Trapianti, Calabria ultima nell’Italia dei record. La lettera da Trebisacce: «Che speranza ha l’Alto Ionio?»
Il flop regionale su donazioni e trapianti connesso alla fragilità della rete sanità territoriale: «Il Chidichimo non può essere una bandiera elettorale»
TREBISACCE - L’Italia dei trapianti corre e segna il miglior risultato di sempre. La Calabria, invece, resta in coda. Nel 2025, secondo il Centro nazionale trapianti, nel Paese sono state realizzate 2.164 donazioni di organi, il 3,2% in più rispetto al 2024, a partire da 3.293 segnalazioni di potenziali donatori arrivate dalle rianimazioni. I trapianti effettuati sono stati 4.697, il numero più alto mai registrato in Italia.
Dentro questo quadro nazionale positivo, il dato calabrese racconta tutt’altro. Nel report preliminare 2025 del Centro nazionale trapianti, la Calabria compare tra le ultime regioni per attività di trapianto da donatore deceduto, con un tasso di 9,2 trapianti per milione di popolazione e un saldo negativo rispetto al 2024. Per i trapianti di fegato, il dato regionale indicato nel report è di appena 2 interventi nel 2025.
È da questo scarto, tra un’Italia che migliora e una Calabria che resta indietro, che parte la lettera aperta di Fabio Gioia, cittadino politicamente e socialmente attivo, professionista che negli anni scorsi ha avuto collaborazioni nello staff dell'assessorato Ambiente del comune di Salerno all'epoca del Governo De Luca, che usa il tema dei trapianti come lente per leggere una fragilità più ampia: quella della sanità regionale e, dentro questa, dell’Alto Ionio e dell’ospedale “Chidichimo”.
Il titolo della sua riflessione è già una denuncia: “Ultimi in tutto: se la sanità regionale fallisce sui trapianti, che speranza ha l’Alto Ionio?”. Gioia non si ferma al dato numerico, ma lo interpreta come fotografia dello stato di salute di un sistema. Il 2025, scrive, ha consegnato all’Italia «il record storico assoluto nei trapianti d’organo», ma dentro quella cornice «la Calabria si colloca in fondo alla classifica. All’ultimo posto».
Il punto, secondo Gioia, non può essere liquidato con la spiegazione più semplice: i calabresi donerebbero meno perché meno disponibili. Anzi, per il cittadino trebisaccese questa lettura rischia di essere anche offensiva. Il problema, sostiene, è altrove: nella macchina organizzativa, nella governance, nella capacità del sistema sanitario di intercettare i potenziali donatori e trasformare una disponibilità in un percorso clinico reale.
«Quando mancano il coordinamento delle reti, procedure di accertamento aggiornate, figure chiave operative e una regia manageriale chiara – scrive Gioia – l’altruismo dei cittadini viene mortificato da un sistema incapace di tradurlo in atti clinici concreti». La frase più dura arriva subito dopo: «Le segnalazioni di potenziali donatori sono drammaticamente basse perché la macchina organizzativa, semplicemente, non li intercetta. Non funziona».
È qui che la riflessione si sposta dal tema trapianti al tema territorio. Per Gioia, infatti, i trapianti non sono una materia per soli specialisti. Sono la prova più alta della capacità di un sistema sanitario di governare processi complessi: coordinamento, urgenza, rianimazioni, accertamenti, equipe, logistica, procedure, responsabilità. Se quella rete fallisce, si chiede il cittadino, come può lo stesso sistema garantire con efficienza i livelli essenziali di assistenza nei territori più fragili?
La risposta porta direttamente a Trebisacce. Gioia collega la crisi del sistema trapiantologico alla condizione dell’ospedale “Chidichimo”, presidio sanitario dell’Alto Ionio da anni al centro di rivendicazioni, attese, tensioni e promesse. Nella sua lettera parla di «fragilità del nostro presidio», di «tensioni operative», di «carenze d’organico» e di «pressioni insostenibili sui reparti più esposti». Non episodi isolati, secondo lui, ma effetti di una sanità regionale che avrebbe rinunciato a governare la complessità, rifugiandosi nella gestione continua dell’emergenza.
Il passaggio politico più forte riguarda proprio il ruolo del Chidichimo. Gioia chiede che l’ospedale non venga più trattato come «una bandiera elettorale da sventolare a fasi alterne», ma come un presidio da programmare sulla base di dati clinici, bisogni demografici reali e carichi di lavoro misurabili. In altre parole: non promesse, non slogan, non riaperture annunciate e poi lasciate a metà. Ma una funzione sanitaria definita, sostenibile e verificabile.
Nella lettera c’è anche una critica netta al modo in cui la sanità regionale affronta le aree periferiche. Il tema non è soltanto chiedere più medici o più strumenti, pure indispensabili. È pretendere un cambio di metodo: reti funzionanti, responsabilità chiare, figure manageriali selezionate per merito, fabbisogni costruiti sulla domanda effettiva e non sull’improvvisazione.
«Un diritto fondamentale come quello alla salute non si difende a colpi di proclami – scrive Gioia – ma ingegnerizzando le reti, inserendo figure manageriali selezionate per merito e calcolando il fabbisogno sulla base della domanda effettiva». La chiusura è un atto d’accusa verso il centro decisionale regionale: «Se la sanità perde coerenza organizzativa a Catanzaro, il conto lo pagano i cittadini di Trebisacce con la negazione del diritto di cura».
Il valore della lettera aperta sta proprio nel collegamento tra un dato tecnico e una domanda politica. I numeri sui trapianti non restano chiusi dentro un report sanitario nazionale. Diventano il sintomo di una difficoltà più larga: la capacità, o l’incapacità, della Calabria di organizzare reti sanitarie complesse e di farle ricadere in modo equo anche sui territori distanti dai grandi centri.
L’Alto Jonio, da questo punto di vista, è uno dei luoghi dove la distanza dalla governance regionale si sente di più. Ogni disfunzione organizzativa prodotta a monte diventa attesa, rinuncia, viaggio della speranza, reparto sotto pressione, servizio intermittente. E il Chidichimo, nella riflessione di Gioia, diventa il simbolo di questa frattura: un ospedale che per essere davvero presidio di diritto alla salute non può vivere di annunci, ma di programmazione. Ed è quella che, in realtà, al netto delle promesse, dei buoni propositi e delle speranze, ancora manca!