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Sparando ketchup sul panino Ghiegghiu

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La discussione recente intorno al conservatorismo o l'avanguardismo paninaro - connessa all'opportunità di un panino col nome U ghegghiu della catena Mi'Ndujo lanciato a Vaccarizzo Albanese e collegato simbolicamente alla minoranza arbëreshe - ci offre come dote panoramica una torta ermeneutica a più strati; uno per ciascun fine palato: l'indignazione inevitabilmente risoluta, l'innocenza energica e malinconica di chi vorrebbe in buona fede promuovere il territorio, congiunta all'umorismo aspro che serve per andare avanti nella giungla d'una gastronomia sempre più cosmopolita.

Non renderei la vita impossibile alle persone che vogliono davvero fare una certa cosa con arte anche se resta vero il rischio di sembrare offensivi quando si rimane fuori dal recinto di una certa logica ironica da esperti di marketing. In linea generale è meglio non giocare coi simboli collettivi. Si tratterebbe in sostanza, di una forma di maleducazione nei confronti di un simbolo, il cui status positivo o negativo è stato consolidato dal tempo. Qualcuno rimarrà offeso. L'esempio drammatico di Charlie Hebdo è un caso estremo: può far riflettere; i loro caricaturisti sì che avrebbe fatto anche in questo caso delle belle vignette, non lesinando su noi religiosi e gonfiando d'ilarità il panino incriminato.

Comunque sia, le infinite discussioni on-line, specialmente sui social, hanno rafforzato il brand Mi'Ndujo, tant'è vero che vorrei fare una proposta.

Quando celebriamo l'Arbëria intesa come cultura di minoranza, notiamo lo "scontro" tra chi la esalta amandola, chi la ama senza ben conoscerla e la frequenta tramite stereotipi da manuale e chi, ben radicato, lamenta che l'eredità di questo popolo non abbia prodotto e sviluppato del tutto il suo germe, proprio a causa di una eccessiva mancanza di attenzione e tutela da parte dello stato. I primi racchiudono l'Arbëria in un culto - forse sincero, ma un po' sterile - mentre gli altri la vorrebbero "sfruttare" al massimo anche per un legittimo risvolto comerciale, di certo tutti accomunati del desiderio di non farla morire; entrando qui in gioco anche il naturale, salutare istinto di sopravvivenza e sopratutto l'attaccamento viscerale alla propria stirpe. Cantava  con forza Pino CacozzaJemi një kulturë çe ngë mënd vdes!, (Siamo una cultura che non deve morire).

Oscilliamo quindi tra un'Arbëria mummificata da elogi agiografici, specifici delle piccole culture, e una troppo aperta, permeabile al suo contesto calabrese ed italico, dalla quale polimatia ne è stata costantemente nutrita.

La grande scommessa di trasmettere quel patrimonio immateriale arbëresh nelle generazioni successive dipende dalla risposta alla domanda: come sostituire il dilettantismo con un'età di sintesi e come abbandonare, almeno gradualmente, la mitologia della qualsivoglia superiorità o inferiorità. L'invidia, i pregiudizi, le gelosie, la mancanza d'unità, i campanilismi vari non aiutano. Di una cosa mi sono convinto. La nostra cultura arbëresh non può dare il suo contributo al mondo in modo convincente se l'identità non diventa comunione che fortifica ma resta solo astratto e pallido archetipo.

Qui la mia duplice, semplice proposta. La prima rivolta all'autorevole Papàs Pietro Lanza, mio superiore, uomo buono e sagace, di profonda cultura e figlio amato dell'Arbëria, d'accompagnarmi a mangiare insieme il panino "ghiegghio" nella sede Mi'Ndujo sul Corso Mazzini, chiudendo la diatriba con una bella risata. Ai proprietari della catena Mi'Ndujo propongo invece di appoggiare la bella manifestazione Bukuria Arbëreshe, edizione 2023 che Papàs Pietro Lanza sta organizzando con tanti sacrifici ed entusiasmo: la sfilata del popolo arbëresh in abiti di gala, che parte dalla Chiesa Santissimo Salvatore alla confluenza dei due fiumi, dove potremmo dar prova, confluendo anche noi uniti, della bellezza di questo popolo che dai vari paesi, con passione, inonda di vita, di fede, di colori, di musica e magnetiche suggestioni la città di Cosenza.

in copertina: foto di scena dal film Arbëria

Elia Hagi
Autore: Elia Hagi

Studia a Roma filosofia e teologia e comunicazioni sociali e oggi svolge a Vaccarizzo Albanese il suo ministero sacerdotale. Diventato sommelier, segue con passione la rinascita del vino calabrese con un particolare interesse rivolto ai vini identitari Arbëreshë.