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Adesso:«Nessuna vittima deve tollerare nulla»: la violenza che non si vede si ferma solo rompendo il silenzio

«Nessuna vittima deve tollerare nulla»: la violenza che non si vede si ferma solo rompendo il silenzio

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CORIGLIANO-ROSSANO – La violenza non comincia sempre con un referto medico, con una chiamata al 112 o con una denuncia. Spesso arriva prima. Con una parola che umilia, con un controllo ossessivo scambiato per gelosia, con una minaccia che resta dentro casa, con una foto che continua a girare in una chat, con un ragazzo che smette di parlare, con una donna che prova paura ma non sa ancora darle un nome.

È questo il messaggio più forte emerso dalla puntata de L’Eco in Diretta dedicata a “La violenza che non si vede”, andata in onda ieri sera e costruita attorno a violenza di genere, maltrattamenti familiari, bullismo e cyberbullismo (rivedila qui). In studio il tenente colonnello Gian Marco Filippi, comandante del Reparto territoriale dei Carabinieri di Corigliano-Rossano; il capitano Chiara Baione, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Cassano Jonio; il magistrato Anna Caputo; e Barbara Lavorato, assistente sociale e tra i riferimenti della Casa rifugio e del centro antiviolenza Fabiana Luzzi di Corigliano-Rossano.

Il primo dato è arrivato da Filippi ed è tutt’altro che rassicurante: «È un fenomeno che fa registrare un’incidenza particolarmente grave nel nostro territorio, specie nel contesto di Corigliano-Rossano. Come Arma dei Carabinieri siamo chiamati ad affrontare anche più casi al giorno: questo restituisce l’immagine di quanto sia diffuso il problema».

Il punto, però, non è soltanto intervenire quando il danno è già esploso. È arrivare prima. «Rispetto al passato le persone sono più portate a denunciare, ma si dovrebbe fare ancora di più. In alcuni casi arriviamo quando le situazioni sono già compromesse. Serve una sensibilità di tutte le persone, non solo di quelle direttamente coinvolte, perché effettuino segnalazioni».

Nei piccoli centri, dove spesso tutti sanno e pochi parlano, il capitano Baione ha richiamato il peso del silenzio: «C’è un muro invisibile ma solidissimo all’interno dell’ambiente familiare». Un muro che può essere abbattuto solo imparando a riconoscere i segnali. «La violenza non è solo fisica. Quando si parla di maltrattamenti si parla di dipendenza, di denigrazione, di offese perpetrate nel tempo. Sono piccoli segnali che, prima di arrivare a un certificato medico del pronto soccorso, dobbiamo saper cogliere».

Da qui il ruolo decisivo dei presìdi dello Stato, ma anche della comunità. Caserme, scuole, famiglie, magistratura, servizi sociali e centri antiviolenza devono muoversi insieme. Perché, come ha chiarito Caputo, «è molto importante fare rete e farla bene». E soprattutto perché il processo penale, da solo, arriva quando qualcosa è già accaduto: «Quando la legge interviene, il fatto è già compiuto. È importante anticipare i tempi, prestare attenzione ai reati spia, non arrivare oltre una soglia oltre la quale siamo già in pericolo».

Anche sul reato di femminicidio, Caputo ha invitato a non considerare la norma come una bacchetta magica. «La sanzione dell’ergastolo - ha sottolineato il magistrato - può essere davvero un deterrente per una persona che, avendo commesso questi atti, evidentemente non ragiona in modo razionale? Per alcuni questa introduzione funge un po’ da ansiolitico sociale. Se avrà un’efficacia concreta lo vedremo con il tempo». La vera partita, ha aggiunto, resta culturale: «Bisogna sradicare una cultura in cui la donna viene vista come possesso, come dominio del maschio».

Dentro quella cultura vivono spesso donne cariche di paura, vergogna e senso di colpa. Barbara Lavorato lo ha raccontato con un’immagine forte: «Quando apriamo la porta, immaginiamo le donne con uno zaino pesantissimo, pieno di sassi. Nel nostro percorso, piano piano, li tiriamo fuori». In quello zaino c’è anche lo stigma sociale: «Si tende ancora a pensare che se un marito te lo sei sposato, allora te lo tieni. Che se hai dei figli e li togli a un padre non sei una buona mamma».

Denunciare, però, non chiude il percorso: lo apre. «La denuncia è il primo passo, ma poi c’è tutto il resto. All’inizio c’è tanta adrenalina, l’ultimo evento ti dà la spinta a denunciare e a scappare. Ma dopo la prima settimana si inizia a vacillare. È lì che c’è bisogno del nostro sostegno».

Il messaggio vale anche per bullismo e cyberbullismo. Filippi ha scelto una definizione semplice: «Il bullismo è qualsiasi comportamento che causa una sofferenza, a prescindere da quale essa sia». E ai ragazzi, nelle scuole, porta sempre lo stesso invito: «Non dovete essere indifferenti. Segnalatelo subito». Perché fermare un episodio significa aiutare la vittima, ma anche evitare che il bullo superi la soglia del reato.

Caputo ha messo in guardia dalla minimizzazione: «Bisogna far capire ai ragazzi che non è un gioco. Anche un singolo episodio può integrare una fattispecie di reato: lesioni, minacce, percosse». E Baione ha indicato i segnali che scuola e famiglia non possono ignorare: ansia, isolamento, rifiuto di andare a scuola, chiusura improvvisa. «Sono piccoli segnali che vanno colti e segnalati».

Alla fine, il filo comune tra violenza di genere, bullismo e cyberbullismo è l’indifferenza. «Il problema è girarsi dall’altra parte», ha detto Caputo. «La forza non si vede da quanto aggredisci una persona verbalmente o fisicamente, ma nella capacità di reagire e prendere consapevolezza dei propri diritti». Poi l’affondo: «Chi vede episodi di bullismo o anche episodi isolati di violenza deve farsi carico di aiutare il compagno. Girarsi dall’altra parte non solo è un atto di vigliaccheria, ma spesso rende complici».

Lavorato ha tradotto questo messaggio in una formula diretta ai ragazzi: «Anche non scegliere da che parte stare è già una scelta». Non ridere davanti a una battuta sessista, fermare una presa in giro, non inoltrare una foto intima, eliminare un contenuto violento: sono tutti gesti concreti. «Non girarla, eliminarla, è già una presa di posizione».

La chiusura è stata un appello corale. Filippi si è rivolto alle vittime: «Passate la soglia delle nostre caserme. Nessuna vittima deve tollerare nulla. La donna non può pensare che uno schiaffo venga dato in un momento di rabbia o che sia una manifestazione eccessiva dell’amore. Uno schiaffo è un atto di violenza. Quello basta per passare quella soglia».

Lavorato ha ricordato che si può chiedere aiuto anche senza esporsi subito: «Una chiamata al 1522 o al centro antiviolenza garantisce privacy. Si può non dire il proprio nome. Possiamo parlare anche solo al telefono. Sono servizi gratuiti. E bisogna seguire sempre le proprie sensazioni: se provi paura, probabilmente non è una situazione normale».

Caputo ha lasciato alle ragazze una frase che vale più di molte campagne: «Non è necessario innamorarsi del malessere». E Baione ha chiuso con un messaggio di fiducia: «Non bisogna sentirsi soli, abbandonati o fragili. Avere paura è umano. Noi ci siamo per questo. Il vero atto di coraggio è distaccarsi da una società e da una cultura che non ci appartiene».

La violenza che non si vede diventa devastante quando nessuno la vuole vedere. Ma può essere fermata quando una vittima parla, quando un vicino segnala, quando un compagno non ride, quando una scuola ascolta, quando una caserma apre la porta, quando una comunità decide finalmente di non voltarsi più dall’altra parte.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.