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All’aría né virímu ventuléra... : l’antica lezione contadina che mette alla prova il tempo dei social

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C’era un tempo in cui le parole passavano leggere come il vento, mentre i fatti restavano. Non perché la gente parlasse meno di oggi, ma perché la terra non si lasciava convincere dai discorsi. Pretendeva lavoro, pazienza, sacrificio e risultati. Ogni promessa, prima o poi, doveva fare i conti con il raccolto.

Nelle campagne, dopo mesi di semina e di fatica, arrivava finalmente il giorno della trebbiatura. Sull’aia si accumulavano covoni, polvere, sudore e speranze. Gli uomini lavoravano senza fretta, con quei gesti antichi imparati dai padri e dai nonni. Nessuno aveva bisogno di spiegare cosa fare. Bastava guardare.

Ogni gesto aveva un tempo preciso. C’era chi disponeva i covoni, chi preparava il raccolto, chi osservava il cielo quasi aspettando un segnale. L’aia non era soltanto un luogo di lavoro: era il punto in cui si concludeva un anno intero di attese. Ogni famiglia sapeva che da quel raccolto sarebbe dipeso il pane dell’inverno, il seme per la stagione successiva e, qualche volta, perfino la serenità della casa. Per questo nessuno aveva fretta di anticipare i tempi. La terra aveva insegnato che ogni cosa arriva soltanto quando è pronta.

Poi arrivava il momento decisivo. Si prendeva il raccolto e lo si lanciava in aria con il forcone. Era il vento a completare il lavoro. La paglia, leggera, veniva trascinata lontano. L’avena, più pesante, cadeva ai piedi di chi aveva seminato.

Era un gesto semplice. Eppure, dentro quel gesto, c’era una delle più grandi lezioni della civiltà contadina. Il vento non ascoltava parole. Conosceva soltanto il peso delle cose.

Era un giudice silenzioso, impossibile da ingannare. Non faceva differenze fra il campo del ricco e quello del povero, fra chi parlava molto e chi restava in silenzio. Bastava un soffio per rivelare la verità del raccolto. Quello che aveva sostanza rimaneva. Quello che era vuoto prendeva il volo.

I contadini lo sapevano bene e, forse proprio per questo, avevano imparato a fidarsi più dei risultati che delle promesse.

Fu osservando quella scena, ripetuta centinaia di volte, che gli anziani trasformarono un lavoro agricolo in una lezione di vita. «All’aría né virímu ventuléra: tu te pij ’a paglia e íju ’a véna.»

Una frase semplice, quasi ingenua, ma capace di attraversare le generazioni. Molti l’hanno interpretata come un invito a non discutere inutilmente. Altri come una lezione di pazienza. In realtà dice qualcosa di ancora più profondo: non serve stabilire chi abbia ragione prima del tempo. Lasciamo che sia il vento a parlare. Lasciamo che siano i fatti.

Anche nelle campagne non mancavano persone pronte a vantarsi del proprio lavoro. Ma bastava arrivare alla trebbiatura perché ogni parola trovasse la sua misura. Nessuno poteva nascondersi dietro le apparenze. Il raccolto parlava con una sincerità che nessun discorso avrebbe potuto smentire.

Era una lezione semplice e severa: il valore non aveva bisogno di essere proclamato, perché prima o poi sarebbe stato il tempo stesso a renderlo evidente.

L’aia è la vita. Il vento è il tempo. La paglia è tutto ciò che appare grande soltanto perché è leggero: la presunzione, l’invidia, l’arroganza, il bisogno di mettersi continuamente al centro della scena, le parole prive di sostanza.

L’avena, invece, è ciò che pesa davvero: il lavoro, la dignità, la competenza, la coerenza, il senso del dovere, la capacità di mantenere gli impegni, le opere. Il vento non sbaglia quasi mai. Può impiegare giorni, mesi o anni, ma prima o poi separa ciò che vale da ciò che è soltanto rumore. È sorprendente come questa antica sapienza contadina descriva con precisione il nostro tempo.

Le aie sono quasi scomparse, ma sono nate immense piazze virtuali dove milioni di persone parlano contemporaneamente. Ognuno sembra esperto di tutto. C’è sempre qualcuno pronto a distribuire giudizi, impartire lezioni, correggere gli altri, spesso nascosto dietro un profilo anonimo o dietro la sicurezza che offre uno schermo.

Le parole si moltiplicano. Le sentenze diventano spettacolo. L’arroganza viene spesso scambiata per competenza. La visibilità per autorevolezza. Il clamore per verità.

Eppure il vento continua a soffiare.

Non quello che muoveva la paglia sulle aie dei nostri nonni, ma quello, molto più paziente, della realtà. Perché la realtà non legge i commenti. Non conta i “mi piace”. Non misura il numero dei follower. Non premia chi urla più forte. La realtà guarda soltanto ai risultati.

Così, mentre qualcuno continua ad accumulare paglia fatta di parole, altri, nel silenzio, continuano a studiare, lavorare, costruire, aiutare, educare, curare e innovare. Fanno meno rumore, ma lasciano tracce.

La loro avena resta. Il resto vola via. Forse è questo il motivo per cui i proverbi non invecchiano mai. Cambiano gli strumenti, i linguaggi, le mode e i modi di comunicare, ma l’animo umano resta sorprendentemente lo stesso.

Ci sarà sempre chi rincorrerà la paglia, confondendo il frastuono con il valore. E ci sarà sempre qualcuno che, senza perdere tempo a discutere con il vento, continuerà a raccogliere la propria avena. Perché, alla fine, come sapevano bene i nostri vecchi, il vento non conserva le parole. Porta via tutto ciò che è leggero e lascia a terra ciò che ha peso.

Così è anche nella vita. Le promesse possono entusiasmare. I proclami possono riempire le piazze. Le parole possono dominare per un giorno. Ma è il tempo che pronuncia l’ultimo giudizio. E il tempo assomiglia al vento dell’aia: paziente, imparziale, incapace di farsi ingannare. Le parole possono riempire l’aria. I fatti hanno il peso della terra.

E ciò che ha peso, prima o poi, resta.

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica