2 ore fa:Torna la Medicina dello Sport a Castrovillari, Milanese (FdI): «Finalmente attenzione dopo anni di vuoto e disagi»
56 minuti fa:Voci che cambiano la storia: il Liceo “San Nilo” promuove una giornata di studi su donne, pace e Afghanistan
3 ore fa:Studenti in esilio da oltre un anno: il Liceo Bruno ancora senza una data di rientro
19 ore fa:San Morello, il sindaco ricostruisce un anno di segnalazioni e richieste: «La burocrazia ha rallentato tutto»
1 ora fa:Acquaformosa, concorsi comunali nel mirino. Capparelli: «Spreco di risorse e scelte senza visione»
26 minuti fa:Arsac, Madeo (Pd) chiede di procedere con urgenza all'approvazione dell'atto aziendale definitivo
1 ora fa:Gelata devastante nella Piana di Sibari. L'agricoltura in ginocchio chiede aiuto
3 ore fa:Tragedia agricoltore a Mormanno, l'allarme di Federacma: «Mezzi agricoli vecchi e privi di controlli»
4 ore fa:Lotteria Italia 2025: la fortuna bacia anche la Calabria del nord-est
2 ore fa:Expo Arberia 2026: aperte le iscrizioni al Premio Internazionale di Pittura “Luigi Amato” dedicato a Skanderbeg

L'atmosfera che si respirava a Mandatoriccio in un giorno di festa negli anni '70

9 minuti di lettura

CORIGLANO-ROSSANO - L’autore mandatoriccese-rossanese, dopo essere stato selezionato nei precedenti quattro concorsi letterari nazionali di narrativa breve: “Racconti Calabro Lucani, 2022”,  “Racconti di viaggio e d’avventura, 2022; “Storie e Leggende di Natale, 2023” e “Idee e Proposte per la Cultura Italia, 2025”, per la quinta volta consecutiva entra a far parte dei selezionati al Concorso Letterario di Historica Edizioni: “Storie e Leggende di Natale, 2025” con un avvincente racconto dal titolo: "La voglia di ritrovarsi…", ambientato nella Mandatoriccio degli anni ’70, in cui si mette in risalto il valore della memoria e delle proprie radici.

Franco Emilio Carlino, Socio Corrispondente dell’Accademia Cosentina, Socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e Componente del Comitato Scientifico dell’Università Popolare di Rossano, entra così a far parte nuovamente dell’antologia di Historica per la Narrativa.       

Pubblichiamo di seguito il testo integrale del racconto "La voglia di ritrovarsi…".

Era il Natale del 1973, e l’atmosfera immergeva tutti in qualcosa di magico. 
La casa materna, a Mandatoriccio, sembrava avvolta da un’aria che sapeva di antico. Sorgeva adagiata sui fianchi della collina, a 565 metri d’altezza, in via Cava, dove l’odore pungente dei camini accesi si mescolava a quello del pane appena sfornato. L’aria natalizia tagliava la pelle come una lama ben affilata, ma dentro casa, i vetri appannati raccontavano un'altra storia: quella di ritorni, delle mani infarinate, delle voci accavallate in cucina, e del profumo del Natale che, finalmente, si affacciava. 

Il paese era addobbato come sempre. Le luci gialle, appese tra i balconi e tra le vie strette del centro, tremolavano leggere, come a voler accompagnare il rientro silenzioso delle famiglie che, per qualche giorno, tornavano a riempire le case svuotate dai mesi. In piazza, il presepe e l’aria di dicembre che portava con sé il profumo dei dolci fritti. Ogni famiglia si preparava a vivere le giornate più intense dell’anno: il Natale, il Capodanno, l’Epifania. 

Anche la casa di Edoardo e Francesca tornava a respirare. Era un anno speciale. O forse, semplicemente, era l'anno del ritorno.
Emilio era tornato. Si era congedato da qualche mese, quindi aveva già avuto modo di rientrare e riambientarsi, ma questo era il primo Natale in famiglia dopo l’esperienza militare: ordini, sveglie all’alba, brande e lettere scritte a casa. Il congedo era arrivato come un sollievo, ed Emilio era pronto a riprendere la vita normale. Perché in fondo, il militare ti cambia, ti indurisce, ti fa uomo anche se non sei pronto. 

L’anno precedente, il Natale era stato più silenzioso: Emilio non c’era. Ma adesso era lì. E quel Natale era il primo vissuto di nuovo insieme, dove la voglia di famiglia si faceva più forte, più presente, quasi necessaria. Emilio non era più il ragazzo di prima. Qualcosa nel suo sguardo era cambiato: meno fretta, più ascolto. Un modo diverso di stare. I suoi genitori lo osservavano con una tenerezza nuova, quella che si riserva a chi è partito per forza e ora è tornato. Appena arrivato, il padre lo aveva stretto forte, forse più del necessario. «Mi sembri più alto», aveva detto. «Forse sei tu che ti sei un po’ abbassato, papà». E poi erano entrati in casa, tutti insieme, come se il tempo potesse ricucirsi con un solo abbraccio. Ad aspettare il Natale con lo stesso entusiasmo di un tempo c’erano mamma Francesca, papà Edoardo, e le due sorelle Marianna ed Elisabetta.

Edoardo, il padre, compiva gli anni il 5 gennaio. Era una tradizione: ogni anno, quel giorno diventava una seconda vigilia di festa. Un pranzo lungo, dolci ovunque, chiacchiere e tombolate fino a notte. Un momento tutto loro, anche se spesso allargato a parenti o amici di famiglia. Ma l’anno prima quella tavola era rimasta più silenziosa. Emilio era lontano, e nessuno aveva davvero voglia di festeggiare. Quell’anno, però, la voglia di ritrovarsi era diventata un bisogno.

Francesca aveva iniziato a impastare già il 30 dicembre. Le sue mani decise, conoscevano a memoria i gesti tramandati da sua madre e dalla suocera Angelina: pasta per i manícuatti, crústuli, scalílle, il ripieno per le chinulílle, il miele profumato di cannella per avvolgere i turdílli. In cucina, accanto a lei, Marianna leggeva la ricetta da un vecchio quaderno unto di farina, mentre Elisabetta preparava le decorazioni per la tavola: rami di pungitopo e arance secche infilzate con chiodi di garofano. «Mamma, ma davvero papà vuole i manícuatti fritti e non al forno?» «Li ha sempre voluti così, fritti come li faceva la nonna. È la sua festa». 

Quel chiacchierare tra loro tre in cucina scacciava via le ombre dell’anno passato. La notte del 4 gennaio, il paese era in silenzio. Solo qualche finestra accesa lasciava intravedere sagome che si muovevano dentro le case. In piazza, le luci natalizie brillavano come stelle basse, sospese su un presepe di pietra e muschio allestito sotto l’albero. Emilio si era fermato lì, da solo, dopo una passeggiata. Aveva incontrato amici d'infanzia, rivisto volti che non vedeva da più di un anno. Tutti gli chiedevano della vita militare, del freddo al nord, delle notti in branda. Ma nessuno poteva capire cosa si portasse dentro.

Quella sera, mentre osservava il presepe, capì che non era tornato solo per le feste. Era tornato in mezzo a tutto ciò che aveva lasciato: i profumi, i silenzi, i battibecchi tra sorelle, la voce di suo padre che raccontava gli stessi aneddoti di sempre, le mani di sua madre che non si fermavano mai. Tutto era casa. E finalmente, domani sarebbe stato il compleanno di Edoardo. Un giorno di festa. Un giorno di famiglia. Un giorno di ritorni.

Il 5 gennaio a Mandatoriccio non era mai un giorno come gli altri, almeno non per la famiglia di Edoardo. In paese, lo sapevano tutti: la casa sulla collina si riempiva di profumi, di voci, di piatti che uscivano in fila dalla cucina come in un piccolo ristorante casalingo. Era così da sempre, da quando i figli erano piccoli e si rubavano le caramelle dai cesti preparati per la Befana, mentre Francesca correva dietro alle pentole con un grembiule sempre imbrattato di zucchero a velo.

Quell’anno, l’atmosfera era più viva del solito. Dopo un Natale già intenso di emozioni, quella giornata sembrava il culmine di qualcosa che si stava ricostruendo con delicatezza: il senso del tempo passato insieme, del contatto ritrovato, del calore che solo la casa di famiglia sa dare.

Edoardo compiva cinquant’anni, un traguardo importante. Ma non era uno che dava troppo peso ai numeri. Ciò che contava davvero per lui era vedere seduti alla stessa tavola tutti i suoi figli, soprattutto Emilio, che dopo il congedo aveva ripreso a lavorare come docente nelle Scuole Medie del paese. 

La mattina del 5 gennaio iniziò con il suono secco della moka che sbuffava sul fornello. Francesca era già in piedi da un pezzo. Aveva preparato la torta al limone per la colazione – quella che piaceva a Emilio – e stava già impastando per il pranzo, mentre sul fuoco si arrostivano alcune fette di pane da inzuppare nel latte di capra contenuto in un pentolino. Una squisitezza di cui Emilio andava ghiotto. 

La tavola in sala da pranzo era lunga, allungata con due tavole aggiunte nell’incavo. Sopra, la tovaglia rossa natalizia ricamata, quella “buona”, che veniva fuori solo per le feste vere. Marianna ed Elisabetta erano in cucina con la madre e la zia Franca, tra verdure da lavare, tovaglioli da piegare, dolci da sistemare nei piatti di ceramica. La radio suonava vecchie canzoni, come piacevano a Edoardo, mentre fuori una nebbiolina leggera velava i tetti del paese.

Prima dell’ora di pranzo arrivarono i primi ospiti: alcuni fratelli, sorelle e cognati, poi i nipoti con i regali per il festeggiato. Ma il regalo più grande, Edoardo lo guardava seduto in fondo alla tavola: vedere lì Emilio, più serio ma anche più uomo, che si lasciava andare alle risate dei cugini e conversava con serenità. Ed era tutto ciò che desiderava.

Durante il pranzo, i piatti si susseguivano come un rito: antipasti con salumi fatti in casa, frittelle di zucca, melanzane grigliate. Poi i cannelloni, le polpette al sugo, e le verdure ripiene. E infine, la carrellata dei dolci: turdílli, manícuatti, crústuli, scalílle, chinulílle, i mostaccioli, croccanti, le chiacchiere spolverate di zucchero, i fichi secchi col miele.

Emilio aiutava a servire, assaggiava un po’ di vino insieme ai cugini e, ogni tanto, si ritirava in cucina con la mamma Francesca, che non si fermava mai. «Mamma, ma ti sei fermata dieci minuti?» «Con tutto questo ben di Dio da portare in tavola? Magari dopo...». «Vieni, ti sostituisco io». Lei lo guardò. In quegli occhi c’era qualcosa di nuovo. Un rispetto maturo, una riconoscenza silenziosa. Lo lasciò fare, e quel gesto, parlava  di fiducia, di amore, più di mille parole,  

Nel pomeriggio, si fecero spazio le chiacchiere e le tombolate. Le cugine gridavano i numeri come venditrici al mercato, mentre Elisabetta e Marianna erano intente ad aiutare la mamma in cucina a preparare il caffè e a sistemare i piatti. Emilio si era seduto accanto al padre. Parlavano poco, ma ogni tanto si scambiavano sguardi complici. «Hai pensato a cosa vuoi fare?» chiese Edoardo, senza distogliere lo sguardo dalla tombola. «Sto cercando di prepararmi il concorso per l’immissione in ruolo». Edoardo fece un mezzo sorriso e annuì. Fu allora che Emilio capì. Quella giornata non era solo un compleanno. Era un passaggio, un modo per ricordare che, anche se il tempo cambia le persone, certe radici non smettono mai di parlare.

Quando scese la sera, fuori ricominciava a far freddo. Ma in casa, tra gli abbracci degli ospiti che se ne andavano, i resti di dolci da finire e le ultime risate stanche, rimaneva il senso pieno di una festa riuscita. Francesca si sedette finalmente accanto al camino. Marianna sparecchiava con calma le ultime cose presenti in tavola, Elisabetta stava seduta vicino alla mamma, ed Emilio aiutava portando via i bicchieri. Edoardo li guardò tutti. Era stanco, ma felice. «Mi sa che questo è stato il compleanno più bello degli ultimi anni».  Francesca alzò lo sguardo e sorrise. «Perché ci siamo tutti». E nessuno aggiunse altro. Perché, in fondo, bastava questo.

Il giorno dell’Epifania si presentò silenzioso, quasi irreale. Dopo lo scompiglio gioioso del compleanno di Edoardo, la casa sembrava voler riprendere fiato. Le luci dell’albero ancora accese, le tovaglie da lavare ammassate sul tavolo, e un silenzio dolce che riempiva le stanze, come quando gli ospiti se ne vanno e restano solo le briciole e i ricordi. Fuori, una pioggia sottile cadeva sulla vallata verso la Chiusa. Il cielo sembrava cotone grigio, ma in casa c’era ancora una certa luminosità. L’aria profumava di caffè e panettone tagliato a fette. Emilio si era svegliato prima delle sorelle. Scese in cucina in pantofole e trovò sua madre già operosa davanti al fuoco e al forno acceso. «Mamma, ma non ti fermi mai?» Francesca si voltò con un sorriso stanco. «Sto solo riscaldando i resti di ieri... oggi si mangia leggero».

Accese la radio, e mentre una voce raccontava della Befana che “tutte le feste si porta via”, Emilio si sedette accanto a lei. «Ti ricordi quando da piccoli ci facevi trovare la calza piena di cioccolatini e mandarini?» «E qualche pezzetto di carbone, se avevate fatto i monelli». «Sempre solo io lo beccavo, però». «Eppure, eri quello con gli occhi più buoni». Sorrisero insieme. Era un momento raro, uno di quelli che non ha bisogno di parole. Emilio si accorse di quanto fosse cambiato in poco tempo. Lontano da casa, tutto sembrava più difficile. Ma lì, in cucina, con il profumo dei dolci e il calore del camino, tutto aveva di nuovo un senso.

Dopo pranzo, la pioggia lasciò spazio a un cielo limpido, e una luce dorata filtrava tra i rami secchi degli alberi nella vallata. Emilio andò da solo verso il vecchio campo dove giocava da ragazzo. Il terreno era umido, l’erba bassa, e qualche foglia ancora appesa agli ulivi. Da lì si vedeva tutto il paese, con le case strette tra loro, come se si tenessero abbracciate per ripararsi dal freddo. Nel pomeriggio, tornarono tutti a casa. Non c’erano più ospiti, solo loro cinque. La famiglia. La tavola era più piccola, ma carica dello stesso calore. Edoardo, con la voce roca dal troppo parlare del giorno prima, raccontava un aneddoto di quando lui, da piccolo, era salito sul tetto per vedere se la Befana lasciava davvero le calze nel camino. Quella sera, accanto al camino acceso, mentre la pioggia ricominciava a battere leggera sul tetto, si sedettero tutti insieme per raccontarsi. E in quel momento, tutti sentirono che era vero: non servivano grandi eventi, regali o viaggi. Bastava esserci. Davvero. Con il cuore aperto. Con la voglia sincera di ritrovarsi.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.