione negli strumenti nei contenuti che stiamo cercando di diffondere in maniera empatica con i frequentanti al corso, noi vediamo la possibilità di un cambiamento sia nelle persone che stanno rimettendo in discussione la loro vita e anche la loro possibilità di mettersi a disposizione della società oltre che di se stessi, ma vi è anche la possibilità di costruire un percorso di valorizzazione dello spirito d’impresa un nuovo scenario sociale, perchè stiamo cercando di far capire che l’impresa è importante, è importante lo spirito d’impresa, è importante la formazione ma è soprattutto importante il collegamento con il territorio e con tutto ciò che il territorio suscita promuove e stimola a trasformare un’occasione di sviluppo. Personalmente che cosa ti ha offerto questa opportunità? Raccontaci la tua esperienza personale, raccontaci la scelta di venire a insegnare all’interno del carcere di Rossano?»

«Si tratta di un’emozione ancora più importante perché riuscire ad accendere una luce a soggetti ai quali per motivi, diciamo oggettivi, questa luce è stata un po’ spenta, restituisce non soltanto la soddisfazione, ma restituisce quel senso di responsabilità sociale che anche attraverso questi corsi noi riusciamo a mettere in campo, si parla tanto di rieducazione del detenuto, noi preferiamo parlare di reinserimento del detenuto al termine della pena all’interno della società, che è la grande sfida della nostra costituzione, quindi questa emozione ti fa sentire protagonista di questa possibilità di reinserimento nella società da parte di chi ha commesso degli errori e dei reati è sicuramente un’emozione che non ci aspettavamo di questa natura e di questa portata».

Come si inserisce il microcredito all’interno di questo percorso rieducativo, cioè qual’è la parte finale di questo percorso di formazione?

«Il nostro obiettivo è, oltre quello di condividere strumenti e contenuti, quello di poter accompagnare all’apertura di un’impresa, ad una possibilità di sviluppo e di crescita per se stessi e per gli altri, e quindi in questo percorso di accompagnamento credo sia la vera differenza per chi apre attività di impresa entrare, nello spirito, nella volontà e nella determinazione di chi vuole essere neo imprenditore e cercare di far capire quali sono le vie da non prendere anche se sono state già battute o sono di successo e quelle invece da intraprendere perché anche se inedite sono sicuramente più efficaci nel contesto dell’humus territoriale identitario e distintivo nel quale l’imprenditore dovrà operare negli anni a venire».

Da quanto tempo ti occupi di insegnare nelle carceri?

«Nelle carceri è la prima volta, una prima assoluta e quindi anche il nostro approccio è cambiato non si tratta di avere di fronte un corsista, un aspirante imprenditore, ma è appunto un aspirante uomo o donna perché si tratta di confrontarsi con chi aveva ritenuto fino a quel momento che tutte le possibilità di reinserimento sociale fossero finite, quindi in quel caso c’è la formazione ma c’è anche una forte propensione alla condivisione di spirito con la persona con cui ci si confronta perché si tratta di riaccendere speranze, energie, far brillare ancora gli occhi, la testa e il cuore anche».

Quanti corsisti hai avuto finora di Yes I start up?

«Fino a oggi ho avuto una cinquantina di corsisti, giovanissimi e meno giovani ma tutti con questa voglia di capire quale effettivamente sia la strada giusta da percorrere, da un certo punto di vista c’era un pò di diffidenza rispetto a percorsi di formazione, con il microcredito stiamo riuscendo a far capire che non tutto è possibile, non tutto può essere intrapreso, ma qualcosa va messa da parte e i percorsi da intraprendere vanno selezionati, capiti insieme, con un piede nella terra in cui si vive».

Quanti di questi poi sono riusciti a realizzare un’azienda? Perché giustamente la selezione come dicevi tu è meglio farla prima.

«7/8 aziende sono in procinto di aprire e noi non vediamo l’ora di poter inaugurare insieme a loro queste attività perché significa rimettere energia e intelligenza al servizio del Paese».

Qual è il tipo di attività che si preferisce aprire, quelle inerenti al food, alla tecnologia, quali sono le idee di questi ragazzi?

«Sicuramente tra tutti quello del food è il preferito, noi anche su questo stiamo cercando di suggerire dei percorsi originali, proprio perché riteniamo che il principio di scarsità sia molto importante nel successo di un’impresa e quindi noi da questo punto di vista ci stiamo forzando anche di mettere in discussione quelle che sono delle attese quasi scontate rispetto a delle attività di impresa già sperimentate».

Un appello ai giovani o a chiunque voglia mettere in gioco se stesso attraverso l’impresa. Qual è il consiglio che tu daresti, a parte ovviamente quello di frequentare il corso?

«Il consiglio è quello di formarsi in maniera continua, quello di considerare la crisi non come un fattore negativo ma come un momento di cambiamento costante in tutte le epoche della vita, della storia, dei Paesi, della Società. Quindi vivere la crisi come un necessario momento di rimescolamento delle carte che serve a creare 1, 100, 1000 attività di impresa».

 

Annarita Lazzarini: il programma garanzia giovani e la calabria

«Garanzia Giovani è un programma finanziato dalla Comunità Europea è gestito in qualità di organismi intermedi dalla Regione Calabria, è un programma composto da una serie di politiche del lavoro finalizzate a supportare i giovani under 35 nel caso della Regione Calabria all’inserimento e reinserimento nel mondo del lavoro. Il programma si articola in una serie di misure che vanno dall’orientamento di base all’orientamento specifico accompagnamento al lavoro alla creazione di impresa, servizio civile, crescere in digitale, tirocini e tutte le misure che riguardano la formazione, rivolta ai giovani dai 15 ai 18 anni e ai soggetti in età compresa dai 18 ai 35 anni non compiuti».

«Il programma Yes I Strt Up va a inserirsi nella misura dell’accompagnamento alla creazione d’impresa, la Regione Calabria ha deciso di mutuare quello che è stato un programma finanziato a livello nazionale quindi YISU e con alcuni accorgimenti calarli in quella che è la realtà del territorio calabrese. È nato così circa un anno e mezzo fa il progetto YISU Calabria, inizialmente rivolto solo a soggetti neet successivamente allo scopo di coinvolgere tutti i target presenti sul territorio regionale abbiamo deciso di finanziare anche il supporto alla creazione di impresa per i giovani in possesso di una partita IVA poco movimentata e quindi in possesso di quei requisiti tali da consentire loro il mantenimento e l’iscrizione al centro per l’impiego. Oggi la regione Calabria ha deciso di andare oltre questo limite coinvolgendo anche soggetti in una condizione un po’ più particolare, come i detenuti, che a breve diciamo avranno risolto i loro problemi con la giustizia e verranno quindi reinseriti nel contesto sociale. Lo scopo è quello di consentire a loro, che hanno comunque avuto negli anni di detenzione la possibilità di apprendere un’attività lavorativa, di creare un’attività in proprio. Questa è semplicemente la dimostrazione che Garanzia Giovani è un programma rivolto a tutti e a prescindere dell’unico requisito, quello dell’età, cerca di coinvolgere tutti i giovani indistintamente andando alla ricerca anche di soggetti che si trovano sia territorialmente, più lontani dalla sede centrale della regione, sia culturalmente anche più distanti e magari non proiettati in quella che è un attività formativa piuttosto che imprenditoriale semplicemente lavorativa».

Di cosa hanno più bisogno i giovani per essere inseriti nel mondo del lavoro?

«Affinché il programma garanzia giovani produca appieno i suoi effetti è necessario che ci sia una politica di inserimento lavorativo, banalmente gli incentivi all’assunzione e non sono previsti, né da garanzia giovani né da gol e le regioni spesso non puntano su questo aspetto e quindi non finanziano con fondi propri quelli che sono gli incentivi alle assunzioni. Quindi il problema non è il giovane che non ha le competenze, il giovane che non si mette in gioco, il problema è aiutare le aziende a sostenere i costi delle assunzioni nel caso non funzioni».

In questi termini il microcredito potrebbe essere una delle soluzioni?

«Sicuramente il microcredito ha aiutato i giovani ad avvicinarsi alla pubblica amministrazione, consentendo nel caso della regione Calabria di acquisire la loro fiducia, fino adesso il cittadino è sempre stato abituato all’idea che l’amministrazione non è amica ma è controllore, e non supporta ma disincentiva, con il microcredito siamo riusciti a far capire ai giovani che all’interno dell’amministrazione ci sono professionisti orientatori competenti come quelli dei centri per l’impiego pubblici, ma anche degli orientatori nell’ambito del privato. Sicuramente YISU Calabria ha dimostrato che la sinergia tra pubblico e privato se motivata da uno stesso obiettivo che sicuramente è consentire ai giovani l’inserimento nel mondo del lavoro da buoni risultati. In Calabria in periodo di covid siamo riusciti a far aprire 1600 attività imprenditoriali quindi abbiamo idea di quello che sono i giovani calabresi, la Calabria si sta scoprendo una regione con vocazione imprenditoriale, perché siamo stati capaci di affiancare i giovani consentendo loro, a ridosso del finanziamento, di modificare quella che era la loro idea imprenditoriale per rispondere ad un mercato che era estremamente dinamico. Abbiamo avuto soggetti che sono stati capaci di trasformare la loro iniziale idea di commercio in quello che è stato un ecommerce con la capacità di capire che all’interno di quello che poteva essere una semplice laboratorio di pasticceria era necessario inserire anche un servizio che consentisse l’avvicinamento al cliente, quindi non sono l’apertura di un bar o di una pasticceria ma anche la consegna a domicilio dei prodotti realizzati. Quindi questo è stato possibile sicuramente grazie al supporto di professionisti».

Quindi se da un lato c’è un problema di integrazione nel mondo del lavoro ed è determinato dalla mancanza di incentivi, dall’altro c’è la possibilità dell’autoimpresa, che cosa manca a questa regione per essere capofila dello sviluppo del centro-sud?

«Il coraggio di inventare degli avvisi, delle misure di politica attiva, che siano innovativi. Noi con garanzia giovani abbiamo realizzato delle attività anche formative molto importanti per la prima volta la regione Calabria è uscita dal palazzo di vetro ed è andata a conoscere ed incontrare gli imprenditori, i rappresentanti di grosse realtà presenti sul territorio e realizzare insieme a loro dei percorsi formativi. Per la prima volta in Calabria con garanzia giovani abbiamo realizzato un progetto formativo per gli operatori del porto di Gioia perché abbiamo individuato una realtà di sviluppo e abbiamo orientato i ragazzi verso un settore che fino ad oggi era poco considerato, quindi sicuramente l’idea di introdurre delle politiche innovative».

Mi ha parlato di una categoria particolare, i detenuti, che sono soggetti svantaggiati, ma ci sono anche altre categorie che sono svantaggiate e fragili, le donne. Com’è oggi la situazione in Calabria per questa categoria?

«Sicuramente la lavoratrice donna è molto più svantaggiata, si trova in una condizione di difficoltà, perché spesso non vengono erogati quei servizi che supportano una donna mamma nella propria attività lavorativa. Spesso la donna è quella più soggetta al lavoro nero rispetto a un uomo, però è anche vero che esiste un tessuto sociale tale da consentire il ricorso alla collaborazione familiare. Noi viviamo di fatto ancora in situazioni in cui ci sono dei contesti familiari allargati, quindi sicuramente il supporto dei nonni fa la differenza. Ovviamente sarebbe più opportuno che lo Stato provvedesse a sopperire a queste mancanze o comunque a soddisfare questi bisogni. Io tendenzialmente non amo fare la differenza tra uomo e donna, assumere un uomo o una donna è assolutamente la stessa cosa. Riguardo a cosa mi sentirei di fare ancora di più per incentivare i ragazzi, sicuramente quello che manca oggi e la fiducia nel futuro. Quindi spesso sento genitori dire, mi auguro che mio figlio vada e rimanga fuori. Quello che abbiamo notato e soprattutto con Yes I start Up è che i più grandi supporter, i più grandi finanziatori, sono stati i nonni. Abbiamo avuto ragazzi che hanno seguito un percorso di accompagnamento alla creazione di impresa e che hanno chiesto come finanziamento lo stretto necessario e che addirittura hanno finanziato le proprie attività imprenditoriali con l’aiuto dei nonni, questo forse perché hanno vissuto un periodo storico sicuramente più nero del nostro e vedono la luce oltre il tunnel e si sentono in diritto di spingere e stimolare i ragazzi».

«Il covid ha rappresentato una grande tragedia da un punto di vista della salute. Però ho visto tanti giovani calabresi ritornare, ho visto tanti giovani che hanno manifestato la volontà di rimanere. Con garanzia giovani e con Yes I Strt Up gli è stata data questa opportunità. Speriamo a breve di dar loro l’opportunità anche con l’avviso dei tirocini, anche perché con questi abbiamo dimostrato che il 30% dei giovani avviati al tirocinio sono poi rimasti in azienda e quindi hanno avuto la loro opportunità di lavoro. Lo Stato ha promosso il reddito di cittadinanza, in Calabria in controtendenza, invece garanzia giovani è una misura che funziona. Quindi l’autoimprenditorialità dei giovani contro quella che è la possibilità di avere un reddito comodo. Facciamo un bilancio di questa situazione. La misura del reddito di cittadinanza è andata a impattare su tutte le misure di garanzia giovani e questo spesso è determinata da una cattiva comunicazione, perché il reddito di cittadinanza impone una politica attiva del lavoro e quelle previste da garanzia giovani non sono altro che politiche attive del lavoro. Però i giovani calabresi hanno l’orgoglio, quindi piuttosto che stare sul divano e aspettare il reddito di cittadinanza, che è sicuramente comodo, preferiscono lavorare, perché come mio padre mi ha insegnato il concetto di lavoro e sudore, abbiamo avuto molti giovani che hanno rinunciato al reddito di cittadinanza comodo e al lavoro nero. In diverse occasioni abbiamo avuto giovani che hanno chiesto un finanziamento per poter uscire dal lavoro nero e avere il diritto di fare degli investimenti riguardanti magari l’acquisto di un’automobile piuttosto che di una casa, consapevoli che il lavoro nero non è un sistema lavorativo eticamente condivisibile. Il reddito di cittadinanza ha avuto comunque una ricaduta positiva, se pure a lungo termine. Possiamo dire che in questi anni ha contato molto l’educazione civica della gente calabrese, nei confronti del reddito di cittadinanza».

«Noi siamo passati da un programma garanzia giovani fase 1 con una dotazione finanziaria importante perché la regione Calabria aggiungendo fondi propri ai fondi ministeriali ha finanziato un programma di 113 milioni di euro, tutti spesi e questo lo dico con orgoglio perché è un obiettivo importante per la mia regione. Nella seconda fase Garanzia Giovani aveva una dotazione finanziaria molto inferiore, distribuita fra asse 1 e asse 1 bis nel caso della Regione Calabria, quindi il neet e il no neet, di età un pò più avanzata dei 29 anni. Quindi l’andamento del programma è cambiato non solo a livello Regione Calabria ma Nazionale, era un programma nato in quegli anni e negli anni è stato cambiato, così come è cambiato anche il mondo del lavoro. Quelle che sono state le misure di tirocinio, inizialmente più appetibili, sia per le aziende che per i giovani, adesso hanno avuto un’importante battuta d’arresto e hanno avuto maggiore ricaduta le misure della formazione. Quindi è come se i giovani fossero diventati più consapevoli di quelli che erano le loro capacità, le loro competenze, e quello che era necessario per l’inserimento nel mondo del lavoro. Sicuramente il reddito di cittadinanza ha impattato a livello economico, il giovane si aspetta un riconoscimento economico più importante, un soggetto dice: “Ok abbandono il reddito di cittadinanza se di contro ho un’azienda che mi assume”. C’è una maggiore pretesa di regolarità, di regolarizzazione del lavoro. Le aziende hanno avuto la possibilità di conoscere realmente i giovani che hanno dimostrato di mettersi in gioco al 100%, c’è chi vuole lavorare, vuole crescere e da lì anche le assunzioni avute, quindi il 30% sono grandi numeri, numeri importanti, numeri che vengono costantemente monitorati quindi i giovani assunti 3 anni fa con Garanzia Giovani ancora sono rimasti tali, e anche giovani che hanno aperto un’attività con YISU e ancora sono imprenditori e quindi capaci di dare lavoro a se stessi ma anche agli altri. Con il programma è stato messo in moto un circolo virtuoso, è aumentata la voglia di fare, la fiducia nelle amministrazioni, la voglia di mettersi in gioco e il reddito di cittadinanza quando c’è un sistema virtuoso è andato a impattare poco. Noi territorialmente ne abbiamo beneficiato, spesso sento dire che le aziende del settore turistico non riescono a trovare le figure professionali necessarie soprattutto per la stagione estiva ma quello è collegabile al reddito di cittadinanza ma anche alla stagionalità del lavoro, perché oggi si ha bisogno di certezze e sicuramente un lavoro di 2-3 mesi lascia il tempo che trova, quindi la responsabilità non è tutta da attribuire al reddito di cittadinanza, che può essere considerata una valida misura se normata in modo più attento».

«Quindi considerando quelle che sono le politiche che il territorio può erogare e le vacancy presenti sul territorio, perché comunque alla fine ci sarà una grossa fetta di percettori di reddito di cittadinanza che non verranno comunque assorbiti dal mercato del lavoro. Bisogna fare un orientamento più attento in fase di inserimento in questi che sono programma Garanzia Giovani oggi e Gol a breve».

Qual è il livello di disoccupazione in Calabria?

«Per quanto riguarda i giovani siamo intorno al 55%»

Perché utilizzare Garanzia Giovani e perché in Calabria deve continuare?

«Il programma Garanzia Giovani è sicuramente un programma da incentivare da finanziare anche negli anni a seguire perché consente ai giovani di avvicinarsi al mondo del lavoro e alle aziende di conoscere un giovane e poi decidere serenamente se assumerlo o meno. Garanzia giovani consente e ha consentito negli anni ai giovani di avere un orientamento di qualità e di acquisire fiducia nelle istituzioni».

(Fonte: rivista microfinanza n.42/2022)

 

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

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