Umanamente ingiusto
Dall’arresto rilanciato in tutta Italia alla revoca che mette persino in dubbio l’impianto accusatorio. Nove giorni dopo, il clamore lascia spazio a un garantismo di facciata e a troppe coscienze silenziose
Nove giorni. Tanto è bastato per passare dal clamore nazionale di un arresto, rimbalzato sulle prime pagine e persino nelle massime aule parlamentari, al silenzio quasi assordante di una revoca clamorosa. Firmata dallo stesso giudice che aveva disposto la custodia cautelare. E accompagnata da parole pesantissime: «un vulnus all'interno delle indagini», capace di porre persino «un dubbio sulla correttezza dell'impostazione accusatoria».
Non una sentenza d'innocenza. Certo. Ma neppure una semplice liberazione. Un ripensamento giudiziario che avrebbe meritato, almeno nel dibattito pubblico, un'eco proporzionata al fragore del l'accusa. O no?
Non intendiamo processare i processi. La fiducia nella magistratura resta piena, inossidabile, indissolubile. E guai se non fosse così! Saranno le aule di giustizia a stabilire responsabilità ed eventuali innocenze. È, però, il processo politico e mediatico, consumato prima di quello giudiziario, a lasciare una ferita nella coscienza democratica.
Perché l'arresto di Flavio Stasi ha attraversato l'Italia come una condanna già scritta. Chissà perché, poi! Mentre la successiva ordinanza, che incrina la gravità indiziaria, non sembra aver suscitato altrettanta indignazione, né altrettanta sollecitudine nel riconsiderare i giudizi.
È il cortocircuito di un garantismo spesso proclamato e troppo raramente praticato. Di un giustizialismo istintivo, pronto a trasformare il sospetto in marchio indelebile.
In Calabria Stasi è un sindaco, un uomo politico conosciuto, discusso, sostenuto o avversato. Altrove, invece, rischia di restare soltanto il volto di un arresto. Ed è questa l'ingiustizia umana che nessuna successiva rettifica potrà cancellare automaticamente.
La giustizia farà il suo corso. Ma la democrazia dovrebbe interrogarsi su ciò che accade nel frattempo.
Perché la presunzione d'innocenza non può essere solo il dress code del politicamente corretto. È cattiva questa cosa, oltre che umanamente, moralmente ed eticamente scorretta