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Con il compasso di Dante, alla ricerca di un cerchio doloroso

6 minuti di lettura

Nei primi giorni di giugno di questa appena trascorsa estate il Castello della consorella Corigliano (non perderei occasione per ribadire la forza maggiore di una famiglia che cresce!) ha ospitato uno dei momenti più alti del periodo culturale che, pare, essersi in qualche modo arrestato, e non senza ferita alla comunità, a mio parere. Domina e padrona di casa, infatti, una donna generosa e colta, di rara sensibilità e dedizione nell’impegno civico; relatore illustre, introdotto da un illuminato amico e concittadino ormai parigino d’adozione, fu il prof Bruno Pinchard.

 Non sono stata fisicamente presente, ma la registrazione dell’evento mi ha restituito, in buona parte,  la gioia di lasciarmi anche io conquistare dalla voce tenue, l’accento morbido, ma soprattutto i concetti in tutto inediti, coinvolgenti e di ampio respiro del Presidente della Societè Dantesque de France. Affascinante in tutto la sua lettura della nostra identità culturale e del nostro territorio, alla luce di una lente capace di mettere a fuoco e unire puntini solo apparentemente lontani, per offrire una visione di unione, sintesi e unicità. Riascoltarla potrebbe fare bene a tanti.

Ma c’è stata un’espressione che, tra le altre, ho registrato e fatto mia per la portata metodologica, perché il poeta fiorentino è diventato, nelle mani esperte e precise dell’intellettuale d’oltralpe, uno strumento preciso, tarato e misurato, di lettura e interpretazione del nostro tempo e del nostro bacino sibarita, racchiuso, raccolto, accolto negli avvolgenti cerchi del compasso dantesco. Insomma, Dante, padre culturale, classico sempre vivo,  uomo in mezzo agli uomini, alle loro miserie e alla loro, a volte troppo timida, aspirazione verso l’alto, vissuto non solo come oggetto di studio e analisi, ma anche –con le dovute precauzioni- come strumento per capire, analizzare e provare ad inscrivere in forme regolari un presente che invece ogni volta ci sorprende, o forse ci spiazza, per la sua capacità di sottrarsi e sfuggire alla regolarità, coerente e rassicurante, del cerchio.

E allora, ghiera ed aste in mano, punto l’ago su questo ruvido cartoncino e provo a muovere le due asticelle,allargando e restringendo l’angolo di una visuale che ripercorra, solo e soltanto, la vita dell’Alighieri, lasciando implicito e a libera interpretazione ogni riferimento al nostro di tempo.

Firenze, fine XIII secolo, inizio XIV. Clima civico (ma in verità anche più ampio) caldo, agitato, instabile. Diffidenza e ostilità la fanno da padroni.

Fino all’anno di nascita del poeta, o giù di lì, le cose erano un po’ più chiare: guelfi, papali, da una parte; ghibellini, imperiali, dall’altra. Ma quando, tramontata la parabola di vita di questi ultimi, la tensione si consuma tutta in senso ad un unico partito, le cose si fanno ancora più aspre, a volte indefinite, alla fine familiaristiche. Bianchi. Neri. Cerchi. Donati. Quelli spingono più per l’autonomia, fors’anche per il popolo. I secondi, più legati ai magnati, sono assoggettati al potere forte d’oltre mura (allora il papato), il quale, con sempre maggiore spudoratezza, muove pedine, mette uomini, detta provvedimenti, manda bracci armati, in uniforme francese, sotto le finte vesti di pacieri. In realtà per dividere e quindi controllare. Lo insegnò Cesare e pare non lo dimentichi nessuno. Nessuno, tranne chi ha veramente a cuore il bene comune, quello che si fa solo con l’unione e la compattezza, pur nella consapevolezza di quanto sia difficile fare sintesi, specie nelle fasi iniziali di fisiologico assestamento.

Dante è un piccolo aristocratico e per questo chiamato, per accedere alla vita politica attiva, ad iscriversi alla Corporazione dei medici e degli speziali in ossequio alle regole, attenuate, degli Ordinamenti di tal Giano della Bella. Medici e farmacisti? Ma l’Alighieri non era poeta e scrittore di saggi? Beh, nel Medioevo i confini dei saperi sono labili e medicina e filosofia, che il nostro frequentò spesso, sono sentite affini. Ma vi stupite? Ogni tempo e ogni uomo ha da far qualcosa per scendere nell’agone. E questa iscrizione di Dante, alla fine, non è poi così incoerente come invece altre!

Altrettanto naturale era allora che al matrimonio si procedesse per contratto e fu attraverso tale via che le sorti di Durante (questo il suo vero nome, lo ricordavate?) e di Gemma vengono scritte quando il giovane di anni ne aveva dodici appena. Non gli rimproveriamo, perciò, adulterio e infedeltà se solo di Beatrice (anch’ella sposata) e d’altre alcune donne, gentili o meno, scrive nei suoi versi.

La consorte gli porta piuttosto in dote una parentela fors’anche imbarazzante, per quanto non delle più strette; già, perché Donati faceva la giovine di cognome, proprio come quel brutto ceffo, Corso, che, con violenza e arroganza capeggiava i Neri e fu la pedina principale e la spada del buon Bonifacio. Ma due cose su questo mi piace ricordare: una è che, i tre fratelli Donati che furon di qualche cuginanza con il nostro, erano davvero l’uno così diverso dagli altri, che l’autore della Commedia non esita a piazzare il detto nell’inferno, e in malo modo; il fratello e suo simpatico amico di cose letterarie, Forese, nel Purgatorio, dove forse Dante stesso si immaginava di finire; e la sorella, nobile e gentile d’animo, Piccarda, nei primi cerchi del Paradiso. Vedete quanta lucidità d’analisi e poco condizionamento?  

L’altra è che tale, pur non stretta, parentela non lo condizionò nella sua scelta di campo. Neutrale sulle prime, fors’anche per l’amicizia con Forese, dei Donati sarà poi fieramente avversario. E la pagò amaramente.

E qui mi avvio a chiudere, o provare a farlo, quel cerchio assai incerto e difficoltoso.

Politico di primo piano per alcun tempo (poco in verità, data l’instabilità di quegli anni), integro e severo, rigido nella sua coerenza e poco propenso a farsi tirare per la giacchetta, quando si trattò di allontanare dalla città i capi facinorosi delle due fazioni per ripristinare serenità e una tregua, non si ritrae neanche quando, con sofferenza non comune, deve inserire in quelle liste il nome dell’amico e guida poetica Guido Cavalcanti, che tra l’altro se ne ammala fino a morirne di malaria.

Saliti al potere i Neri (con vivo compiacimento, complicità anzi, di quel potere troppo temporale e poco spirituale di Bonifacio), il suo priorato, la sua decisa e mai implicita avversione verso le mire esterne sulla città di Firenze, il suo tentativo di compiere realmente la missione di paciere, la sua fiducia nell’autonomia e nella necessità che ogni istituzione faccia il suo di compito e non altro, dacché il mondo ha bisogno di sole e luna per vivere e mai di due soli, lo portano a ricevere la condanna.

Non scende a patteggiamento alcuno, non si presenta a giustificarsi di fronte a quella giustizia iniqua, non vuole usufruire di alcuna amnistia e, quand’altri, esiliati come lui, vogliono usare la violenza per risolvere la situazione, sdegnato, senza un soldo, senza casa, senza famiglia, senz’altro che non la sua dignità, sceglie di fare parte per se stesso e legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade, in esilio passa gli ultimi vent’anni, quasi, della sua non lunghissima vita.

Exul immeritus, florentinus natione, non moribus, viene travolto da una montagna di accuse, via via crescenti, costruite a tavolino, fino a condannarlo in contumacia per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti e addirittura pederastia!!!

Il compasso trema, il cerchio traballa, sul cartone sempre più ruvido del nostro tempo. Ma voglio chiudere con l’ultimo tratto di mina.

Il padre della nostra letteratura, quello che oggi celebriamo nei settecento anni della sua dolorosa morte a Ravenna, riscaldato solo dall’affetto di qualche mecenate amico e forse dalla diffusa stima che aumentava nei suoi confronti, fu un migrante.

Ho sempre provato ad immaginarmelo lui, senza casa, senza la sua biblioteca, un armadio, uno scrittoio stabile, un suo studio… lui, migrante, nell’atto di comporre quelle opere ciclopiche e dottrinali, sempre prodigo di citazioni e rielaborazioni sistematiche, alla ricerca, nelle sue opere cosiddette minori, di una lingua che, come ribadirà anche don Milani, sola può renderci cittadini veri; di una cultura che non voleva restasse mezzo di potere di pochi, ma che nutrisse la mente dei più e di un istituzione che, sottraendosi ai pericoli sempre incombenti della sete di denaro, potesse mirare solo alla felicità degli uomini.

Ho provato ad immaginarmi lui mentre, sudato, sporco, stanco, non credo sbarbato e in abiti e tenuta mai troppo curata, dolorosamente, ma con dignità faticosa, saliva e scendeva l’altrui scale.

Provate anche voi ad immaginarvelo lui, esule, lui migrante, lui nostro faro, padre culturale condannato ingiustamente; sì, ingiustamente, ma quando, sette secoli fa, vigeva un sistema giudiziario ben diverso da quello odierno. O non è così?  

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.