Scalea può volare, Sibari no: il tafazzismo politico che continua a condannare la Calabria del nord-est
ENAC e Regione puntano sull’aeroporto territoriale di Scalea dentro la rete RAM. Ma nella Sibaritide, dove uno scalo commerciale e logistico servirebbe a sviluppo agroalimentare si fa fatica anche ad asfaltare una pista
CORIGLIANO-ROSSANO – A Scalea si può. A Sibari no. È tutta qui, nella sua forma più brutale e quasi grottesca, la fotografia del tafazzismo cronico che da anni accompagna ogni grande rivendicazione infrastrutturale della Calabria del nord-est.
ENAC, Regione Calabria e Comune di Scalea, proprio ieri, hanno firmato l’accordo per avviare la riqualificazione dell’attuale aviosuperficie tirrenica e trasformarla in aeroporto territoriale inserito nella rete Regional Air Mobility. Un progetto che punta a collegare piccoli scali, ridurre le distanze, rafforzare la connessione tra comunità e territori, valorizzare sistemi economici locali.
Benissimo. Nulla contro Scalea. Nessuna guerra tra territori. Mai. Nessuna gelosia da campanile. Ci mancherebbe! Anzi, ogni infrastruttura che migliora accessibilità, servizi e connessioni in Calabria dovrebbe essere accolta come una buona notizia.
Il problema nasce, però, quando si guarda la mappa di questa regione, sia orografica che commerciale.
Scalea è un centro importante della costa tirrenica, servito dalla linea ferroviaria e collegato con l’aeroporto internazionale di Lamezia Terme attraverso la SS18, l’autostrada e la stessa ferrovia. In altre parole, il suo aeroporto di riferimento esiste già ed è pienamente operativo. Eppure lì si può immaginare un aeroporto territoriale dentro una rete RAM che molti osservatori del settore considerano fragile, costosa, elitaria, difficilmente sostenibile come modello di trasporto pubblico di massa.
A Sibari, invece, nel cuore della più grande piana agricola della Calabria, dentro un bacino che abbraccia, oltre alla Calabria settentrionale e centrale, anche tre regioni (Puglia, Basilicata e Campania) la situazione è opposta: l’aeroporto di riferimento rimarrebbe Crotone, che però nei fatti è un non aeroporto, inaccessibile, con collegamenti intermittenti e una capacità di servizio quasi inesistente per un territorio così vasto. Eppure, parlare di aeroporto commerciale e piattaforma logistica a Sibari per l’agroalimentare viene ancora trattato come un capriccio, una follia, una provocazione localistica.
Ma perché? Perché qui un aeroporto commerciale inserito nel contesto di una piattaforma logistica agroalimentare, viene derubricato a sogno fuori scala?
La domanda non riguarda Scalea. Riguarda noi. Riguarda la Sibaritide-Pollino. Riguarda una classe politica territoriale che da troppo tempo guarda passare i treni, le strade, i finanziamenti, le strategie e gli accordi istituzionali senza mai riuscire a trasformare una rivendicazione in dossier, un dossier in pressione politica, una pressione politica in decisione.
Perché la verità è questa: il problema della Calabria del nord-est non è che gli altri territori ottengano attenzione. Il problema è che questo territorio non riesce quasi mai a imporre la propria.
Eppure non si parla di un aeroporto da cartolina o di una pista per vanità municipale. Si parla di una infrastruttura di servizio a un sistema economico reale. E non si partirebbe nemmeno da zero. A Sibari una pista esiste già. Il gestore Sibari Fly aveva anche avanzato richiesta per asfaltarla e renderla più funzionale e operativa. Una proposta concreta, minima rispetto alle grandi opere, che avrebbe potuto rappresentare un primo passo reale verso uno sviluppo aeroportuale. Ma anche quella richiesta è rimasta lettera morta, inghiottita dal silenzio e dall’inerzia istituzionale.
Non sarebbe un doppione di Lamezia. Non sarebbe una guerra a Crotone. Non sarebbe un giocattolo per pochi. Sarebbe il tassello di una piattaforma intermodale che in qualunque altra regione sarebbe già stata studiata, difesa, finanziata e raccontata come progetto strategico.
Invece qui no.
Qui il dibattito si spegne prima ancora di cominciare. E, allora, dove sono i rappresentanti istituzionali della Sibaritide-Pollino? Dove sono i consiglieri regionali eletti o radicati in questo territorio? Dove sono i parlamentari che qui prendono voti, inaugurano sedi, tagliano nastri, partecipano a convegni e poi spariscono quando bisogna difendere o rivendicare le grandi infrastrutture? Dove sono i sindaci, le Province, le associazioni di categoria, i consorzi produttivi, i portatori di interesse?
Siamo tutti dormienti e appeccorati al mantra, al pensiero unico (pericolosissimo) per il quale qui ogni cosa è difficile e impossibile. La Sibaritide non può essere ricordata soltanto quando brucia, quando si allaga, quando manca l’acqua, quando esplode una vertenza sanitaria, quando un cantiere si blocca o quando l’ennesimo treno passa senza fermarsi davvero nella storia del territorio. La Sibaritide deve entrare nei piani strategici regionali come piattaforma produttiva, logistica, turistica e infrastrutturale.
E invece continua a essere trattata come periferia da contenere. La Calabria è davvero una terra buffa!