Civita, l'abbraccio di 80 sindaci attorno al collega Tocci dopo la condanna per la strage del Raganello
Dal sindaco di Corigliano-Rossano Stasi, a quello di Cassano Iacobini per finire al primo cittadino di Cosenza, Franz Caruso: «Non chiediamo impunità, ma tutela per chi amministra». Alla manifestazione anche assessore Gallo
CIVITA - La piazza di Civita si è riempita di fasce tricolori, cittadini e parole pesanti. Non una manifestazione contro la giustizia, ma una mobilitazione di solidarietà istituzionale e umana attorno al sindaco Alessandro Tocci, condannato in primo grado a 4 anni e un mese per la tragedia del Raganello del 20 agosto 2018 (LEGGI QUI).
Sulle magliette preparate per l’iniziativa una frase diventata subito messaggio politico: «Siamo tutti Alessandro Tocci». Sullo sfondo, però, resta una ferita che nessuno può rimuovere: quella delle dieci vittime travolte dalla piena nelle gole del Raganello, una tragedia che ha segnato per sempre Civita, il Pollino e l’intera Calabria.
L’iniziativa di questa mattina ha visto l’adesione di oltre cinquanta sindaci del Cosentino, ai quali si sono aggiunti altri amministratori, rappresentanti istituzionali e cittadini. Dal Savuto al Pollino, dalla Valle dell’Esaro alla Sibaritide, la presenza dei primi cittadini ha dato alla mobilitazione un significato che va oltre la vicenda personale di Tocci.
Dal territorio ionico sono arrivati anche il sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi, e il sindaco di Cassano all’Ionio, Gianpaolo Iacobini, a conferma di una preoccupazione condivisa da molti amministratori locali: il rischio che sui sindaci si scarichino responsabilità enormi, spesso sproporzionate rispetto a mezzi, competenze, risorse e strumenti realmente disponibili.
In prima fila anche l’assessore regionale Gianluca Gallo e il presidente della Provincia di Cosenza Biagio Faragalli, sindaco di Montalto Uffugo. Proprio Faragalli ha sintetizzato uno dei punti centrali della giornata: «L’imprevedibilità di una tragedia non può essere scaricata sulle responsabilità di chi amministra».
Il tema, in fondo, è tutto qui. Il dolore delle famiglie delle vittime resta intangibile e merita rispetto assoluto. Ma la condanna di Tocci ha riacceso un dibattito enorme sul ruolo dei sindaci, soprattutto nei piccoli comuni e nei territori fragili, dove il primo cittadino finisce spesso per essere il terminale di ogni emergenza: sicurezza, protezione civile, rischio idrogeologico, turismo, viabilità, manutenzione, ordine pubblico.
«Nessun sindaco deve essere lasciato solo», ha detto il sindaco di Mormanno Paolo Pappaterra, aprendo una lunga serie di interventi. Pappaterra ha ribadito il rispetto per le vittime e per una tragedia «improvvisa e devastante», chiarendo però il senso della mobilitazione: «La nostra non è una richiesta di impunità, ma di tutela normativa per i sindaci».
Dello stesso tenore l’intervento del sindaco di Cerisano Lucio Di Gioia, che ha parlato di primi cittadini costretti spesso a «lottare a mani nude», tra responsabilità umane e giuridiche sempre più pesanti e scarsità di mezzi. Da qui la richiesta di una maggiore compattezza dell’Anci e di un intervento della Regione per portare il tema su scala nazionale.
Il sindaco di Cosenza Franz Caruso ha invitato a rispettare le sentenze e la verità processuale, anche quando non vengono condivise politicamente, manifestando però fiducia nei successivi gradi di giudizio. Secondo Caruso, nel caso Raganello la questione riguarda l’imprevedibilità di un evento naturale estremo e la difficoltà di attribuire al sindaco una responsabilità oggettiva.
Tocci, dal canto suo, ha accolto l’abbraccio dei colleghi con parole misurate. «Oggi bisogna fare una riflessione sui sindaci e sul loro ruolo», ha detto. «Al di là della mia vicenda personale, una comunità è preoccupata ma io vado avanti da servitore dello Stato, sperando che la giustizia faccia il suo corso in tempi brevi».
Il momento più intenso è arrivato con la lettera dei figli Federico e Francesca, che hanno ricordato il peso portato dal padre in questi otto anni: «Quando avrai finito di fare del bene alla tua comunità troverai noi, la tua famiglia il cui amore resterà per sempre».
Civita, borgo arbëreshë ai piedi del Pollino, si è così trasformata per una mattina nel luogo simbolico di una domanda che attraversa tutti i comuni calabresi: come si può amministrare un territorio fragile senza restare soli davanti a eventi estremi, responsabilità diffuse e risorse insufficienti?
La piazza si è poi svuotata lentamente. Subito dopo sono arrivati gli invitati di un matrimonio, segno semplice e potente di una normalità che prova a resistere. Perché a Civita, dopo il Raganello, nulla è più davvero come prima. Ma la vita continua. E con essa anche la richiesta, oggi rilanciata dai sindaci, di una legge più chiara, di tutele più forti e di uno Stato che non lasci gli amministratori locali soli davanti alla complessità dei territori.