Corigliano-Rossano e Sibaritide, il disagio giovanile continua a crescere paurosamente e nel silenzio
Dopo il tentato suicidio di una ragazza già vittima di bullismo, torna l’allarme su violenze, minacce e branco tra scuole, web e piazze del territorio
CORIGLIANO-ROSSANO - È di pochi giorni fa la notizia del tentato suicidio di una giovane che, in passato, avrebbe subito atti persecutori e forme di bullismo. Un episodio drammatico che riporta inevitabilmente al centro una questione ancora irrisolta e forse la più difficile da portare a soluzione: quella del disagio giovanile. Che continua a crescere sempre più e vertiginosamente nel silenzio generale.
Dietro quella vicenda, infatti, non c’è soltanto una storia personale. C’è un mondo sommerso fatto di umiliazioni, isolamento, violenza verbale, minacce, gruppi che diventano branco e fragilità che troppo spesso nessuno intercetta in tempo. Una violenza che non sempre lascia segni visibili, ma che consuma lentamente chi la subisce fino a spingerlo, nei casi più estremi, a pensare di non avere più vie d’uscita.
Corigliano-Rossano, ma anche Mirto Crosia, Trebisacce, Cassano, Castrovillari e tanti altri centri della Sibaritide vivono una fragilità comune: adolescenti che crescono tra social network, chat private, dinamiche di esclusione, prese in giro trasformate in gogna pubblica e rapporti sempre più aggressivi anche fuori dalle scuole.
Il problema è che spesso tutto questo resta invisibile. O peggio, viene minimizzato come semplice conflitto tra ragazzi. In realtà il bullismo, il cyberbullismo e le forme di violenza psicologica si consumano ogni giorno nei corridoi scolastici, nelle piazze, nei parcheggi, nei gruppi WhatsApp, nei profili social, negli spazi lasciati vuoti dagli adulti. E quando il disagio emerge apertamente, quasi sempre è già troppo tardi.
Non sono “deboli” le vittime. Sono ragazzi normali, spesso sensibili, spesso soli davanti a una società che pretende sicurezza ostentata, forza continua, perfezione estetica e capacità di reggere qualsiasi pressione. Ma la normalità è fatta anche di paure, fragilità, insicurezze e differenze. Ed è proprio questa normalità che oggi è il bersaglio privilegiato della violenza. Assurdo, incomprensibile... terribilmente triste.
E allora l’appello va rivolto prima di tutto alle istituzioni. Vadano a vedere cosa accade davvero nei luoghi dove i ragazzi si incontrano, si sfidano, si cercano, si isolano, si feriscono. Vadano in piazza De Gasperi a Rossano, in piazzale Valdastri a Corigliano, in piazza Guido Rossa a Mirto, davanti alle scuole all’ora di uscita, negli anfratti dei condomìni, nei parcheggi, nei cortili, negli spazi senza adulti dove spesso si consuma la piccola e grande violenza quotidiana.
È lì che bisogna guardare. Non solo nelle sale convegni. Non solo nelle giornate celebrative. Non solo nei progetti ben confezionati. Perché è lì che ci sono ragazzi umiliati, derisi, minacciati, talvolta picchiati, bullizzati nel silenzio generale. Ragazzi che magari il giorno dopo tornano a scuola come se nulla fosse, mentre dentro si portano addosso una ferita che nessuno intercetta.
Per questo il livello d’allarme deve restare alto. Le Forze dell’Ordine, coordinate dalla Procura di Castrovillari, lavorano spesso lontano dai riflettori per prevenire situazioni limite. Ma il contrasto penale non può bastare. Arriva quando il disagio è già esploso. Prima serve una rete sociale più forte, più vicina, più presente.
Servono istituzioni capaci di creare presidi sicuri per i giovani, spazi di aggregazione sani, controllati, abitati da cultura, sport, educazione, ascolto e adulti credibili. Serve un mondo associativo meno autoreferenziale e più disposto a prendersi cura davvero della comunità. Servono scuole che non si limitino ad accumulare progetti, eventi e attività di facciata, ma che sappiano monitorare, ascoltare, leggere i segnali, intervenire prima che una ferita diventi voragine.