DIARI DI STORIA - Cicerone racconta la Sibaritide romana: le ville perdute dell’agro di Thurii
Un processo per terre occupate, schiavi armati e ville rustiche contese riporta alla luce la grande ricchezza agricola della Sibaritide romana, dove l’aristocrazia di Roma investiva fortune tra campagne, commerci e potere
Marco Tullio Cicerone, il più famoso oratore romano vissuto tra il 106-43 a. C., venne chiamato intorno al 72-71 a. C. a difendere come “patronus” (avvocato) tale Marco Tullio, suo omonimo ma non parente, contro Publio Fabio, proprietario di un fondo “in agro Thurino”, confinante col suo, dove entrambi possedevano una villa rustica.
Cicerone nella sua orazione difensiva “Pro Tullio”, di cui purtroppo sono pervenuti solo frammenti, illustra la vicenda accusando Fabio di aver occupato abusivamente una parte del terreno del suo patrocinato. Discussa a Roma, la causa si era chiusa a favore del legittimo proprietario Marco Tullio, ma risentito per lo smacco, Fabio diede sfogo alla sua rabbia facendo aggredire dai suoi schiavi quelli del suo vicino, uccidendone violentemente alcuni.
Contro Marco Tullio, nuovamente ricorso alla difesa di Cicerone, l’avversario si difese sostenendo che la morte degli schiavi era avvenuta non per aggressione, ma durante uno scontro fortuito tra le due parti contendenti, finito con la morte degli schiavi di Tullio per responsabilità reciproche. Cicerone, invece, nella requisitoria dimostrò che si trattò non di un incidente casuale, ma di violenza voluta perchè gli schiavi di Fabio avevano cercato di impadronirsi del terreno altrui lottando non con la forza del diritto, ma con la violenza e con le armi (“non iure sed vi atque ferro contenderunt”). Gli schiavi di Fabio, infatti, erano penetrati armati e male intenzionati nel fondo di Tullio, decisi a prenderne con la forza il possesso (“in hoc fundo Marci Tulli armati homines irruperunt, possessionem eius expugnare conati sunt”).
Purtroppo la frammentarietà del testo pervenuto della Pro Tullio non consente di ricostruire pienamente tutto il contesto, ma di certo offre molti spunti per capire che l’agro di Thurii, già in età repubblicana, era fortemente strutturato in molteplici proprietà agrarie (praedia) con edifici residenziali (villae), di solito condotte e amministrate da “procuratores” che, per conto del “dominus” dimorante per lo più a Roma, dovevano sorvegliare e controllare i “vilici”, personale servile per lo più schiavi. Al tempo del Consolato di Silla e del primo Triumvirato (II-I sec. a. C.), applicando le delimitazioni graccane, il territorio dei Brettii, compresa anche la Sibaritide, venne suddiviso in centurie quadrate ognuna di 200 iugeri di terreno ed il rimanente in piccoli lembi di terre, da distribuire ad acquirenti e a benemeriti dello Stato (militari, veterani, magistrati, ecc.). (1)
Non si tratta chiaramente di ville “ad otium” o di villeggiatura, ma di veri centri economici di produzione anche intensiva e commercializzazione di cereali, olio, vino, allevamenti di animali, che potevano contare su una rete di smercio e di scambio sia terrestre attraverso la vicina Via consolare Popilia e la Traianea, sia marina per la presenza del vicino porto di Thurii che collegava via mare con la Grecia, con Taranto, con Crotone ed altri lidi.
Dall’Orazione di Cicerone non si ricava nulla a riguardo della ubicazione territoriale delle due ville di Tullio e Fabio, a parte che erano confinanti tra loro e site “in agro Thurino”. Anche per l’individuazione di questi due personaggi nel contesto si resta nel vago e nell’ipotetico. Quello che si arguisce è che Marco Tullio aveva ereditato dal padre un ricco fondo a Thurii, confinante con quello di Publio Fabio, che lo aveva acquistato a caro prezzo dal senatore C. Claudio. Quando si accorse, però, che i suoi terreni erano poco produttivi, provò ad appropriarsi con la forza di una parte di quello di Tullio, con tutto il seguito che è stato ricordato.
Pur con questa difficoltà identificativa del sito, sappiamo che l’agro Thurino all’epoca era già completamente inserito nel sistema agrario romano ed era intessuto di numerose ville rustiche-masserie, per cui ogni tentativo di individuazione lascia nell’incertezza anche se le recenti scoperte archeologiche nel territorio non lasciano dubbi sulla loro esistenza. Un dato, comunque, che può aiutare a trovare una risposta al problema potrebbe venire dallo stesso Cicerone quando annota che il fondo ereditato da Marco Tullio rientrava nella centuria “quae Populiana nominetur”, il che potrebbe orientarci a ubicarlo nell’agro Thurino attraversato dalla Via Popilia.
In questo senso, i resti di una importante Villa romana venuti alla luce durante lavori di scavo condotti tra il 1980 e il 1998 in località Larderia lungo il fiume Esaro in comune di Roggiano Gravina non lontana dall’antico percorso della Popilia, potrebbe essere proprio una delle nostre Ville. Questa tra l’altro doveva essere abbastanza ricca e dotata di un ampio complesso termale con un pavimento musivo policromo, di cui un lacerto decorato a losanga è oggi esposto nel Museo Archeologico di Sibari.
Considerata, comunque, la vasta diffusione di ville romane che in questi anni stanno venendo fuori da scavi effettuati nell’agro thurino, non si può escludere a priori che le ville ciceroniane di Marco Tullio e Publio Fabio possano essere ubicate altrove e magari in siti più centrali rispetto al tradizionale rilevamento dell’antica Thurii. Resti di ville romane di vario genere risalenti alla stessa epoca repubblicana sono emersi, infatti, anche in località Grotta del Malconsiglio, al confine tra Corigliano e Spezzano Albanese su una collinetta prospiciente il fiume Coscile, affluente del Crati; come pure a Plainetta-Matavia in contrada Apollinara; ed ancora lungo il torrente Muzzolito, affluente sulla destra del Crati, in località Fonte del Fico di Corigliano, anche questa dotata di un pavimento in cocciopesto decorato di losanghe. (2)
Questi sono alcuni esempi delle innumerevoli ville rustiche romane, i cui resti sono finora affiorati nel territorio, anche se occorre precisare che per nessuna di esse esistono prove incontrovertibili di riconoscimento identificativo accertato, per cui le mie restano pure ipotesi di lavoro nella speranza che altre scoperte e scavi archeologici mirati possano presto dare risposte più decisive sul panorama d’insieme delle evidenze archeologiche della zona.
In conclusione, dall’insieme dei molteplici dati disponibili che ci testimoniano una presenza massiccia di ville rustiche e fattorie romane disseminate in tutto il territorio, possiamo cogliere la grande considerazione in cui era tenuto l’agro di Thurii e dell’intera Sibaritide al punto da convincere i maggiorenti e l’alta aristocrazia di Roma, come nel caso delle nostre due famiglie di Marco Tullio e Publio Fabio, ad investirvi risorse umane e finanziarie destinate a creare, peraltro in estrema periferia, strutture e centri produttivi anche intensivi che certamente dovevano offrire e garantire a chiunque notevoli vantaggi economici. Del resto della ricchezza, della fertilità delle terre e della prosperità economica dell’agro Thurino i Romani ne erano pienamente convinti, tanto da chiamare Copia Thurii la colonia da loro fondata nel 194 a. C. sul sito della precedente città greca di Thurii.
NOTE
(1) “Provincia Brittiorum centuriae quadratae in iugera CC et cetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites: cfr. Corpus Agrimensorum Romanorum, corposa raccolta di testi latini del V secolo d. C. in cui sono descritte le assegnazioni di terre e le centuriazioni di diritto pubblico o assegnate ai veterani e ai soldati. Il Corpus, che comprende il Liber Coloniarum, è stato pubblicato dal filologo tedesco Karl Lachmann (1793-1851). Concepito come un rettangolo, il iugero romano era un’antica unità di misura di superficie corrispondente ad un quarto di ettaro di terreno (ca. 2520 metri quadri), pari alla terra arabile da una coppia di buoi in una giornata di lavoro.
(2) Per una più dettagliata e compiuta descrizione dell’organizzazione delle ville rustiche romane rimando al saggio di Antonio Battista Sangineto, Roma nei Bruttii. Città e campagne nelle Calabrie romane, Ferrari Editore, Rossano 2013.