4 ore fa:Nasce la Maricor Volley Corigliano: nuovo nome per il ritorno in Serie A3
3 ore fa:Città di Corigliano Rossano, fuga in vetta: quarta vittoria consecutiva
7 ore fa:Sparatoria al lido “Baffo Bianco”, due condannati trasferiti nel carcere di Castrovillari
3 ore fa:La qualità cresce sulla tavola delle mense: pasti scolastici in aumento del 44% dal 2022
5 ore fa:Cassano Jonio, domenica la Passeggiata in Rosa dell’ODV Crisalide
6 ore fa:Povertà alimentare, in Calabria oltre mezzo milione di persone in difficoltà
2 ore fa:Al Polo Magnolia il sorriso diventa laboratorio di gentilezza: «Meno ritualità, più valore educativo»
3 ore fa:Caro carburanti, Rapani: «Ascoltare le proteste e riconoscere gli interventi del Governo»
6 ore fa:Europa Verde-Avs contro Occhiuto e Meloni: Campana rivendica le proteste e il ruolo degli studenti
5 ore fa:Valle del Trionto, da Rimini parte la sfida per costruire una vera destinazione turistica

L’alta cucina dei menù di ferragosto dimostra che non abbiamo turismo

1 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO – “Ferragosto all’insegna del buon cibo”, uno slogan questo che chiaramente in Calabria non può mancare. Da settimane siamo tutti bombardati da locandine di menù proposti per il pranzo del 15 agosto all’insegna del divertimento tra sole, mare, tra magnifici paesaggi collinari e montani, nella Piana di Sibari.

Territorio vasto quello della Sibaritide dove è risaputo che il mangiare è ottimo, genuino e particolare perché esprime perfettamente la tradizione culinaria delle zone dell’alto Jonio cosentino.

Ma leggendo le varie proposte mangerecce, notiamo che piatti della tradizionale cucina del territorio manca un po' dappertutto. Infatti quelli proposti, sicuramente squisiti e ricercati, come i risotti ai frutti di mare o seppie, conditi con verdure tagliate alla francese oppure, i paccheri con gamberi rossi, nei secondi troviamo nella maggior parte dei casi sempre ricette a base di pesce condito con salse agro dolci o con strane e poco nostrane prelibatezze.

Tutto sembra eccellente ma niente richiama alla tradizione e ci chiediamo perché non proporre a vacanzieri e turisti le succulente alici scattiate o le polpettine di lumingiana tipiche di Rossano, i capperi cucinati in padella con pomodorini gialli di Schiavonea, la 'ghjotta cariatese o i maccarruni al ferretto, o ancora 'a pasta 'china e le celebri lumingiane chine che solo a dirle assumono un sapore poetico.

Perché questi piatti non sono nei menù? Per un semplicissimo motivo: perché la richiesta è altra e se la richiesta è altra vuol dire che noi non abbiamo turisti che invece vanno alla ricerca di queste tipicità. I nostri ristoranti si riempiono di autoctoni che tutto quel ben di Dio nostrano lo mangiano a casa e quindi vanno alla ricerca dello "sfizio". Insomma, è un'economia che si apre e chiude nel territorio.

Come far abboccare all’amo della succulenta e particolare cucina calabrese i turisti che ancora non hanno goduto del suo forte e caratteristico gusto? Si dovrebbe forse vendere meglio ciò che per gli abitanti della zona è usuale, quasi scontato ma per coloro che non lo sono è davvero una rarità culinaria, la buona e sana cucina calabra.

Ciò non accade evidentemente - dicevamo - perché mancano i villeggianti e il turismo è solo quello del “ritorno”, ma se anche così fosse, il gusto di leccarsi le dita dopo aver assaporato un’alice scattiata o dopo aver fatto il pieno di pipi e patate, dopo un bel piatto di maccarruni conditi con il sugo e con le pruppettedde con il formaggio locale, la cosiddetta pasta china di bisnonni e trisavoli, il tutto reso più tipico da un po' di peperoncino…farebbe di un qualsiasi ferragosto, un magnifico ferragosto doc calabrese.

Francesca Sapia
Autore: Francesca Sapia

Ha due lauree: una in Scienze politiche e relazioni internazionali, l'altra in Intelligence e analisi del rischio. Una persona poliedrica e dall'animo artistico. Ha curato le rassegne di arti e cultura per diversi Comuni e ancora oggi è promotrice di tanti eventi di arti visive