Statale 106, nessuna guerra tra poveri: nei cantieri vince chi è pronto. Sempre
Dopo il Corsivo si accende il dibattito sulla manodopera nei cantieri Sibari-Coserie. Le Fosse (Partito Democratico) invita alla cautela, ma il nodo resta uno solo: competenze, non bandiere
CORIGLIANO-ROSSANO - Il Corsivo di sabato ha – come era inevitabile e anche giusto che fosse – aperto un nuovo fronte di discussione attorno ai lavori della nuova Statale 106 Sibari-Coserie, ormai ai nastri di partenza. Non un dibattito ideologico, ma una riflessione netta e documentata sulla declinazione forse più delicata dell’opera: il lavoro.
Nel nostro editoriale abbiamo messo in fila numeri, dati di settore e dinamiche reali dei grandi cantieri, evidenziando un fatto difficilmente contestabile: una parte consistente della manodopera che realizzerà l’opera potrebbe essere composta da lavoratori specializzati stranieri se qui non ci sarà un immediato cambio di passo. E questo non per una scelta “politica” o identitaria, ma per una ragione molto più semplice e brutale: i lavoratori non italiani sono già pronti, formati e immediatamente impiegabili.
Un ragionamento che ha chiamato in causa anche il territorio, la sua capacità (o incapacità) di prepararsi per tempo, e il tema – mai risolto – della formazione professionale legata alle grandi opere.
Su questo terreno è intervenuto nelle scorse ore Pino Le Fosse, dirigente del Partito Democratico, con una presa di posizione che ha voluto riportare il confronto su un piano di maggiore cautela.
La posizione di Pino Le Fosse
«Sul tema della manodopera nei cantieri della nuova SS106 è necessario mantenere un approccio sobrio e aderente ai fatti, evitando semplificazioni che rischiano di produrre effetti distorsivi nel dibattito pubblico.
Rappresentare l’apertura dei cantieri come l’avvio di una concorrenza tra lavoratori locali e lavoratori stranieri è una lettura sbagliata e, nel clima attuale, anche pericolosa. Non aiuta a comprendere i processi reali e rischia di alimentare tensioni sociali che non trovano riscontro nella realtà dei cantieri.
I fatti raccontano altro. Nel cantiere Sibari–Roseto, tuttora in corso, oltre il 90% della manodopera impiegata è locale. Questo dato dimostra che non esiste alcuna esclusione preventiva del territorio dal lavoro generato dalle grandi opere.
Allo stesso tempo, sarebbe fuorviante sostenere che il lavoro locale sia garantito in modo automatico. Le imprese cercano competenze e tempi certi. Il territorio lavora se è in grado di farsi trovare preparato, con professionalità adeguate e strumenti coerenti con le reali esigenze dei cantieri.
La formazione va considerata per ciò che è: una necessità strutturale e permanente, non una risposta episodica legata a un singolo cantiere. Serve oggi, ma soprattutto per il futuro del territorio.
Esperienze passate dovrebbero averlo insegnato. Nei cantieri Enel, negli anni, si sono create occasioni di lavoro e alcune competenze, ma la formazione non fu strutturata come sarebbe stato necessario, come il sindacato segnalò con chiarezza. È una lezione che resta attuale.
Lo stesso vale per le occasioni industriali mancate, come Baker Hughes, dove non è mancata la disponibilità di lavoro ma politiche adeguate e una visione capace di tenere insieme sviluppo, territorio e prospettiva industriale.
La SS106 è un’opera importante per questo territorio e avrà ricadute concrete anche sul piano occupazionale. Perché queste ricadute siano pienamente colte, serve governare i processi, assumere responsabilità politiche chiare e dotarsi di strumenti formativi seri. Non creare contrapposizioni che non esistono, ma preparare il territorio alle sfide che ha davanti».
Cantieri, formazione e responsabilità
Una posizione, quella di Le Fosse, che richiama correttamente alla necessità di evitare scorciatoie narrative, ma che secondo noi va ulteriormente precisata per non rischiare un’altra semplificazione.
I cantieri della nuova Statale 106 non sono paragonabili agli insediamenti industriali come Enel, negli anni '70, o come quella che sarebbe potuta essere (e non è stata) quella di Baker Hughes. La SS106 è un’opera con cantieri temporanei e finalizzati alla costruzione, non una presenza produttiva stabile. Nel caso Enel, la formazione della manodopera locale era non solo opportuna, ma necessaria, proprio perché legata a un insediamento duraturo nel tempo.
Nei grandi cantieri infrastrutturali, invece, l’assunzione e la formazione della manodopera locale dipendono in larga parte dalle scelte delle aziende appaltatrici che, tra l'altro, con il nuovo Codice degli appalti, sono anche sottoposte a vincoli stringenti sui cronoprogrammi che li espone a penali da capogriro qualora l'opera non venisse consegnata nei tempi previsti.
Sul Terzo Megalotto, ad esempio, Webuild ha deciso di investire anche sulla formazione e sull’impiego di lavoratori del territorio (il caso delle squadre dei minatori di Acri, ritornati in Calabria dopo aver "bucato" mezza Europa, è emblematico). Ma quella è stata una scelta aziendale - virtuosa e coraggiosa - non un automatismo del sistema. E infatti, nello stesso perimetro del terzo megalotto, operano subappaltatori che impiegano esclusivamente manodopera specializzata straniera, già formata e proveniente da altri grandi cantieri.
Il tema della formazione, inoltre, non è un’invenzione dell’oggi né una forzatura giornalistica. È una questione sulla quale da tempo gli stessi sindacati di categoria, in particolare dalla Fillea CGIL, catechizza da sempre, ribadendo come le grandi opere richiedano competenze reali e non percorsi formativi improvvisati o puramente teorici.
La SS106, quindi, non escluderà nessuno per principio - ed è questo l'auspicio di tutti - ma non aspetterà nessuno per impreparazione. Ed è su questo crinale – tra opportunità storica e responsabilità mancate – che il dibattito dovrebbe restare ancorato. Perché la strada si farà comunque. La vera differenza la farà chi sarà stato in grado di arrivare pronto.