Rischio idrogeologico in Calabria, Uil denuncia ritardi e mancanza di prevenzione
L’analisi di UIL Calabria sul rischio idrogeologico: caratteristiche del territorio e impatto degli eventi meteo estremi. Il ruolo delle scelte urbanistiche, della manutenzione e dello spopolamento delle aree interne. I dati su fondi disponibili e spesi tra POR, PNRR e programmazione regionale. Le criticità burocratiche e il ricorso agli stati di emergenza rispetto alla prevenzione strutturale
CATANZARO – UIL Calabria evidenzia le cause del dissesto: fragilità del territorio, scarsa manutenzione e ritardi nella spesa dei fondi aggravano gli effetti del maltempo.
«Se mettiamo insieme il quadro generale delle calamità nel Sud Italia con la specificità della Calabria, emerge un’analisi che non può essere ridotta a uno slogan o a una sola responsabilità. È un intreccio di fragilità naturale, scelte umane, limiti amministrativi e cultura politica».
Lo sottolineano in una nota Mariaelena Senese, Segretaria generale Uil Calabria e Pasquale Barbalaco, Segretario regionale Uila Calabria.
«La Calabria –aggiungono - è una regione strutturalmente fragile. Gran parte del territorio è montuoso o collinare; le catene come la Sila, le Serre e l’Aspromonte scendono rapidamente verso il mare. Questo crea bacini idrografici brevi e ripidi. I corsi d’acqua – le cosiddette fiumare – sono una peculiarità calabrese: per lunghi periodi restano quasi asciutti, poi in poche ore possono trasformarsi in torrenti impetuosi capaci di trascinare massi, fango e detriti. È una dinamica naturale, ma estremamente violenta. In un territorio così conformato, la prevenzione non dovrebbe essere una voce di bilancio residuale, bensì una priorità permanente».
«Negli ultimi anni, inoltre, gli eventi meteorologici si sono fatti più intensi e concentrati. Piogge torrenziali in poche ore, bombe d’acqua, cicloni mediterranei. Quando precipitazioni di questa portata colpiscono un territorio ripido, con alvei già pieni di sedimenti e argini non consolidati, il rischio esplode. Ma il punto centrale è che la sola spiegazione climatica non basta. Una parte decisiva della vulnerabilità deriva dalle scelte umane. In Calabria, come in altre regioni del Sud, si è costruito per decenni in prossimità di corsi d’acqua o su versanti instabili».
«Non si tratta soltanto di abusivismo – che pure ha avuto un peso – ma anche di pianificazione urbanistica non sempre lungimirante, controlli insufficienti e sanatorie che hanno legittimato situazioni oggettivamente rischiose. Quando si restringe l’alveo naturale di una fiumara, quando si edifica in un’area che storicamente è zona di espansione delle piene, si crea un problema strutturale. L’acqua, prima o poi, riprende il suo spazio. A questo si aggiunge la questione della manutenzione ordinaria, che in Calabria è uno dei nodi più critici. Molti comuni sono piccoli, con bilanci limitati e uffici tecnici sottodimensionati. La pulizia degli alvei, il consolidamento degli argini, la sistemazione delle reti di scolo, il monitoraggio dei versanti richiedono continuità, personale e programmazione. Spesso, invece, si interviene solo dopo un evento dannoso. Così il territorio accumula fragilità anno dopo anno, fino a quando una pioggia particolarmente intensa diventa il detonatore».
«C’è poi - proseguono Senese e Barbalaco- un altro elemento tipico della Calabria: lo spopolamento delle aree interne. Interi territori montani e collinari sono stati progressivamente abbandonati. Meno agricoltura tradizionale, meno cura dei terrazzamenti, meno manutenzione dei boschi. Il territorio non è più presidiato come un tempo. Questo abbandono aumenta il rischio di frane e dissesto, perché il suolo non viene più gestito in modo attivo. Sul piano istituzionale, il problema si complica ulteriormente. La gestione del rischio idrogeologico coinvolge più livelli: Comuni, Regione, Autorità di bacino, Stato. Le competenze sono frammentate, le procedure complesse. Anche quando arrivano fondi statali o europei per la difesa del suolo, trasformarli rapidamente in progetti esecutivi e cantieri non è semplice. In Calabria, storicamente, si sono registrati ritardi nella spesa e nella realizzazione delle opere programmate. Nel ciclo di programmazione POR 2014–2020, gli Assi 5 e 6 avevano destinato 620 milioni di euro alla riduzione del rischio idrogeologico, ma ne sono stati spesi solo 410, poco meno dei due terzi. Per il 2025 il Fondo nazionale per la mitigazione assegna alla Calabria 13,5 milioni di euro, mentre il Fondo pluriennale ne prevede complessivamente altri 440 milioni. Nella nuova programmazione 2021–2027, il PR Calabria colloca le politiche di contrasto al dissesto nell’Obiettivo di policy 2 (“Una Calabria più resiliente e sostenibile”) con 135 milioni di euro. A queste risorse si aggiungono i fondi del PNRR: 18 milioni per interventi già avviati e ulteriori 36 per nuovi progetti. È evidente che le opere non si fanno non per un problema di risorse, ma spesso per lentezze burocratiche, difficoltà progettuali e carenze organizzative».
«Il risultato –sottolineano Mariaelena Senese e Pasquale Barbalaco - è che si interviene più facilmente quando il danno è già avvenuto, perché l’emergenza consente procedure accelerate e poteri straordinari. Ecco perché vediamo tante commissioni e commissari. Lo “stato di emergenza” permette di derogare a certe rigidità burocratiche e di sbloccare fondi rapidamente. È uno strumento necessario quando la situazione è grave. Il problema è che in Italia – e in particolare in alcune aree – l’eccezione tende a diventare la regola. Si governa attraverso l’emergenza, invece che attraverso la pianificazione preventiva».
«L’intervento straordinario -prosegue la nota - sostituisce la programmazione ordinaria. Esiste anche un fattore culturale e politico. La prevenzione non fa notizia. Un torrente pulito, un argine consolidato o un versante messo in sicurezza non sono visibili mediaticamente. L’intervento dopo il disastro, invece, è visibile, urgente, drammatico. Questo squilibrio ha contribuito a creare, nei tanti anni, una dinamica per cui si investe di più nel riparare che nel prevenire. In definitiva, davanti a una calamità in Calabria non siamo di fronte solo alla “sfortuna” o alla violenza del maltempo. Siamo davanti al risultato di un territorio fragile, di scelte urbanistiche discutibili, di manutenzione insufficiente, di spopolamento delle aree interne e di una macchina amministrativa che fatica a operare in modo continuativo e programmato. Le commissioni e gli stati di emergenza diventano così la risposta immediata a un problema che, in realtà, si costruisce lentamente nel tempo».
«Finché non si invertirà questa logica – concludono Senese e Barbalaco - mettendo al centro manutenzione costante, pianificazione rigorosa, controllo severo delle costruzioni e utilizzo efficace delle risorse, il rischio è che la Calabria continui a vivere ciclicamente lo stesso copione: evento estremo, danni ingenti, nomine straordinarie, promesse di intervento. E poi, lentamente, il ritorno alla normalità fragile di sempre».