Diga di Tarsia, si alimentano sospetti: «Per anni senza collaudo e mai autorizzata a pieni volumi»
Durante Eco in Diretta l’ex estensore del PAI, il geologo Tonino Caracciolo, parla di errore nella gestione della piena e solleva dubbi sulle autorizzazioni: «Mai concessa la capacità teorica dell’invaso». Ora servono verifiche ufficiali
CORIGLIANO-ROSSANO – Le immagini della notte tra il 13 e il 14 febbraio sono ancora negli occhi di tutti. Ma mentre il territorio conta i danni, emergono interrogativi tecnici sempre più pesanti sul ruolo della diga di Tarsia nella dinamica della piena che ha travolto la Piana di Sibari. Che ruolo ha avuto la traversa dell'invaso nell'esondazione del fiume? Quelle paratoie, anche se parzialmente e temporaneamente, andavano chiuse? Cosa è successo?
Durante la puntata speciale di Eco in Diretta, andata in onda ieri sera (RIVEDILA QUI) il geologo Tonino Caracciolo, già estensore del Piano di Assetto Idrogeologico della Calabria, ha ricostruito uno dei momenti più delicati dell’emergenza: il pomeriggio in cui, durante il sopralluogo sugli argini a Thurio, venne annunciato che «otto milioni di metri cubi d’acqua erano stati bloccati alla diga».
Un annuncio che aveva rassicurato la popolazione. Poche ore dopo, però, è arrivata la piena. E ha distrutto tutto.
Secondo Caracciolo, proprio in quella fase si sarebbe verificato un errore di gestione: «Aver chiuso e poi riaperto aggiungendo alla piena altri otto milioni di metri cubi d'acqua aggrava la situazione a valle della diga. È stato un errore colossale - fatto in buona fede, ci mancherebbe - di previsione dell’onda di piena».
Il geologo ha spiegato, inoltre, che, con i dati pluviometrici a monte, l’arrivo dell’onda è prevedibile con precisione: «L’onda di piena si poteva stimare. Sommando il rilascio ai volumi già in arrivo si è aumentato inevitabilmente l’impatto a valle».
Ma il passaggio più rilevante riguarda la natura dell’infrastruttura. Caracciolo ha ricordato che Tarsia nasce come opera irrigua e non come diga di laminazione e poi aggiunge un altro particolare. «In passato ha avuto perdite sulla spalla destra e oggi non può essere messa sotto sforzo perché lì davvero succederebbe la fine del mondo».
Da qui il nodo delle autorizzazioni e del collaudo. Alla domanda diretta, il geologo ha risposto con cautela ma con affermazioni precise: «Alcuni anni fa la Diga di Tarsia sicuramente non era collaudata, pur essendo in esercizio da vent’anni. Non so se nel frattempo sia stato fatto il collaudo. Sicuramente è stata in esercizio per decenni senza autorizzazione completa del Servizio nazionale dighe».
E poi l’altra affermazione, ancora più netta: «La diga di fatto non è mai stata invasata per la capacità teorica per cui è nata. Il Servizio Dighe nazionale non ha mai autorizzato a contenere tutti i volumi previsti in progetto, mai».
Se confermato documentalmente, questo significherebbe che l’invaso non è progettato né autorizzato a trattenere integralmente le grandi portate, ma solo a regolarle entro limiti precisi. Le parole del geologo aprono, inevitabilmente, un capitolo che richiederà verifiche tecniche ufficiali. Perché la pioggia spiega la piena, ma capire come si è formata l’onda che ha raggiunto la Sibaritide diventa ora una questione pubblica. Atteso che sulla grande esondazione ha influito - non poco - anche il flusso violento d'acqua arrivato dal più grande degli affluenti del Crati, il Coscile che ha raccolto le acque dell'interno versante nord-occidentale della Calabria (insieme a quelle dell'invaso dell'Esaro) scaricandole nel letto del fiume all'altezza proprio di Thurio.