13 ore fa:VOLLEY FEMMINILE - Sconfitta interna "indolore" per la Caffe San Vincenzo: quarto posto blindato
5 ore fa:La Straface inaugura nuova punto politico a Rossano e parla di turismo: «Ci ispireremo a Tropea»
15 ore fa:Cosa si dice nella Calabria del nord-est: una settimana di notizie
12 ore fa:Era stato stato accusato di violenza, assolto un agente di polizia
10 ore fa:Imposte e Documento unico di Programmazione, torna a riunirsi il Consiglio comunale
7 ore fa:Il purgatorio è finito: la Rossanese è l’Eccellenza
14 ore fa:Viaggio tra i Feudi della Sila Greca - Calopezzati, dai Caputo alla scomparsa di Covella Ruffo
6 ore fa:Conte arriva a Corigliano-Rossano e con Stasi è amore a prima vista: «È una garanzia»
11 ore fa:La Lega Navale incontra l'Esecutivo: in vista nuovi progetti per Corigliano-Rossano
7 ore fa:Fu la Panaghia la prima chiesa di Rossano? C'è un indizio storico

Un amico d’infanzia, un Barone assassino. Nota su Emilio De Marchi

4 minuti di lettura

Dona grato stupore avvederti che un incontro nuovo celava invece in sé una soave presenza molto antica. Quell’attempata dama, sia detto a mo’d’esempio, che hai appena conosciuto in un salotto mai frequentato prima e che hai trovato oltremodo simpatica, si rivela d’un tratto l’amica del cuore della tua tale zia: la stessa amica che, allora rosa in boccio, giocava con te bimbo o t’assopiva la paura assicurandoti che l’uomo nero e le streghe non esistono… Fu quanto provai imbattendomi adulto nell’opera di Emilio De Marchi. Milanese (1851 – 1901), fu giornalista, critico letterario, drammaturgo, autore di romanzi, di testi volti a edificare il popolo, di poesie. Scrisse pure in dialetto, e il titolo dice ogni cosa: Milanin Milanon. Lessi non pochi suoi racconti. Non ne ricordo che il tono e l’aroma. Assai più vivi ho nella mente il Demetrio Pianelli e Il cappello del prete, due romanzi. Dirò qualcosa del secondo, ma non negligerò il primo. Segnalo intanto che, del De Marchi, forse più d’uno tra i lettori del presente articolo ha letto, nell’infanzia, versi suoi e non suoi: versi, cioè, delle Fables Jean de La Fontaine tradotte dal De Marchi e disseminate tra chissà quante antologie per le Scuole Elementari. Ne riportava anche la mia. La Fontaine, nome noto a ogni bimbo che amasse fiabe e favole; De Marchi – ma quale bimbo bada a un traduttore?

Per Emilio De Marchi scrivere fu missione educatrice. Un manzonismo domestico e addomesticato, un assai poco scapigliato alone di Scapigliatura, un’ironia mai acida, un pensoso umorismo e un affetto cordiale e un po’ generico per i tapini (è parola che amava e cui spesso ricorre) tramano il suo narrare. Demetrio Pianelli è il tapino che si sobbarca i debiti che il fatuo fratellastro suo lascia, impiccandosi, alla leggiadra inetta vedova Beatrice e alla figlia Arabella. Demetrio s’innamora di Beatrice, che finirà per sposare un danaroso cugino di Demetrio stesso. Questi, caduto in uggia presso il capufficio per avergli risposto con risentito sdegno a difesa dell’onore di Beatrice, viene sospeso dal lavoro e poi trasferito in una sede più piccola e lontana. Solo allora la donna ne intuisce la generosità e l’inespresso amore.

Con mai stridente levità di tono è dipanata la trama, ben altrimenti cupa, de Il cappello del prete. Napoli, ai tempi del re Umberto I. Carlo Coriolano, barone di Santafusca, aveva avuto, adolescente, un rapimento mistico che l’aveva condotto alla soglia del chiostro; imbevutosi poi delle atee e materialistiche dottrine del dottor Panterre, per le quali la vita di un uomo varrebbe quanto quella d’una lucertola, si era trasformato in dongiovanni e in accanito quanto sfortunato giocatore d’azzardo. All’epoca dei fatti, è un quarantacinquenne divorato dai debiti. Gli rimane la casa di Napoli e la cadente secentesca villa di Santafusca, presso l’omonimo villaggio sito a cinque miglia dalla città, custodita dal vecchio devoto Salvatore. Vive e opera a Napoli un prete strozzino, negromante, cabalista, che fornisce terni spesso vincenti ai patiti del lotto e che, ricchissimo, passa le sue giornate in un avido e avaro squallore. Perseguitato dai popolani e dalla camorra perché fornisca terni giusti, vuole prete Cirillo acquistare la dimora di Santafusca, per poi sparire da Napoli e vivere in pace. Il barone acconsente alla vendita. Don Cirillo raggiunge Santafusca, dove nessuno lo conosce, portando con sé non soltanto la somma bastevole all’acquisto, ma tutto il denaro e i titoli di credito di cui dispone. Prima di partire, ha fornito al cappellaio Filippino Mantica i numeri di un terno, in cambio d’un bellissimo copricapo da prete. Il barone gli mostra la villa. Giunti in un cortiletto in mezzo al quale è un pozzo abbandonato, lo percuote alla nuca con una spranga in ferro, getta il cadavere nel pozzo, lo ricopre di calce e detriti. Tutto è avvenuto in un istante, tutto all’interno della villa, nessuno ha visto nulla, nessuno mai andrà a scavare in quell’ignoto pozzo: il barone è di nuovo ricchissimo, e la vita riprende a sorridergli. Un’ombra gli verrà quando avrà ricordato con chiarezza di avere occultato il cadavere del prete, ma non il suo cappello. Qualche giorno dopo, il vecchio Salvatore muore. Don Antonio, curato di Santafusca, uomo di fede e di bontà, tornando dall’ufficio funebre s’accorge di portare in testa non già il suo vecchio consunto copricapo, ma un nuovo vezzoso cappello mai visto prima. Era successo che il cane, trovato il cappello del prete assassinato, lo aveva portato a Salvatore suo padrone, e don Antonio lo aveva presoinavvertitamente. Roso nella coscienza dal possesso di cosa non sua, il soave curato, trovato all’interno del cappello il nome di Filippino Mantica suo confezionatore, glielo invia per posta, e per lettera acclusa lo prega di consegnarlo al proprietario legittimo. Il Mantica, che il terno di don Cirillo ha reso ricco, riceve il pacco mentre a casa sua fervela festa per l’avvenuta vincita e gli invitati si vanno domandando che cosa ne sia stato di don Cirillo, che nessuno ha più visto da giorni. Da lì, prenderà moto la giustizia, e la stampa metterà le mani sulla cosa, alterandola a suo piacimento: “colla scusa di un ‘si dice’, si stampano cose che nessuno dice”. Scossa dalla paura, pure la coscienza del barone, intorpidita da lustri di sprechi e da rassicuranti idee vane, prende a muoversi, e… Ma anticipare come andrà a finire mi parrebbe sadismo a danno di chi fosse stato punto dalla voglia di leggere il testo. Si badi: a me poco m’importa che altri legga, se leggere gli è affanno. Mi basta che il mio prossimo sia leale e simpatico. E giacché mi ritorna impossibile figurarmi un lettore dell’Eco antipatico e stronzo, chiudo col riportare i numeri che don Cirillo aveva dato al cappellaio Filippino Mantica facendolo assai ricco. 4, 30 e 90, i numeri in questione – e sia fortuna a te che correrai a giocarli!

Ettore Marino
Autore: Ettore Marino

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua "Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri"; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni "ilfilorosso", una sua raccolta di liriche intitolata "Patibolo"; che nell’Aprile del 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, "Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi"; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con L’Eco dello Jonio; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.