Castrovillari, nessun «confronto al buio» il centrodestra evita il dibattito pubblico
Dopo il no di Anna De Gaio al confronto tra candidati sindaco, il "divieto" arriva anche per i candidati al Consiglio comunale. Bello e il centrosinistra avevano dato disponibilità
CASTROVILLARI - C’è un dato politico, prima ancora che giornalistico, che merita di essere raccontato nella settimana decisiva del ballottaggio di Castrovillari. Riguarda il rapporto tra una coalizione che si candida a governare la città e il confronto pubblico con la stampa libera, quella che non appartiene a partiti, comitati elettorali, apparati o tifoserie di coalizione.
Il dato è semplice: il centrodestra guidato da Anna De Gaio, in questa campagna elettorale, ha scelto più volte di non attraversare alcuni spazi di confronto indipendente. È una scelta legittima. Ma proprio perché legittima, è anche politicamente leggibile.
Era già accaduto il 29 aprile, quando la candidata sindaco del centrodestra declinò l’invito al primo confronto elettorale promosso da Eco dello Jonio tra i candidati alla guida della città. È accaduto nuovamente nella fase del ballottaggio, quando De Gaio ha fatto sapere di non voler partecipare a confronti diretti con il suo sfidante, spiegando di non accettare «confronti al buio». Formula suggestiva, certo. Ma rimasta, almeno per noi, piuttosto enigmatica. Che sarebbero i confronti al buio? Mistero!
Ora la questione si allarga. Non riguarda più soltanto la candidata sindaco. Riguarda anche i candidati al Consiglio comunale. In vista del ballottaggio del 7 e 8 giugno, questa testata avrebbe voluto dedicare uno spazio del talk dell'Eco in Diretta proprio al voto decisivo di domenica e lunedì, dando voce ai due schieramenti attraverso rappresentanti politici delle rispettive coalizioni.
Sul fronte del centrosinistra, il candidato sindaco Ernesto Bello e i candidati al Consiglio hanno dato disponibilità al confronto. Una disponibilità comprensibile anche dentro la logica della campagna elettorale: per il centrosinistra, in questa fase, ogni spazio pubblico è terreno di mobilitazione, messaggio, attacco, recupero, assalto finale. Non si lascia nulla per strada.
Sul fronte del centrodestra, invece, il confronto non è stato possibile. Giancarlo Lamensa, da noi invitato, ha declinato l’invito spiegando, almeno per quanto ci è stato riferito, di non essere autorizzato a partecipare per la linea assunta dalla coalizione. Una scelta che immaginiamo non semplice nemmeno per lui, perché chi fa politica sa bene quanto il confronto, anche quando scomodo, sia parte essenziale della rappresentanza.
Ed è qui che nasce la contraddizione politica più interessante. Pochi giorni fa, proprio De Gaio aveva costruito una parte rilevante della propria comunicazione sul valore della squadra. Aveva sostenuto che non avrebbe avuto senso un dibattito limitato ai soli candidati sindaco, perché gli elettori avrebbero dovuto valutare l’intera futura maggioranza. Aveva rivendicato il gioco di squadra, le competenze diffuse, la necessità di superare la logica dell’uomo solo al comando.
Argomento politicamente forte. Persino condivisibile, in linea di principio. Ma se la squadra è così centrale, se i consiglieri sono parte essenziale del progetto di governo, se la cittadinanza deve conoscere volti, competenze e visione della futura maggioranza, allora diventa difficile comprendere perché quella stessa squadra non possa presentarsi davanti ai microfoni di un talk giornalistico libero.
Non si tratta di pretendere presenze. Nessuna redazione può imporre a un candidato, a una candidata o a una coalizione di partecipare a un confronto. Ma una testata ha il dovere di registrare le scelte, soprattutto quando quelle scelte incidono sulla qualità del dibattito pubblico.
Perché il confronto non è una concessione alla stampa. È un servizio agli elettori. È il luogo in cui una proposta politica viene messa alla prova fuori dalla cornice protetta del comizio, della nota stampa, del post social, della piazza amica, del palco costruito attorno al consenso già acquisito.
Un confronto pubblico non è mai “al buio” quando le regole sono chiare, i giornalisti sono riconoscibili, gli invitati sono noti e il tema è la città. Al contrario, è spesso l’unico spazio in cui gli elettori possono osservare il metodo, la postura, la capacità di risposta, la tenuta politica, la conoscenza dei dossier e la disponibilità a sostenere domande non concordate.
In tutto questo, resta la libertà politica di non partecipare. E resta, con la stessa dignità, la libertà giornalistica di raccontarlo.