DOSSIER | Ecco i Paesi del nord-est dimenticati da Dio dove la Sanità non esiste
Dalla Calabria nord-est emerge una mappa durissima: in diversi comuni il presidio utile dista fino a 50-60 minuti. Senza elisoccorso, elisuperfici, 118 medicalizzato e medicina territoriale, la sanità resta solo sulla carta
CORIGLIANO-ROSSANO – In alcuni, anzi molti, paesi della Calabria nord-est il diritto alla salute comincia già in salita. Non per modo di dire. In salita vera. Su strade interne, tornanti, collegamenti lenti, distanze che diventano minuti, e minuti che nell’emergenza possono diventare destino. Ne abbiamo raccontate tante storie tristi in questi mesi di gente, cittadini come noi, che vivevano in questo lembo d'Italia e d'Europa, morti agognando di poter arrivare in ospedale. Il caso più eclatante fu quello di Tonino Sommario che morì per strada mentre si recava in ospedale (ne parlammo qui)
Dopo la prima puntata dedicata alla distanza dai presìdi sanitari e dopo la seconda sull’età della popolazione nei comuni più fragili, il dossier arriva al suo punto più duro: che sanità esiste davvero nei paesi dove il primo presidio utile si raggiunge in 40, 50 o quasi 60 minuti?
Perché se la rete ospedaliera dice dove sono gli ospedali, la rete dell’emergenza dovrebbe dire un’altra cosa: quanto tempo serve per arrivare al paziente. E qui il problema esplode. Davvero.
Il numero che inchioda il sistema: il tempo
Nel sistema nazionale esiste un indicatore preciso. Si chiama D09Z – Intervallo Allarme-Target dei mezzi di soccorso. Misura il tempo che passa tra l’inizio della chiamata telefonica alla Centrale operativa del 118 e l’arrivo del primo mezzo di soccorso sul luogo dell’evento. È l’indicatore che valuta la performance del sistema 118 e, secondo le specifiche tecniche del Nuovo Sistema di Garanzia, la valutazione del tempo di risposta è la variabile più significativa per descrivere l’efficienza dell’emergenza sanitaria territoriale.
Il vecchio riferimento nazionale sul soccorso sanitario primario indicava tempi non superiori a 8 minuti per gli interventi in area urbana e 20 minuti per gli interventi in area extraurbana, salvo particolari condizioni di complessità territoriale.
Basta questo dato per capire che da noi, alle nostre latitudini, solo nominarla la parola sanità è un abuso. Perché è un eufemismo bello e buono. Più della metà dei comuni della Calabria del nord-est impiega almeno 45 minuti per arrivare al presidio ospedaliero più vicino e quasi un'ora per arrivare al presidio ospedaliero più utile!
I comuni fuori tempo massimo
La tabella seguente non misura i tempi ufficiali del 118. Quelli devono essere forniti da ASP Cosenza, Centrale operativa 118 e Regione Calabria (e nessuno tra questi enti li ha o, se li ha, li tiene nascosti nei cassetti). Misura, invece, il tempo auto stimato dal centro comunale al presidio sanitario utile più vicino. È una stima redazionale, prudenziale, utile a evidenziare il problema.

Il dato più grave non è che alcuni comuni siano distanti. Lo sanno tutti. Il dato più grave è che molti comuni non sono lontani di poco: sono fuori scala rispetto a qualsiasi idea ragionevole di emergenza sanitaria rapida.
Castroregio, Nocara, Bocchigliero, San Donato di Ninea, Sant’Agata di Esaro, Oriolo, Longobucco, Canna, Santa Sofia d’Epiro e Alessandria del Carretto non pongono una questione di comodità. Pongono una questione di sopravvivenza.
Qui la sanità non è vicina: è teorica
In questi paesi la sanità non è semplicemente lontana. È fragile prima ancora di cominciare. Quando un cittadino chiama il 118, il problema non è solo quale ospedale lo prenderà in carico. Il problema è chi arriva, con quale mezzo, in quanto tempo, da dove parte, con quale personale, su quale strada e verso quale presidio.
Se un comune impiega già su strada 40, 50 o quasi 60 minuti per raggiungere il presidio utile più vicino, la discussione non può fermarsi all’elenco degli ospedali. No, perché il vero dilemma è se la rete dell’emergenza è costruita per compensare quella distanza oppure la lascia semplicemente sulle spalle dei cittadini
Ecco perché chiamarla sanità territoriale, in questi comuni, rischia di diventare una formula del tutto abusiva.
Se le strade non bastano, la sanità deve volare
“Strade? Dove andiamo noi non c’è bisogno di strade”, diceva Doc Brown in Ritorno al futuro. Ma se questa resta una bella battuta da cinema, nella Calabria nord-orientale diventa politica sanitaria.
Se le strade non bastano, la sanità deve volare. Non sempre, non ovunque, non per qualunque caso. Ma nei territori che risultano fuori tempo massimo, il sistema deve avere strumenti alternativi. Elisoccorso, elisuperfici operative, punti di atterraggio notturno, postazioni 118 medicalizzate, protocolli rapidi, telemedicina d’urgenza, medicina territoriale e monitoraggio domiciliare degli anziani fragili.
Il tema non è inventato oggi. No. Perché i nostri politici, i manager sanitari a questo ci hanno pure pensato. Poi però, dai reel, dalle interviste, dai comunicati stampa, persino dagli atti ai fatti la realtà è davvero tutt'altra cosa.
Nel Programma Operativo 2019-2021 della Regione Calabria, allegato al DCA n. 57/2020, tra gli interventi dell’emergenza-urgenza figurano il servizio di soccorso sanitario con elicottero, la realizzazione di elisuperfici certificate H24 nei centri spoke e hub, l’analisi e l’implementazione della rete di elisuperfici ospedaliere e la definizione di criteri razionali per individuare la tipologia operativa delle elisuperfici in relazione alle esigenze del territorio.
Non solo. La legge regionale n. 32 del 2021 attribuisce ad Azienda Zero il compito di dirigere, coordinare e monitorare il sistema regionale dell’emergenza-urgenza 118 e dell’elisoccorso. La stessa norma richiama anche il coordinamento in materia di medicina territoriale, con particolare riferimento alla presa in carico dei pazienti fragili-cronici, alla continuità ospedale-territorio e all’assistenza primaria.
Questo significa una cosa semplice: la risposta non può essere lasciata ai singoli comuni, alla buona volontà dei sindaci o alla resistenza dei cittadini. È governance sanitaria regionale. È programmazione. È rete.
Dove la strada è lenta, il sistema deve essere più veloce
Il punto, quindi, non è pretendere un elicottero per ogni paese. Sarebbe una caricatura. Il punto è costruire una rete intelligente. Dove la strada garantisce tempi compatibili, deve funzionare il soccorso su gomma. Dove la strada non li garantisce, devono esistere alternative: elisuperfici operative, punti di atterraggio sicuri, mezzi adeguati, ambulanze medicalizzate, personale formato, collegamenti rapidi con i presìdi e protocolli per le patologie tempo-dipendenti.
Dove il paese è anziano, serve medicina territoriale. Dove l’isolamento è strutturale, serve presa in carico domiciliare. Dove il Pronto soccorso è lontano, serve prevenzione. Dove la viabilità è fragile, il sistema sanitario deve anticipare il problema, non scoprirlo quando arriva la chiamata.
Perché un infarto, un ictus, un trauma, una crisi respiratoria o una caduta grave non aspettano che la strada migliori.
Non basta sapere dov’è l’ospedale: ora la politica chieda i numeri veri
Abbiamo capito che la Calabria nord-est non può essere letta con una mappa piatta. La costa non è la montagna. Corigliano-Rossano non è Bocchigliero. Trebisacce non è Nocara. Castrovillari non è San Donato di Ninea. Cariati non è Campana. Un comune servito da un presidio non vive la stessa condizione di un comune che per arrivarci deve attraversare strade interne, tornanti, dislivelli e chilometri.
È qui che questo dossier diventa una sfida diretta alla politica locale e regionale. Sindaci, consiglieri comunali, consiglieri regionali, parlamentari, conferenze dei sindaci (che non si riuniscono da tempi immemori!), ambiti territoriali, rappresentanze istituzionali e sanitarie dovrebbero chiedere una cosa semplice: un report pubblico, serio e comune per comune sui tempi reali del 118 nella Calabria nord-est.
Non una media provinciale. Non un dato aziendale. Non una fotografia generica buona per tutti e quindi utile a nessuno. Serve sapere, per ogni comune, quanto tempo passa tra la chiamata e l’arrivo del mezzo. Quanto dura il trasporto verso il presidio. Che tipo di ambulanza viene inviata. Se il mezzo è medicalizzato o no. Dove viene portato realmente il paziente. Quanti interventi vengono effettuati ogni anno. Quanti superano i 18 minuti, quanti i 20, quanti i 30, quanti i 40.
Solo così si potrà capire se i paesi più lontani sono coperti da una rete reale o da una promessa amministrativa. E solo da lì potranno nascere decisioni operative vere: postazioni 118 da rafforzare, ambulanze medicalizzate da collocare meglio, elisuperfici da attivare, punti di atterraggio notturno da rendere funzionanti, protocolli rapidi da costruire, medicina territoriale da portare dove oggi arriva troppo tardi.
Sarebbe un servizio di consapevolezza, innanzitutto, e di onestà intellettuale nei confronti di tanti cittadini di questo territorio che vivono la miseria della sanità.