Fusione, paradosso Calabria: le altre regioni pagano milioni, qui nemmeno un euro. Ecco i numeri
Dall’Emilia-Romagna alla Toscana per finire alle Marche, ecco quanto sborsano le regioni ai comuni. In Calabria la legge del 2006 è rimasta senza attuazione e ora si tenta di abrogarla
CORIGLIANO-ROSSANO – In Emilia-Romagna la fusione di cinque piccoli Comuni ha prodotto un trasferimento regionale di oltre 700mila euro l’anno. In Toscana la legge riconosce fino a 250mila euro annuali per ogni Comune originario. Nelle Marche esiste un fondo dedicato, ripartito per dieci anni tra gli enti nati da fusione.
In Calabria, invece, la Regione ha previsto per legge contributi straordinari per i dieci anni successivi alla nascita del nuovo Comune, ma per Corigliano-Rossano non ha mai stabilito quanto dovesse essere trasferito, non ha adottato il necessario programma di riordino territoriale e non ha stanziato le risorse.
È il paradosso tutto calabrese delle fusioni comunali: una norma formalmente esistente, un obbligo politico chiaramente dichiarato e, dall’altra parte, otto anni di sostanziale immobilismo finanziario.
La legge calabrese che prometteva dieci anni di sostegno
L’articolo 5, comma 5, della legge regionale Calabria numero 15 del 24 novembre 2006 stabilisce che, fatti salvi gli incentivi statali, la Regione debba erogare ai nuovi Comuni istituiti mediante fusione «per i dieci anni successivi alla fusione appositi contributi straordinari», nella misura prevista dal Programma regionale di riordino territoriale.
La disposizione non contiene un semplice auspicio. Individua un beneficiario, il Comune nato da fusione; una durata, dieci anni; e uno strumento attraverso il quale stabilire l’importo, il Programma regionale di riordino territoriale.
Corigliano-Rossano è stato istituito con legge regionale numero 2 del 2 febbraio 2018 ed è nato ufficialmente il 31 marzo dello stesso anno. Avrebbe quindi dovuto trovare nella programmazione regionale una misura finanziaria concreta capace di accompagnarne l’avvio e il complesso processo di unificazione amministrativa.
Quel programma, però, non è stato reso operativo per la fusione di Corigliano Calabro e Rossano. E senza il programma non è mai stata determinata neppure la misura annuale del contributo.
La questione è tornata formalmente in Consiglio regionale con l’interrogazione numero 132 del 13 luglio 2026, nella quale si chiede alla Giunta se la norma trovi applicazione nei confronti di Corigliano-Rossano, quale Programma di riordino sia stato applicato, quale sia l’importo annuo spettante e quali atti siano stati adottati per garantirne l’erogazione.
Stasi: Richeista inviata il 9 luglio e subito la proposta di abrogazione
Sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi, che ha ricostruito pubblicamente i passaggi delle ultime settimane. Il primo cittadino ricorda di aver trasmesso il 9 luglio alla Regione Calabria una richiesta formale per ottenere i contributi previsti dalla legge regionale del 2006. Risorse che, secondo quanto evidenziato dal sindaco, non sarebbero mai state erogate dalla nascita del Comune unico, avvenuta nel 2018.
Dopo l’invio della richiesta, Stasi riferisce di essere stato contattato dal segretario generale della Regione per l’avvio di un confronto tecnico. Nel frattempo, però, è stata depositata la proposta di legge che punta ad abrogare proprio la normativa sulla quale si fonda la richiesta avanzata dal Comune.
Una coincidenza temporale che ha suscitato la sorpresa del sindaco. «Credo nelle istituzioni – afferma Stasi – e sono convinto che si tratti di un errore di valutazione». Il primo cittadino dice di non voler credere che la proposta di abrogazione possa rappresentare una risposta alla richiesta formulata da Corigliano-Rossano.
«Incoerente cancellare una legge che sostiene le fusioni»
Stasi evidenzia anche una contraddizione di natura politica. Tra i sottoscrittori della proposta di abrogazione, osserva il sindaco, figurano consiglieri regionali che in passato hanno sostenuto o promosso altri progetti di fusione comunale. Da qui la domanda: come si può incoraggiare la nascita di nuovi Comuni attraverso la fusione e, contemporaneamente, cancellare la legge regionale che dovrebbe accompagnare economicamente questi processi?
Secondo Stasi, la strada da seguire dovrebbe essere esattamente opposta. La Regione dovrebbe predisporre il piano regionale delle fusioni, determinare e riconoscere i contributi ai Comuni che hanno già completato il percorso e continuare a promuovere nuove aggregazioni attraverso strumenti finanziari certi.
È quello che avviene, del resto, in numerose altre Regioni italiane. Ed è proprio il confronto con quei territori a rendere ancora più evidente la distanza tra la previsione normativa calabrese e la sua mancata attuazione.
Intanto, altrove le leggi diventano bonifici. Ecco in numeri
Il confronto con le altre Regioni rende evidente l’anomalia. L’Emilia-Romagna non si limita a dichiarare il proprio sostegno alle fusioni: scrive direttamente nelle leggi istitutive dei nuovi Comuni la cifra da trasferire, la durata e le risorse aggiuntive.
Il caso più evidente è quello di Valsamoggia, nato nel 2014 dalla fusione di cinque Comuni. La Regione ha previsto: 705mila euro l’anno per i primi dieci anni; 210mila euro l’anno per i successivi cinque anni; 300mila euro l’anno per i primi tre anni come contributo straordinario iniziale.
Nei primi tre anni il sostegno ha raggiunto circa un milione di euro l’anno, per un pacchetto complessivo superiore ai 9 milioni di euro.
Non è un caso isolato. A Terre del Reno il contributo è stato di 180mila euro l’anno per quindici anni, più 150mila euro l’anno per i primi tre anni. Totale: oltre 3 milioni di euro. A Riva del Po: 100.946 euro l’anno per dieci anni, per oltre 1 milione di euro complessivi. In Emilia-Romagna il contributo è quindi certo, scritto e liquidato. Non dipende da programmi futuri.
In Toscana 250mila euro per ogni comune originario
La Toscana ha adottato un criterio altrettanto chiaro. L’articolo 64 della legge regionale 68 del 2011 prevede un contributo annuale per cinque anni pari a 250mila euro per ciascun Comune originario.
Una fusione tra due Comuni genera quindi: 500mila euro l’anno; 2,5 milioni di euro in cinque anni.
In termini comparativi, una fusione come quella tra Corigliano e Rossano avrebbe potuto generare, in un sistema simile, fino a 2,5 milioni di euro complessivi in cinque anni.
Naturalmente non si tratta della somma automaticamente spettante alla città calabrese, perché ogni Regione disciplina autonomamente i propri contributi. Il confronto, tuttavia, dà la misura concreta delle risorse con le quali altrove vengono accompagnati i processi di fusione.
Nelle Marche, invece, un fondo decennale
Nelle Marche esiste un fondo regionale per le fusioni previsto dalla legge regionale 18 del 2008. La dotazione è di circa 250mila euro annui complessivi, ripartiti tra i Comuni interessati, con durata fino a dieci anni.
Anche qui il punto non è solo la cifra, ma la struttura: fondo, capitolo di bilancio, decreti di impegno e liquidazione. In Calabria, al contrario, il percorso si è fermato tra la previsione legislativa e la sua attuazione.
Calabria, la Regione che non ha attuato la propria legge
La legge calabrese del 2006 subordinava la quantificazione dei contributi al Programma regionale di riordino territoriale. Ma quel programma non è mai stato aggiornato per la fusione di Corigliano-Rossano.
Il risultato è che la norma esiste, ma non è mai diventata operativa. Il Consiglio regionale, già nel 2018, aveva impegnato la Giunta ad attivare il programma e a individuare le risorse necessarie. Tuttavia, quell’impegno non ha prodotto effetti concreti.
Per otto anni la città nata dalla più grande fusione mai realizzata in Calabria ha quindi dovuto affrontare la riorganizzazione degli uffici, l’unificazione dei servizi, l’armonizzazione dei tributi e la gestione di un territorio vastissimo senza il sostegno regionale decennale previsto dalla normativa.
Dal contributo mancato all'abrogazione
Nel 2026 è stata presentata una proposta di legge per abrogare la legge regionale 15 del 2006. La relazione parla di stanziamenti storici mai utilizzati: 550mila euro nel 2007, 200mila nel 2008, 675mila nel 2011 e 50mila nel 2013, per un totale di 1,475 milioni di euro, poi non più rifinanziati.
La direzione scelta non è quindi quella di attuare la norma, ma di cancellarla.
Rimane però un punto politico irrisolto: un’eventuale abrogazione futura non fornirebbe, da sola, una risposta su quanto accaduto dal 2018 a oggi, quando la legge era vigente e prevedeva espressamente dieci anni di contributi. Perché anche se la legge venisse cancellata resta l'inadepienza della Regione che - comunque - dovrà riconoscere a Corigliano-Rossano, così come anche a Casali del Manco (altro comune calabrese nato da fusione), otto anni di contributi non pagati.