Il porto perduto di Sybaris: una laguna scomparsa può indicare dove cercarlo
La ricostruzione del paesaggio antico della Piana di Sibari suggerisce che lo scalo della grande polis achea non sorgesse sulla spiaggia odierna, ma all’interno di un bacino lagunare collegato allo Ionio e ai rami del Sybaris/Coscile
CORIGLIANO-ROSSANO - Dove si trovava il porto di Sybaris? È uno degli interrogativi più affascinanti e ancora irrisolti della storia della grande città achea. Una polis che tra VII e VI secolo a.C. raggiunse una straordinaria potenza economica, controllò un vasto territorio e sviluppò intensi traffici nel Mediterraneo non poteva fare a meno di un approdo efficiente.
Eppure, dopo oltre un secolo di scavi e ricerche nella Piana di Sibari, non è stato individuato un porto monumentale attribuibile con certezza alla città arcaica. La ricostruzione geoarcheologica presentata nel 2024 in “Alla Ricerca di Sybaris e Thurii” propone di cambiare prospettiva: il porto potrebbe essere stato una grande laguna costiera naturale, protetta dal mare e collegata all’entroterra dai rami terminali del Sybaris, l’attuale Coscile.

Ipotesi di ubicazione del porto lagunare di Sybaris. La linea rossa tratteggiata indica l’antica linea di costa; il bacino portuale proposto si colloca a oriente di Masseria Bruscata, in prossimità di Casa Bianca e del Parco Archeologico.
Una città ricchissima, ma un porto ancora da trovare
La prosperità di Sybaris fu proverbiale già nel mondo antico. La città disponeva di una fertile chora, di produzioni agricole abbondanti e di una posizione strategica capace di mettere in comunicazione lo Ionio con le vie dirette verso il Tirreno. Proprio per questo l’assenza di un porto riconosciuto archeologicamente rappresenta una delle grandi anomalie della ricerca. Se la città viveva di commerci, dove attraccavano le navi che trasportavano uomini, vino, ceramiche e altri prodotti?

La risposta potrebbe dipendere dal tipo di porto che si cerca. Per molto tempo l’immagine spontanea è stata quella di uno scalo marittimo costruito direttamente sulla costa, con moli, banchine e una darsena chiaramente identificabile. Ma la Piana di Sibari dell’età arcaica era molto diversa da quella attuale. Il rapporto fra terra e mare era più mobile, segnato da lagune, paludi, cordoni sabbiosi e fiumi che cambiavano corso. In un simile contesto, il porto poteva essere soprattutto un ambiente naturale opportunamente sfruttato, non necessariamente una grande opera monumentale.
La geologia ridisegna la Piana di Sibari
La nuova ipotesi nasce dall’incrocio tra fonti storiche, dati archeologici e una vasta base scientifica. I dati geologici, idrogeologici, stratigrafici e geomorfologici utilizzati non sono supposizioni costruite a posteriori: derivano dagli studi specialistici richiamati nel volume Alla ricerca di Sybaris e Thurii (Nilo Domanico, 2024 – Ed. Arbor Sapientae), che negli ultimi decenni hanno analizzato in dettaglio l’evoluzione della Piana.

Le ricerche di Piero Bellotti, Claudio Caputo, Lina Davoli e collaboratori hanno ricostruito l’evoluzione sedimentologica e morfologica del delta del Crati. Altri lavori di Bellotti, Caputo, Pier Luigi Dall’Aglio, Davoli e Kevin Ferrari hanno studiato il rapporto fra insediamento umano e trasformazioni del paesaggio. Luigi Cucci ha affrontato l’evoluzione olocenica della Piana; Alessandro Guerricchio ne ha approfondito gli aspetti geomorfologici e idrogeologici; Polemio e Luise hanno studiato il sistema delle falde; Cianflone e collaboratori hanno ricostruito l’assetto stratigrafico tardo-quaternario; Vespasiano e colleghi hanno integrato dati geologici e idrogeologici, mentre Ferranti e collaboratori hanno analizzato la subsidenza che ha interessato l’area.
Da questi studi emerge un territorio estremamente dinamico. Il Crati e il Coscile hanno più volte modificato i propri alvei, fondendosi, separandosi e producendo vaste zone di sedimentazione. L’innalzamento del livello del mare dopo l’ultima glaciazione, l’apporto dei sedimenti, la tettonica e la subsidenza hanno trasformato continuamente la linea di riva. Il paesaggio che vediamo oggi, quindi, non può essere usato come semplice sfondo per immaginare Sybaris: occorre ricostruire il paesaggio di circa 2.500-2.700 anni fa.
Una costa quasi tre chilometri più indietro
Il dato più immediato riguarda proprio la linea di costa. Nel settore considerato, lo studio ricostruisce la riva dell’età arcaica circa 2.700 metri più arretrata rispetto a quella odierna. Questo significa che una vasta porzione dell’attuale pianura costiera non era ancora terra asciutta nella forma in cui la conosciamo oggi.

Fra la costa arcaica e l’entroterra si estendeva un sistema di depressioni, canali, zone umide e lagune. La carta elaborata nello studio individua un grande bacino lagunare a oriente di Masseria Bruscata, con sviluppo verso la fascia oggi prossima a Casa Bianca e al Parco Archeologico. È proprio questa area a essere indicata come possibile Porto lagunare di Sybaris.
L’antica linea di costa ne delimitava il margine orientale, separando il bacino interno dal mare aperto. La laguna avrebbe quindi funzionato come un approdo protetto: acque più tranquille rispetto allo Ionio, fondali compatibili con imbarcazioni a basso pescaggio e un accesso naturale alle vie d’acqua interne. Il porto non sarebbe stato una darsena isolata, ma parte di un vero sistema costiero-fluviale.
Il Sybaris/Coscile come via commerciale
La ricostruzione dei paleoalvei mostra che circa tremila anni fa il Sybaris, cioè l’attuale Coscile, si articolava in più rami terminali. Il ramo settentrionale si divideva ulteriormente e raggiungeva le aree oggi riconducibili all’area prospiciente a Masseria Bruscata, alimentando le lagune costiere. Un altro ramo raggiungeva lo stesso sistema più a sud, in prossimità del settore oggi segnato dal Collettore Stombi.
In questo scenario, mare e fiume non erano due mondi separati. Le navi provenienti dallo Ionio potevano entrare nella laguna e fermarsi in uno specchio d’acqua riparato; da lì imbarcazioni più piccole potevano proseguire lungo i canali e i rami fluviali verso l’interno. Il porto diventava così il punto di incontro tra navigazione marittima e navigazione fluviale, con un’evidente funzione commerciale e logistica.
Un particolare della geometria dei paleoalvei apre inoltre una suggestiva ipotesi idraulica. Uno dei rami sembra immettersi lateralmente nel bacino lagunare. Una corrente di questo tipo avrebbe potuto favorire il ricambio delle acque e contrastare localmente l’accumulo dei sedimenti, esercitando una sorta di “dragaggio naturale”.
Le navicelle di Timeo acquistano un nuovo significato
Anche la tradizione letteraria sembra acquistare maggiore coerenza se letta dentro questo paesaggio. Ateneo, tramandando una notizia attribuita a Timeo, riferisce che il vino dei Sibariti veniva condotto verso il mare e che una parte delle merci veniva trasportata in città attraverso piccole imbarcazioni. È un dettaglio che, alla luce della ricostruzione lagunare, assume un valore topografico.

Se la città fosse sorta direttamente sulla spiaggia, perché ricorrere a navicelle per trasferire parte dei prodotti verso l’interno? L’ipotesi di un porto lagunare collegato alla città attraverso i rami del Coscile offre invece una spiegazione lineare: le navi maggiori potevano fermarsi nello scalo, mentre imbarcazioni minori continuavano il viaggio lungo la rete fluviale.
Anche Orville Bullitt, nel corso delle ricerche su Sybaris, aveva richiamato le osservazioni di François Lenormant secondo cui l’esistenza di canali navigabili poteva indicare che la città fosse situata nell’entroterra e non direttamente sul mare. La nuova carta non risolve automaticamente il problema dell’ubicazione dell’intera città, ma restituisce alle fonti antiche un contesto geografico nel quale esse risultano più comprensibili.
Casa Bianca e il Parco Archeologico: una fascia strategica
La posizione di Casa Bianca e del Parco Archeologico è particolarmente significativa. Nella ricostruzione, entrambi si trovano immediatamente a ridosso del sistema paleolagunare e dell’antica linea di costa. Questo non significa che Casa Bianca debba essere identificata con il porto arcaico, ma colloca l’area in una posizione privilegiata rispetto alle antiche vie d’acqua e alla fascia portuale.

Si tratta di un elemento importante perché suggerisce che questa fascia costiera possa aver mantenuto nel tempo una funzione strettamente legata ai traffici, anche se il punto preciso di attracco può essersi spostato seguendo l’evoluzione del paesaggio.
Dove cercare adesso
La forza dell’ipotesi sta soprattutto nella sua verificabilità. Il porto non viene collocato genericamente “nella Piana di Sibari”, ma in un settore circoscritto: il paleobacino lagunare a oriente di Masseria Bruscata, in prossimità di Casa Bianca e del Parco Archeologico, delimitato verso mare dall’antica linea di costa.
Carotaggi sedimentologici potrebbero riconoscere fondali lagunari e sedimenti salmastri. Prospezioni geoelettriche e georadar, dove le condizioni del sottosuolo lo consentano, potrebbero individuare anomalie compatibili con palificate, opere di sponda, strutture lignee o canali artificialmente regolarizzati. Le analisi paleoambientali potrebbero stabilire per quanto tempo il bacino rimase navigabile, mentre studi granulometrici nel punto d’ingresso del ramo laterale del Coscile potrebbero verificare il possibile effetto di dragaggio naturale.
Non siamo quindi di fronte alla “scoperta del porto di Sybaris” in senso archeologico. Siamo però davanti a qualcosa di molto concreto: una nuova area nella quale concentrare le future ricerche, costruita mettendo insieme dati scientifici, testimonianze antiche e distribuzione delle evidenze archeologiche.
Una laguna dietro la fortuna della grande polis?
Se la proposta trovasse conferma, cambierebbe non soltanto la posizione del porto, ma anche il modo di leggere la storia economica di Sybaris. La laguna non sarebbe stata un elemento marginale o una difficoltà ambientale da superare, ma una vera risorsa geografica.
Un bacino naturale protetto, collegato direttamente allo Ionio e allo stesso tempo connesso all’entroterra attraverso il Sybaris/Coscile, avrebbe permesso alla città di integrare commerci marittimi, trasporti fluviali e distribuzione delle merci nella chora. In un’epoca in cui la morfologia naturale determinava in larga misura la posizione e l’efficienza degli approdi, una simile configurazione poteva rappresentare un vantaggio straordinario.
Il “porto perduto” potrebbe dunque non essere scomparso perché distrutto, ma perché il paesaggio che lo ospitava è stato lentamente cancellato da secoli di sedimentazione e avanzamento della costa. Per ritrovarlo bisogna prima ritrovare quella laguna. Ed è forse proprio nella geografia sepolta della Piana che si conserva una delle chiavi per comprendere la straordinaria fortuna di Sybaris.
di Nilo Domanico
STUDI SCIENTIFICI DI RIFERIMENTO
• Bellotti P., Caputo C., Davoli L., Evangelista S., Pugliese F. (2003), Evoluzione sedimentologica e morfologica del Delta del Fiume Crati.
• Bellotti P., Caputo C., Dall’Aglio P.L., Davoli L., Ferrari K. (2009), Insediamenti umani in un paesaggio in evoluzione: Interazione uomo-ambiente nella Piana di Sibari.
• Cucci L. (2005), Geology versus myth: the Holocene evolution of the Sybaris Plain.
• Ferranti L., Pagliarulo R., Antonioli F., Randisi A. (2011), Holocene episodic subsidence and steady tectonic motion at ancient Sybaris.
• Cianflone G. et al. (2018), Late Quaternary stratigraphic setting of the Sibari Plain: Hydrogeological implications.
• Vespasiano G. et al. (2019), A multidisciplinary approach for sustainable management of a complex coastal plain: The case of Sibari Plain.
• Guerricchio A. (1992), Lineamenti geomorfologici-idrogeologici della Piana di Sibari e problemi di salvaguardia degli scavi archeologici.
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