Autismo, a Corigliano-Rossano formazione sull’ADOS-2: «La diagnosi è solo l’inizio del percorso»
Due giornate con Costanza Colombi, ricercatrice dirigente della Fondazione Stella Maris di Pisa. La Fenice punta sulla formazione dei professionisti e rilancia la necessità di una rete stabile tra famiglie, scuola e servizi sanitari
CORIGLIANO-ROSSANO – La diagnosi non può essere il punto d’arrivo. È piuttosto l’inizio di un percorso che richiede professionisti preparati, continuità assistenziale e una rete capace di tenere insieme famiglia, scuola, associazioni e servizi sanitari.
È il messaggio che resta dopo le due giornate di formazione dedicate all’ADOS-2, organizzate il 12 e 13 settembre dall’Associazione La Fenice nella propria sede di Corigliano-Rossano.
A guidare il corso è stata Costanza Colombi, psicologa clinica e dello sviluppo e ricercatrice dirigente all’IRCCS Fondazione Stella Maris di Pisa, impegnata nell'attività clinica e di ricerca sui disturbi dello spettro autistico e sull'intervento precoce.
L’iniziativa ha coinvolto professionisti che operano nel campo dei disturbi del neurosviluppo, offrendo loro un approfondimento specifico sull’utilizzo dell’Autism Diagnostic Observation Schedule – Second Edition, uno degli strumenti impiegati nella valutazione diagnostica dell’autismo.
ADOS-2, uno strumento dentro una valutazione più ampia
Nel corso delle due giornate sono state approfondite caratteristiche, modalità di utilizzo e potenzialità dell’ADOS-2.
Un passaggio importante, perché lo strumento non esaurisce da solo il processo diagnostico, ma si inserisce all’interno di una valutazione clinica complessiva.
Portare una formazione specialistica di questo livello direttamente sul territorio significa quindi evitare che l’aggiornamento professionale resti concentrato esclusivamente nei grandi centri e, al contrario, provare ad accrescere le competenze di chi quotidianamente lavora a contatto con bambini, ragazzi e famiglie.
«Portare sul nostro territorio una figura come la dottoressa Colombi significa offrire ai professionisti un’opportunità concreta di crescita e, indirettamente, migliorare la qualità dei percorsi rivolti alle persone con autismo e alle loro famiglie», sottolinea Andrea Novarria, presidente dell’Associazione La Fenice.
«Nessuno può operare da solo»
Ma il corso diventa anche l’occasione per riportare al centro una delle questioni più delicate nella gestione dei disturbi dello spettro autistico: la continuità tra diagnosi e presa in carico.
La Fenice insiste sulla necessità di superare interventi isolati e costruire invece una collaborazione permanente tra le diverse figure che accompagnano la persona.
Famiglie, associazioni, professionisti, istituzioni scolastiche e servizi sanitari devono riuscire a dialogare per costruire percorsi il più possibile coerenti e personalizzati.
La diagnosi, ribadisce l’associazione, rappresenta infatti soltanto il primo passaggio di un percorso molto più articolato che coinvolge direttamente la famiglia e richiede confronto costante tra competenze differenti.
Il rapporto con la Neuropsichiatria infantile del territorio
Dentro questa prospettiva, La Fenice richiama anche il ruolo dei servizi sanitari territoriali e rivolge un ringraziamento particolare alla dottoressa Domenica Punturieri, neuropsichiatra infantile dell’Asp di Cosenza.
L’associazione ne sottolinea il lavoro quotidiano e il ruolo di riferimento per numerose famiglie e per gli stessi professionisti, indicando proprio nella collaborazione con la sanità pubblica uno degli elementi necessari per evitare che genitori e ragazzi si ritrovino soli nella gestione di situazioni complesse.
È probabilmente questo l’aspetto che porta il corso oltre la semplice formazione tecnica.
Aggiornare chi lavora sull’autismo significa migliorare la capacità del territorio di riconoscere bisogni, dialogare tra servizi e costruire risposte condivise.
Per La Fenice, investire sulle competenze professionali significa quindi intervenire indirettamente anche sulla qualità della vita delle persone con autismo e delle loro famiglie.
Il corso sull’ADOS-2 si chiude così con una prospettiva più ampia: non soltanto conoscere meglio uno strumento diagnostico, ma provare a costruire attorno alla persona una rete che non si interrompa dopo la diagnosi.