La leggerezza della matita, Mazza (CMG): «Cambia il voto, ma il sistema resta»
Il pendolo della complicità: elettore e classe dirigente nel loro circolo vizioso. Ma chi muove i fili?
CORILGIANO-ROSSANO - «C'è un fenomeno reale che attraversa la mappa elettorale della Calabria e che merita di essere guardato con onestà, senza sconti per nessuno. Meno di un anno fa le urne regionali consegnavano al centrodestra una vittoria netta, quasi plebiscitaria. Un mandato chiaro. Una mappatura del suffragio distribuita in modo omogeneo tra le Province. Una direzione di marcia precisa. Poi, nel giro di pochi mesi, lo stesso corpo elettorale ha detto no al referendum costituzionale sostenuto dal Governo centrale. E, pochi giorni fa, ha premiato coalizioni opposte in diverse tornate amministrative. Guardando ancora più indietro, il copione si ripete: un'alternanza che non segue linee ideologiche riconoscibili, ma sembra obbedire a logiche diverse ogni volta». Un dato che secondo Domenico Mazza, presidente del Comitato Magna Graecia, merita una riflessione più profonda rispetto alla semplice lettura dei risultati politici.
«La domanda giusta - dice - non è cosa c'è che non va negli elettori calabresi. La riflessione è: perché questo pendolo oscilla così? E soprattutto: chi lo spinge? Per capire la volatilità del voto bisogna prima accettare un fatto scomodo: non esiste un unico elettore calabrese che si contraddice. Esistono partite diverse, giocate su campi differenti e con regole alternative. Nel voto nazionale e nei referendum si decide - o si crede di decidere - la direzione del Paese. È il livello più emotivo, più soggetto agli umori del momento, alle narrazioni dei media, alla figura del leader. Il voto diventa spesso un giudizio sul Governo in carica, più che una scelta programmatica».
«Nel voto regionale - osserva - entra in gioco la credibilità del candidato, la sua capacità di intercettare risorse, di gestire la sanità, di rappresentare il territorio a Roma. È un voto più pragmatico e meno ideologico. Al livello comunale, infine, la politica nazionale quasi scompare. Contano la conoscenza diretta, la fiducia personale, le reti di prossimità. Le stesse reti che possono essere virtuose o clientelari. Spesso, entrambe le cose insieme. Questa dissociazione non è una patologia esclusivamente calabrese. È un limite strutturale in tutto il Mezzogiorno. Ed è, in misura crescente, la rotta seguita anche nel resto d'Italia. Il problema non è che gli elettori abbiano difficoltà a comprendere. Piuttosto, sono i partiti stessi a presentarsi in modo radicalmente diverso a seconda del livello elettorale. Tale condizione rende razionalmente difficile mantenere una coerenza di voto».
La sfiducia non è ignoranza e le responsabilità vanno condivise
«C'è un'interpretazione comoda e sbagliata della volatilità elettorale. Si pensa che sia figlia dell'ignoranza civica, della pigrizia, del disinteresse. È una chiave di lettura che dice molto di più su chi la formula che sugli elettori che descrive. In un territorio come la Calabria, la sfiducia trasversale verso qualunque coalizione non è cinismo. È esperienza accumulata. D'altronde, con decenni di promesse disattese alle spalle, una sanità commissariata per anni, infrastrutture ferme al palo e una disoccupazione giovanile che continua a spingere fuori i talenti migliori, meravigliarsi della citata condizione sarebbe da ingenui».
«Cambiare schieramento ogni volta, quindi, non è incoerenza. È il tentativo, spesso disperato, di trovare qualcuno che finalmente mantenga la parola. Il vero problema non è l'elettore che cambia idea. È un sistema politico che non offre alternative credibili e stabili. Che ricicla le stesse facce sotto simboli diversi. Che parla di sviluppo senza mai produrlo. In questo contesto, il "tanto sono tutti uguali" non è una resa intellettuale. È, spesso, una valutazione empiricamente fondata».
«Detto questo, sarebbe disonesto fermarsi qui e assolvere tutti. Esiste anche una responsabilità del cittadino, ed è reale. La democrazia richiede uno sforzo minimo di connessione. Bisogna capire che la gestione della sanità regionale, la qualità dell'Amministrazione comunale e le scelte del Governo nazionale non sono compartimenti stagni. Sono vasi comunicanti. Chi amministra il proprio Comune oggi è spesso il candidato regionale di domani. E, con ogni probabilità, sarà il parlamentare dopodomani. Votare senza questa consapevolezza significa rompere la catena di responsabilità che dovrebbe tenere insieme rappresentanti e rappresentati. Ma questa consapevolezza non si costruisce con il rimprovero. Si realizza con una classe politica che offre coerenza tra i livelli. Con un'informazione locale impegnata a fare giornalismo, piuttosto che ad amplificare la propaganda. Infine, con scuole orientate a sviluppare l'educazione civica come pratica viva e non come materia di riempimento».
La matita pesa. Ma il tavolo su cui scriviamo conta quanto noi
«La metafora della matita leggera ha una sua forza. È vero, il voto ha un peso specifico enorme, e usarlo con superficialità produce conseguenze reali. Ma una matita, da sola, non basta. Serve anche un foglio su cui scrivere qualcosa di sensato. Finché i partiti si presenteranno come forze nazionali a Roma e come comitati d'affari locali nei Comuni... Finché le campagne elettorali saranno fatte di slogan senza programmi verificabili... Finché chi governa male non pagherà conseguenze elettorali chiare, la volatilità del voto non sarà un problema degli elettori. Sarà il sintomo di un sistema che non funziona e che scaricare sulle spalle dei cittadini è, oltre che scorretto, controproducente. Il disegno che viene fuori dalle urne calabresi non è un mostro informe nato dalla leggerezza di chi vota. È il ritratto fedele di un Establishment che non ha ancora deciso se vuole davvero essere all'altezza di chi lo sceglie».