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DIARI DI STORIA - Sibari-Crotone, la vera battaglia tra Hylias e Traente: il mistero del Fiumenicà

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Il Fiumenicà, originariamente Hylias, segnava il confine tra le poleis di Sibari e Crotone almeno fino al 510 a. C., anno in cui avvenne lo scontro bellico tra le due città. Le fonti storiche più antiche non sono chiare nell’indicare se il luogo preciso della battaglia sia stato alla foce del Fiumenicà o del Trionto (già Traente), ai confini oggi tra Corigliano Rossano e Mirto-Crosia. Il primo a parlare del Traente è stato il filosofo siro di lingua greca Giamblico (250-330 d. C.) che ne fa cenno nella sua Vita di Pitagora attribuendo proprio al filosofo l’idea di allontanare e disperdere i sopravvissuti alla sconfitta e di sommergere la città deviando il corso del fiume Crati al fine di cancellarne la memoria: una specie di rito di damnatio memoriae. Sibari, infatti, non sarà più ricostruita su quel sito e solo intorno al 444 a. C., col beneplacito di Pericle di Atene, venne rifondata più all’interno, probabilmente nel territorio dell’attuale Terranova da Sibari, come colonia panellenica aperta a tutti, col nome di Thurii. Conquistata poi dai Romani nel 194 a. C., venne da loro rifondata in un nuovo sito col nome di Copia Thurii, anche se si continuò di fatto a chiamarla Thurii.

Non tutti gli storici, comunque, sono d’accordo sul fatto che lo scontro tra le due città sia avvenuto proprio alla foce del Traente. Molti, infatti, con una certa maggiore attendibilità, sostengono che lo scontro si sia consumato sull’Hylias e che al Traente, dopo un serrato inseguimento, ci sia stata la battaglia finale col tracollo di Sibari e la successiva distruzione della città.

A guidare l’esercito crotoniate, formato da centomila soldati, fu l’olimpionico Milone, il quale, secondo una tradizione leggendaria, riuscì a sconfiggere l’esercito sibarita tre volte più numeroso con uno stratagemma singolare. Avendo saputo che gli avversari utilizzavano cavalli ammaestrati ad eseguire passi di danza negli spettacoli al suono di flauti, dispose davanti al suo esercito una schiera di suonatori di flauti che, al momento dell’imbatto, attaccarono a suonare le stesse melodie note ai cavalli, per cui questi si misero a ballare col risultato che le avanguardie sibarite furono disarcionate e battute, costringendo alla ritirata il resto delle milizie, poi raggiunte sul Traente e disfatte del tutto con quello che è seguito.

Si vuole che l’Hylias abbia cambiato nome in Nikà, (nikè in greco vittoria), per lasciare alla memoria il fiume della grande vittoria dei Crotoniati sui Sibariti. Pare, però che le cose non siano andate proprio così perché ancora nel V secolo a. C. il fiume conservava il nome di Hylias e non Nikà. Lo storico Tucidide (sec. IV a. C.), infatti, nelle Guerre del Peloponneso, guerre che tra il 431 e il 404 a. C. videro in lotta Atene e Sparta per il dominio sulla Grecia, racconta che Thurii volle affiancare Atene nella lotta inviando in soccorso mille soldati. A questi, però, venne impedito di imbarcarsi dal porto di Crotone, per cui dovettero salire sulle navi proprio alla foce del fiume Hylias. Così, infatti, vi si legge: “Appena i Thuri furono pronti per unirsi a Demostene e Eurimedonte con settecento soldati gravi e trecento lanciatori, comandarono alle navi di avanzarsi lungo la costa fino alla spiaggia crotoniata; mentre essi, fatta prima la rassegna delle genti presso il fiume Sibari, le conducevano attraverso il territorio di Thuria. E giunti che furono sul fiume Hylias, i Crotoniati mandarono ad essi ambascerie significando che non sarebbe di loro gradimento il passaggio dell’esercito per le loro terre; calarono perciò al piano e pernottarono presso il mare alla foce del fiume Hylias, da dove poi furono fatti salire sulle navi accorse. Il dì seguente imbarcatisi costeggiarono, fermandosi nelle diverse città (tranne Locri) finchè pervennero a Petra del contado di Reggio”. 1

C’è da ricordare inoltre che nei pressi del fiume Hylias durante l’Impero Romano venne fondata la stazione di “Paternum”, una delle stazioni itinerarie della strada romana jonica riportata negli Itinerari Antonini”. 2

Il nome di “flumen Nicà”, invece, compare solo nell’alto Medioevo quando il Brutium diventa Calabria, parte dell’Impero Romano d’Oriente. Questo fa capire che il cambio del nome in Fiumenicà, molto tardivo rispetto allo scontro bellico del 510 a. C., sia avvenuto per altri motivi da collegare piuttosto ad una composizione latino-bizantina che al nome generico latino di “flumen” (fiume) avrebbe aggiunto il suffisso greco “-ikà”, da cui appunto il toponimo “flumen-ikà” (Fiumenicà), un semplice nome ibrido latino-greco senza alcun riferimento alla vittoria (“nikà”) dei crotoniati sui sibariti. Tra l’altro l’idronimo Fiumenicà, ormai divenuto di uso comune, è menzionato dallo scienziato arabo Al-Idrisi, che nel sec. XII operò alla corte di re Ruggero II a Palermo (1130 – 1154). Nel suo trattato di geografia descrittiva “Il libro di Re Ruggero”, infatti, tra le informazioni sulle distanze geografiche del Regno, annota che “Dalla Punta dell’Alice alla chiesa situata sulla Punta di Fiumenicà: 12 miglia. Da qui a Rossano 20 miglia”. 3

Della chiesa non si hanno altre notizie, ma di certo, per motivi di sicurezza per le continue incursioni dei Saraceni, nel sec. XVI gli Aragonesi di Napoli anche alla foce del Fiumenicà, come a quella del Trionto, provvidero a far erigere torri di avvistamento ed in particolare la Torre di Fiumenicà (anche nota come Torre di Policaretto) e quella cosiddetta dei Naviganti o dei Forestieri al Trionto.

Tornando al problema da cui siamo partiti, per le considerazioni fatte, sembra storicamente valida e plausibile la soluzione che il primo scontro rovinoso tra Sibari e Crotone sia avvenuto sul fiume Hylias e che poi venne completato con la sconfitta definitiva dei sibariti in fuga alla foce del Traente.


NOTE
1 Cfr. TUCIDIDE, Guerre del Peloponneso, libro VII. 35.
2 La notizia è riportata anche da F. LENORMANT, La Grande Grèce, Paris 1879.
3 Cfr. Tavole V, VI e VII. Il riferimento è riportato da P. DALENA, Strade e percorsi nel Mezzogiorno d’Italia (secc. VI-XIII), Edizioni Duemme, Cosenza 1995, pp. 36-37.

Luigi Renzo
Autore: Luigi Renzo

nato a Campana, è sacerdote dal 1971. Per oltre trent'anni parroco a Rossano, ricoprendo anche gli incarichi di Vicario Generale dell’Arcivescovo, Direttore del Museo Diocesano e dell’Ufficio regionale per i Beni Culturali Ecclesiastici. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e la laurea in Pedagogia all’Università di Urbino. Ha insegnato nelle scuole statali ed è stato docente di Beni Culturali e Antropologia Culturale presso il Seminario Teologico di Cosenza. Giornalista e Socio delle Deputazione di Storia PatriaCalabria, ha al suo attivo innumerevoli pubblicazioni ottenendo diversi premi letterari anche nazionali. Nel 2007 vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, è diventato vescovo emerito nel 2021. È rientrato nella sua diocesi di origine e oggi vive a Corigliano-Rossano. All’interno della CEC è stato Vescovo delegato per le Comunicazioni Sociali e Beni Culturali nel ruolo di Segretario; membro Commissione Comunicazioni Sociale della CEI