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Dante Maffia e il suo Federico: l’imperatore davanti all’amore, al potere e alla morte

6 minuti di lettura

Non soltanto Federico II, lo stupor mundi, ma l’uomo nascosto dietro la corona: fragile, inquieto, innamorato, costretto a fare i conti con il potere, gli errori, la fede e l’avvicinarsi della morte. Nel suo nuovo lavoro narrativo, Il romanzo di Federico, pubblicato da Jonia Editrice, Dante Maffia affida all’imperatore una lunga confessione che attraversa storia e invenzione, memoria e poesia. Alessandra Mazzei entra nelle pieghe di quest’opera ambiziosa e ne restituisce la densità più profonda: il rapporto con Bianca, il tributo alla terra natale e quel castello di Roseto Capo Spulico che diventa luogo dell’anima, rifugio e promessa di eternità.


di Alessandra Mazzei
In un'opera complessa e ambiziosa, che in più passi, in forma esplicita e implicita, si riconosce figlia di “Memorie di Adriano”, Dante Maffia con “Il romanzo di Federico”, di recente affacciatosi sul panorama letterario nazionale per la Collana “Poesia letteratura e società” della Jonia editrice, torna ad abitare la narrativa. Lo fa con un testo immaginato, iniziato e conservato nel cassetto da diversi decenni, così come avviene, probabilmente, per quelle pagine in cui l'autore sente di star assolvendo ad un debito emotivo e identitario verso se stesso, la propria terra e i propri maestri ideali; o come quando si sente che quell’opera può segnare una tappa particolarmente significativa del proprio percorso personale, oltre che artistico. Impresa non facile, quindi, ma, per tutte queste ragioni, intrisa di quella densità riflessiva, culturale e sentimentale che si impone, da subito, come cifra stilistica caratterizzante di un testo che saprà presto fare parlare di sé.

È dell'uomo Federico la voce intima, divagante e ininterrotta che, con un flusso di coscienza di sveviana memoria, o prima ancora dell'Ulisse dublinese, alterna riflessioni liriche, esistenziali, politiche e culturali, in un impianto che volutamente non insegue alcuna struttura rigida né lineare.

La voce narrante autodiegetica di questa che il protagonista stesso definisce “una lunga lettera” o “lungo racconto” prova a ripercorrere la storia della propria vita, ma con due consapevolezze: che essa sia stata così precipitosa e caotica da avergli dato spesso l’impressione di non averla davvero vissuta, ma presa in prestito; e che “tra lo scrivere la storia, cioè farla, e narrarla, c’è una differenza enorme”. D’altra parte, tra le meditazioni che felicemente si alternano alle rievocazioni dei fatti, emerge la difficoltà intrinseca di registrare una vita, per il fatto stesso che la realtà in sé non esiste, ma al suo posto emergono le mille possibili percezioni ed interpretazioni che di essa i diversi attori ne hanno e, in primis, quella che il soggetto stesso elabora, rimaneggiandola, nei propri ricordi. Si tratta di confessioni che frequentemente chiedono soccorso agli autori classici per cercare risposte o solo il conforto di muoversi nell’orizzonte di quella humanitas che nulla fa sentire estraneo a sé e che non conosce ruoli e corone. Eppure, tali rivelazioni interiori non cercano perdono, sfuggono alla tentazione di alibi e autoinganni e si posano a volte sulla pagina con la crudeltà e il cinismo che solo una ricerca sincera di verità può avere. Come si legge nella raffinata e profonda prefazione di Giuseppe Trebisacce, si tratta di un “monologo che non cerca assoluzione ma comprensione” e il destinatario esplicito, che pure c’è ed è il vero filo d’Arianna della complessa e a volte labirintica matassa interiore che viene a dipanarsi sotto i nostri occhi, si impone - per continuare a prendere in prestito parole e concetti dalle acute pagine introduttive - come “principio ordinatore del racconto stesso”.

L'intero impianto memorialistico risponde, infatti, ad un'interpretazione del tempo interiore più che cronologica - secondo la visione filosofica di Bergson e di diverse felici esperienze della narrativa novecentesca -, spesso soffermandosi su quelle “sciocchezze che spesso mi hanno fatto compagnia durante le ore neutre, quelle che appallottolano sentimenti e raziocinio e lo buttano in una sorta di pantano melmoso”.

A dare motivazione e stimolo al tutto lei, la Bianca Lancia che la storia affianca a Federico, ma che nel romanzo è, semplicemente e potentemente, solo “Bianca”. Evocata più che narrata; idealizzata piuttosto che descritta; ricordata, invocata, attesa più che posseduta, questa figura femminile si staglia tra le pagine di quest’architettura storico-psicanalitica come la chiave di volta di un’esistenza vissuta spesso più per obbligo che per scelta, quasi mai nella libertà e spesso senza la consapevolezza piena di azioni repentine e talvolta istintive, difensive, strategiche all’interno di quella “cloaca senza via d’uscita” che è la politica. Ma ora, invece, Federico, l’uomo Federico, ha necessità di cercare risposte. Meglio, ha necessità di fermarsi sulle domande più profonde dell’esistenza di un uomo, pur sapendo che sono destinate a rimanere nel limbo di una affannata, a tratti disperata, ricerca di senso: “Perché si nasce, perché si ama, perché si muore. E cos’è il Tempo, che cosa è il Potere, che cos’è la Politica e che cosa è la Religione? Dio, se c’è, perché permette questa baraonda e questa confusione e non illumina il senso delle cose evitando di far trionfare la cattiveria e il dolore?”. Basterebbe questo passo a dare la misura di quanto attuali e urgenti siano le pagine di Maffia.

Bianca, insieme alla giovane Shakila, riscatta le altre donne: da quelle ricevute in moglie, ma quasi mai amate e non sempre rispettate, a quelle che la vita, tra i vicoli o nella reggia, ha posto sulla strada del monarca: nessuna capace di insegnare o suscitare l’amore, ma percepite da Federico solo come provvisorie compensazioni ai vuoti della frenesia e degli obblighi imperiali. Bianca no. Lei gli ha insegnato che “l’amore è un sentimento attivo, una conquista, non una resa. L’amore è dare e non ricevere”, è la forza vera su cui si regge il mondo e su cui, proprio per questo, i poeti non smetteranno mai di scrivere e indagare.

E, provando, pur con rispettosa prudenza, ad addentrarsi nell'officina dell'autore, come non notare due colossi con cui lo scrittore si è trovato a fare i conti: il primo è la sua terra natìa.

Il romanzo di Federico, infatti, affianco a tutto il resto, è anche un tributo di gloria e narrazione reso a Roseto Capo Spulico, laddove quell'imponente e scenografico Castrum Petrae, che, per imponenza e fascino, primeggia tra i tanti fatti edificare dallo svevo, assurge ad essere il luogo dove maggiormente l'animo dell’imperatore trova tregua e ristoro dalle fatiche quotidiane e può coltivare la passione per i suoi falconi.

I castelli, d'altra parte, per il monarca che stupì il mondo, non sono solo edifici di riposo o avvistamento, ma uno, anzi il linguaggio attraverso cui vincere l'ansia dell'oblio e rispondere al bisogno che il proprio passaggio sulla terra lasci segni di sé nella bellezza, nell'armonia, o anche solo nell'offrire idealmente un luogo di riferimento ad intere comunità: tutte le altre cose della vita dell’Hoenstaufen diventeranno menzioni su qualche pagina di storia, ma “i castelli invece saranno vivi, luoghi in cui io continuerò a passeggiare, a far volare i miei falchi, a scrivere poesia e ad amare te”.

L’autore ha un bel da fare a conciliare una consistente e impegnativa documentazione storico-letteraria con quello spazio di libera creatività poetica  che già Manzoni aveva legittimato con il suo romanzo, salvo poi entrare in crisi rispetto al complesso mescolarsi di storia e invenzione; ma Dante Maffia riesce a tenere responsabilmente e armoniosamente in equilibrio i due piatti e a muoversi con disinvoltura in entrambi i campi.
Se il desiderio/bisogno di omaggiare la sua terra è stato probabilmente uno dei motori e allo stesso tempo dei fini di questa operazione autoriale, l’altra dimensione che fortemente avrà agito nello scrittore sarà stata la sua profonda e autorevole essenza di poeta.

Quale migliore scelta di soggetto narrativo se non proprio quel Federico grazie al quale la poesia varcò il confine occidentale e, in fuga dalla Provenza, iniziò il suo corso nella nostra penisola da quella Palermo in cui l'imperatore volle erigere nella sua corte un tempio che unisse il dialogo interculturale e la creatività lirica. E non sono poche, nel romanzo, le pagine poetiche, così quelle in versi come alcune che, pur dalla prosa, strizzano l'occhio ad un lirismo che va oltre le cesure metriche e gli enjambements, per nobilitare i pensieri più profondi e intensi di un uomo cresciuto troppo presto e che, raggiunta la maturità, proprio quando sente fastidioso approssimarsi l'odore putrido della morte, spogliatosi delle vesti imperiali, ha bisogno di guardare al suo passato, alle sue fragilità, alle sue necessità, ai suoi errori e ad alcuni ordini particolarmente pesanti che il ruolo gli ha imposto di dare, ma che il cuore fa ancora fatica a perdonarsi, mentre, stanco, scientemente prossimo alla fine, sembra finalmente aver colto il potenziale segreto di quella felicità inseguita più che conosciuta. Una felicità su cui l’imperatore e - così sembra di leggere - l’autore protendono ansiosamente e con profonda umanità il loro sguardo da quel castello ben visibile dal balcone della casa dello scrittore e che “ha ingombrato” il suo sguardo da sempre, “fino a quando non si è popolato di fantasmi, di guerrieri, di falconi, di belle dame” (cfr. Premessa) e di amore; quel “castello arroccato nella sua maestosità sopra una roccia a strapiombo sul mare” (cfr. Prefazione); un castello che da oggi resterà indelebilmente associato a queste intense pagine de “Il romanzo di Federico” che Maffia e la Jonia editrice hanno regalato a quel “piccolo borgo della Magna Grecia Sibarita” che è Roseto Capo Spulico.  

 

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.