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La ruggine dell'invidia, ovvero il male che consuma chi lo prova

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MANDATORICCIO - È da questa mia rielaborazione dialettale che prende le mosse la riflessione sull'invidia che propongo in queste pagine: un sentimento antico, capace di attraversare le generazioni e di conservare intatta la propria attualità.

«Come la ruggine consuma il ferro, così l'invidia consuma gli invidiosi».

La massima, tramandata nei Motti e facezie del Piovano Arlotto, leggi il testo originale su Wikisource, racchiude in poche parole un'immagine di straordinaria efficacia. Ho inteso rielaborarla nella parlata della mia terra, trasformandola in una forma dialettale che conserva la forza concreta del proverbio:

«Cúmu 'u hfíarru quánnu s'arrúzze se cunsúme, ccussí 'a mmíria cunsúme lli mmiriúsi».

Ero adolescente quando, passando nei pressi della casa di una mia zia, mi capitava spesso di fermarmi a guardare un fabbro che abitava lì vicino. Mi incuriosiva il suo lavoro, soprattutto quando ferrava gli asini e i muli. Restavo a osservare i suoi gesti sicuri, il modo in cui maneggiava gli attrezzi e la precisione con cui adattava i ferri agli zoccoli degli animali. Era un mestiere antico, fatto di esperienza, pazienza e conoscenze tramandate nel tempo.

In quelle occasioni, il fabbro amava ripetere quel proverbio. Allora, da ragazzo, ne coglievo soprattutto l'efficacia dell'immagine, senza soffermarmi fino in fondo sul significato delle sue parole. Mi è rimasto impresso, però, quel paragone tra la ruggine che corrode il ferro e l'invidia che consuma chi la prova. Un'immagine semplice, nata dall'esperienza quotidiana di un artigiano, ma capace di raccontare una debolezza che appartiene da sempre alla natura umana.

La ruggine non distrugge il ferro in un istante. Si insinua lentamente, ne intacca la superficie e ne indebolisce la struttura. Anche l'invidia agisce così: può cominciare con una piccola amarezza, un confronto, una sensazione di ingiustizia davanti alla fortuna di qualcun altro. Se quel sentimento prende il sopravvento, finisce per condizionare i pensieri, avvelenare le relazioni e sottrarre serenità.

Due uomini cresciuti negli stessi luoghi hanno condiviso amicizie, difficoltà e sogni. Con il passare degli anni, uno dei due, grazie al lavoro, alla tenacia e forse anche a qualche circostanza favorevole, riesce a costruirsi una posizione rispettata. Non diventa necessariamente ricco, né raggiunge una fama particolare. Semplicemente, realizza alcuni progetti, conquista la fiducia degli altri e ottiene quei riconoscimenti che accompagnano una vita vissuta con impegno.

L'altro non riesce ad accettare quella differenza. Ogni complimento rivolto all'amico gli procura fastidio; ogni suo successo diventa motivo di confronto. Non si domanda che cosa possa imparare dalla sua esperienza, né quali scelte lo abbiano aiutato a raggiungere quei risultati. Preferisce pensare che sia stato fortunato, che abbia ricevuto aiuti, che i suoi meriti siano esagerati.

All'inizio sono soltanto osservazioni, battute lasciate cadere nelle conversazioni, giudizi apparentemente innocenti. Poi arrivano le insinuazioni, i sospetti, i tentativi di ridimensionare ogni risultato. Se l'amico conclude un buon affare, ci sarà sicuramente qualcosa sotto; se riceve una manifestazione di stima, qualcuno avrà esagerato; se attraversa un momento difficile, ecco comparire una segreta soddisfazione.

L'invidioso non sempre desidera possedere ciò che ha l'altro. A volte vorrebbe soltanto che l'altro non lo avesse, perché la sua felicità rappresenta, ai suoi occhi, una continua umiliazione. È questo il passaggio più insidioso: il successo altrui non viene più percepito come un fatto indipendente dalla propria vita, ma come una sconfitta personale.

Così l'uomo comincia a vivere con lo sguardo rivolto al suo simile. Ne osserva i movimenti, segue le sue iniziative, aspetta che commetta un errore. Una sua difficoltà diventa una piccola rivincita; una delusione, una segreta consolazione. Ma la soddisfazione dura poco, perché la vita dell'altro continua e offre sempre nuove occasioni di confronto.

È qui che il proverbio del fabbro mostra tutta la sua forza. Come la ruggine consuma il ferro, l'invidia finisce per consumare chi la custodisce. L'uomo che cerca nell'insuccesso altrui un motivo di consolazione non si accorge del tempo perduto e della serenità sacrificata, né di quanto abbia trascurato la propria esistenza. Mentre controlla la strada percorsa dall'altro, rimane fermo sulla sua.

Non è necessario immaginare una vicenda eccezionale per riconoscere questo meccanismo. Lo ritroviamo nei rapporti di lavoro, nell’associazionismo, nella vita culturale, nelle amicizie, persino all'interno delle famiglie. E lo ritroviamo anche nella società di oggi, dove il confronto è diventato continuo. I social network ci espongono quotidianamente ai successi, ai viaggi, agli acquisti e ai momenti felici degli altri. Spesso vediamo soltanto una parte della loro vita, quella che scelgono di mostrare, eppure ci basta per confrontarla con la nostra. L'erba del vicino ci sembra ancora più verde, anche quando quel vicino vive dall'altra parte del mondo.

Naturalmente, provare una punta di invidia non significa essere persone cattive. Può capitare a chiunque di soffrire per un desiderio rimasto insoddisfatto o per un traguardo che sembra irraggiungibile. A volte, dietro quel sentimento scomodo, si nascondono un'ambizione frustrata, un'occasione perduta, qualcosa che avremmo voluto realizzare e non siamo riusciti a fare.

La differenza sta in ciò che decidiamo di fare con quella sensazione. Possiamo trasformarla in una domanda su noi stessi, sui nostri obiettivi e sulle occasioni che vorremmo ancora inseguire. Oppure possiamo lasciarla diventare risentimento verso chi è riuscito a realizzare ciò che noi desideravamo. Nel primo caso, il confronto può aiutarci a capire meglio noi stessi; nel secondo, rischia di trasformarsi in una prigione.

Ripenso ogni tanto a quel fabbro che osservavo da adolescente mentre ferrava gli asini e i muli, vicino alla casa di mia zia. Non so se, pronunciando quel proverbio, avesse in mente una persona precisa o se stesse semplicemente ripetendo una massima imparata dalla tradizione. So che aveva trovato, nell'esperienza del suo mestiere, una metafora capace di attraversare il tempo.

Il ferro può essere robusto, ma non è immune dalla corrosione. Allo stesso modo, l'animo umano, per quanto cerchi di mostrarsi forte, può essere indebolito da sentimenti che gli sottraggono serenità e lucidità.

Forse è proprio questa la lezione racchiusa in quelle parole: la felicità degli altri non è necessariamente una nostra sconfitta. Non possiamo impedire a qualcuno di riuscire dove noi abbiamo fallito, né dovremmo averne bisogno per riconoscere il valore della nostra vita.

Perché la ruggine non abbatte il ferro con un colpo solo. Lo consuma poco alla volta, spesso senza fare rumore. E l'invidia, quando diventa il modo abituale di guardare il mondo, rischia di fare lo stesso con noi.

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica