Il 24 maggio del 2016 sul palco di Piazza Bernardino Le Fosse a Rossano, il leader della Lega si era detto pronto ad occuparsi della questione giustizia nella Sibaritide. Sono trascorsi 4 anni ed un breve mandato di governo ma Corigliano-Rossano rimane ancora senza un presidio giudiziario.
Legge Fornero: abolita.
Politiche rigidi e stringenti contro i migranti irregolari: attuate.
Portare la Lega alla guida del Centrodestra: fatto. A dire la verità, quelli che sono stati
i tre grandi cavalli di battaglia della sua lunga campagna elettorale (durata 3 anni, dal 2015 al 2018) prima di arrivare a co-governare il Paese insieme ai 5 stelle,
Matteo Salvini – piaccia o non piaccia – li ha portati a termine.
Peccato, però, che il leader della Lega nella sua lunga e dirompente cavalcata, che ancora lo vede in sella - più forte che mai - per la conquista dei “pieni poteri”,
abbia lasciato per strada alcuni importanti dettagli. E tra questi dettagli c’è sicuramente la battaglia per la
riapertura dei tribunali minori soppressi con la Riforma Severino sulla geografia giudiziaria. Una
questione cocente per molti territori italiani, soprattutto per la Sibaritide,
passata in second’ordine anche nel periodo di “reggenza” del Governo giallo-verde, nonostante proprio leghisti e pentastellati avessero assunto l’impegno in quel celebre “contratto di governo” (capitolo 12, pagina 22) sfumato, insieme a tutto il resto, in un pomeriggio d’estate nel trambusto della movida del Papeete. Non solo l’accordo di governo. A tenere ancora più saldo il nodo sull’impegno a rivisitare la geografia giudiziaria e garantire la riapertura (o l’apertura) di un tribunale nella Sibaritide c’era anche
una promessa stretta proprio da Matteo Salvini con il popolo calabrese durante l’ultima sua visita in terra rossanese il 24 maggio del 2016. Fu proprio in quell’occasione che l’ex sindaco Antoniotti, insieme a quella che all’epoca era la neonata dirigenza regionale e provinciale del movimento Noi con Salvini (che poi avrebbe avviato di lì a poco la scalata al comando della Lega),
consegnò pubblicamente al nascente leader del carroccio un dossier sulle disfunzioni, i disagi e le criticità che aveva provocato la chiusura del presidio giudiziario di Santo Stefano. E davanti a migliaia di persone, in quella piazza Le Fosse gremita in ogni ordine di posto da ammiratori e contestatori,
Matteo Salvini assunse l’impegno di battersi nella battaglia per la riapertura del Tribunale di Rossano. «Del resto – disse dal palco – nei mesi scorsi mi sono battuto anche per la riapertura dei Tribunali soppressi del Veneto e del Friuli e sicuramente lo farò anche per quello di Rossano». Purtroppo però che fine abbia fatto quel dossier, articolato, complesso, scottante e che Salvini sfogliò pochi attimi prima di iniziare il suo intervento, nessuno lo sa. Sappiamo che dalle sue mani, quel pomeriggio ventoso di 4 anni fa, passò in quelle del senatore
Raffaele Volpi (stratega della rivoluzione leghista e tra gli artefici dello sdoganamento di Alberto da Giussano oltre la linea Gotica), che quel giorno era appena dietro il suo leader, sul palco. E da Volpi, il “malloppo di carte” finì sui sedili posteriori di un Hummer giallo su cui viaggiava la pattuglia salviniana. Ma a prescindere da che fine abbia fatto materialmente il corposo volume di oltre 100 pagine, quello che interessa è che da allora, nulla è stato fatto, per restituire un diritto scippato ai cittadini della Sibaritide. Sarà stato che all’epoca, alle successive elezioni amministrative, nonostante la visita del suo “leader maximo” il movimento Noi con Salvini riuscì a racimolare appena 237 preferenze? Sarà stato, ancora, il fatto che la questione dei tribunali soppressi non è prioritaria nell’agenda dei governi? Sarà il fatto che la politica è sempre più allergica ai presidi giudiziari? Non si sa. È certo però che rispetto alla richiesta incessante di un intero territorio che grida da sette anni la volontà di avere un proprio presidio di Giustizia, in una terra afflitta dalla criminalità e dall’assenza dello Stato, ancora una volta ci troviamo di fronte ad una promessa disattesa.
E anche Salvini, portabandiera di un populismo sfiancante, ad oggi per questa terra rimane un politico come gli altri: che promette e non mantiene