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Presidente Occhiuto, noi le diamo credito

7 minuti di lettura

«È un'opera che appartiene a tutta la Calabria e in particolar modo a questa bellissima parte della Calabria che è stata per troppo tempo trascurata e che ha ancora un fortissimo credito nei confronti delle istituzioni, anche nei confronti della Regione».

Presidente Occhiuto, noi quelle parole le abbiamo ascoltate con particolare attenzione. Non tanto per la solennità della circostanza, né per l'indiscutibile valore simbolico dell'apertura dei primi ventidue ambulatori del nuovo ospedale della Sibaritide. Le abbiamo ascoltate perché, forse per la prima volta con una simile nettezza dalla voce di chi governa la Calabria, è stato riconosciuto pubblicamente ciò che da queste parti conosciamo da generazioni: la Calabria del Nord-Est è creditrice. Non di favori, ma di diritti. Non di attenzioni occasionali, ma di servizi, infrastrutture, opportunità e dignità.

E allora, Presidente, prendiamo sul serio quel riconoscimento.

Le diamo credito. Le diamo fiducia.

Ma soprattutto prendiamo atto che esiste finalmente, nelle parole del vertice istituzionale della Regione, il riconoscimento di un debito territoriale. E le sue parole lo hanno inciso nella pietra. Anche perché ha fatto molto più di qualche suo predecessore che - sempre approfittando di un predellino allestito in questa grande e multiforme città - disse questo territorio era la polpa della Calabria. Un debito accumulato nel tempo, senza dubbio; alimentato da infrastrutture mai completate, servizi insufficienti, investimenti mancati, opportunità industriali sfumate e da quella persistente difficoltà a considerare la Sibaritide per ciò che realmente è: uno dei grandi sistemi territoriali, produttivi e demografici della Calabria.

Quel credito, adesso, dobbiamo riscuoterlo.

La nostra fiducia non nasce da un'inclinazione all'ottimismo di maniera. Non siamo cultori dell'acquiescenza, né professionisti dell'applauso. E conosciamo fin troppo bene la distanza, spesso siderale, che in Calabria separa un annuncio dalla sua realizzazione.

Nasce, piuttosto, da una scelta esistenziale.

Perché da questa parte della tastiera non ci sono osservatori occasionali del destino altrui. Ci sono giovani, madri, padri, famiglie, professionisti che hanno deciso di continuare a vivere nella terra in cui sono nati. Nonostante tutto.Persone che avrebbero potuto cercare altrove condizioni più favorevoli e che, invece, hanno scelto di investire qui il proprio tempo, le proprie competenze, gli affetti, il lavoro, il futuro dei figli.

È una scelta che comporta responsabilità, sacrifici e talvolta perfino una certa ostinazione.

Per questo continuiamo a guardare il bicchiere mezzo pieno. Non perché ignoriamo la metà vuota, ma perché non intendiamo consentire che sia il vuoto a decidere il nostro futuro. Del resto, siamo quella generazione di esodati puri, figli della Storia Infinita cresciuti a "pane, speranza e... il nulla da combattere". E oggi la fiducia, per chi resta, non è un esercizio di ingenuità. È una forma di resistenza civile.

E il nostro mestiere, da queste pagine, è anche quello di difendere il diritto a immaginare un domani migliore senza rinunciare, neppure per un istante, al dovere di pretendere che quel domani venga costruito.

L'ospedale della Sibaritide rappresenta, sotto questo profilo, un passaggio decisivo.

Non perché siano già risolte tutte le questioni. Anzi. Il trasferimento delle attività sanitarie, l'organizzazione dei servizi, la disponibilità del personale, le dotazioni tecnologiche e la piena operatività costituiscono ancora una sfida complessa. Un ospedale non è tale perché possiede muri nuovi, corridoi luminosi e impianti all'avanguardia. Lo diventa quando dentro quei muri funziona una sanità capace di curare, assistere e garantire prestazioni adeguate.

E tuttavia, per la prima volta, abbiamo qualcosa di materiale attorno al quale costruire questa pretesa. Un edificio vero. Un'infrastruttura sanitaria imponente. Una struttura nuova che, fino a pochi anni fa, apparteneva ancora alla geografia delle promesse distopiche tanto care a questa terra bella e maledetta... stereotipata.

Per quasi due decenni l'ospedale della Sibaritide è stato un futuro raccontato al tempo presente. Una prima pietra diventata rituale, un cantiere interminabile, una promessa ripetuta fino a perdere credibilità. Oggi quel manufatto esiste. E questo è il fatto e l'avvio dei ventidue ambulatori segna l'inizio della sua utilizzazione sanitaria.

È una differenza sostanziale. Su quest'opera L'Eco dello Jonio rivendica una storia precisa. Siamo stati noi ad avviare e alimentare un monitoraggio civico sistematico, seguendo passo dopo passo, centimetro dopo centimetro, l'avanzamento del nuovo ospedale.

Abbiamo documentato le trasformazioni del cantiere, raccontato gli ostacoli, verificato gli annunci, interrogato i responsabili, mostrato ai cittadini ciò che accadeva dietro le recinzioni.

Non per sostituirci alle istituzioni, ma per esercitare fino in fondo la funzione pubblica dell'informazione. Perché il controllo civico non è un'intrusione nella vita amministrativa. È una delle forme più concrete attraverso cui una comunità si riappropria del proprio diritto a conoscere e a partecipare.

Ecco perché crediamo all'obiettivo indicato da Occhiuto di completare entro marzo il trasferimento delle attività sanitarie, comprese quelle chirurgiche.

Ci crediamo, ma continueremo a verificare.

Anche perché sappiamo che il rischio che questa opera possa diventare la più colossale delle incompiute non è definitivamente scongiurato. Siamo pur sempre in Calabria, dove l'imprevisto ha troppo spesso assunto la dignità di sistema.

Ma oggi esiste una struttura sulla quale concentrare l'attenzione pubblica, una scadenza da verificare e una responsabilità istituzionale chiaramente assunta. E questa volta non intendiamo concedere alla rassegnazione il beneficio del dubbio.

La stessa fiducia, accompagnata dalla medesima esigenza di concretezza, riguarda la nuova Statale 106.

Il collegamento Sibari-Coserie, nel territorio di Corigliano-Rossano, rappresenta una delle opere indispensabili per sottrarre la Calabria del nord-est a una condizione infrastrutturale incompatibile con il suo peso demografico ed economico. Anche questo è un altro credito che dobbiamo riscuotere!

Attendiamo l'avvio dei lavori e riteniamo necessario che la Regione continui a esercitare un ruolo determinante affinché il progetto si traduca in cantieri, tempi verificabili e collegamenti finalmente adeguati. Presto, molto presto.

Ma la prospettiva non può arrestarsi a Coserie. Il resto della direttrice meridionale, almeno fino a Crotone, deve entrare stabilmente nell'orizzonte della programmazione infrastrutturale nazionale, con l'individuazione delle risorse necessarie al suo ammodernamento.

Una regione non può proclamare la centralità della propria costa ionica e continuare a tollerare che interi territori siano penalizzati da collegamenti insufficienti.

La mobilità non è una concessione. È una precondizione della cittadinanza economica e sociale.

Senza accessibilità, il diritto alla salute si indebolisce, le imprese perdono competitività, il turismo fatica a strutturarsi, le distanze diventano disuguaglianze.

La Statale 106 non è soltanto una strada. È una delle misure più attendibili della volontà dello Stato di considerare finalmente questa parte della Calabria pienamente parte del Paese.

C'è poi la questione del porto di Corigliano-Rossano.

La mancata concretizzazione dell'investimento Baker Hughes ha lasciato sul territorio una ferita economica e una domanda politica che non possono essere liquidate con il semplice archivio delle occasioni perdute.

Quel porto rimane un'infrastruttura strategica, un capitale pubblico che attende ancora una funzione produttiva proporzionata alle proprie potenzialità.

La Sibaritide non può continuare a possedere risorse senza riuscire a trasformarle in sistemi economici organizzati.

E allora la sfida è trovare una nuova chiave industriale, logistica e commerciale, capace di generare investimenti, occupazione qualificata e una relazione stabile tra il porto e il suo retroterra produttivo.

Occorre superare la stagione nella quale ogni grande opportunità viene vissuta come un episodio isolato, affidato alla fortuna di una trattativa o alla contingenza di un investitore.

Servono programmazione, capacità negoziale, strumenti amministrativi adeguati e una visione industriale coerente. Il credito della Sibaritide passa anche da qui: dal diritto di non vedere sistematicamente disperse le opportunità che la sua stessa geografia le consegna.

E poi c'è Sibari.

Non soltanto il nome di una civiltà antica, non soltanto una delle più potenti evocazioni identitarie del Mediterraneo. Sibari è soprattutto il baricentro di una delle aree agricole e agroalimentari più importanti della Calabria.

Eppure questa ricchezza continua a esprimersi troppo spesso per frammenti, senza una grande infrastruttura di sistema capace di organizzarne fino in fondo il potenziale.

È qui che immaginiamo la piattaforma agroalimentare della Calabria.

Un grande nodo di raccolta, lavorazione, conservazione, trasformazione, logistica e distribuzione, connesso alle reti infrastrutturali e ai mercati nazionali e internazionali. Un progetto industriale e territoriale che parta da ciò che esiste, dalle vocazioni produttive reali, dalla geografia economica della Piana di Sibari e dalla possibilità di costruire valore aggiunto intorno alle sue filiere.

Presidente Occhiuto, la parte più importante delle sue parole non è stata il riconoscimento di un'opera conclusa nella sua dimensione edilizia. È stata l'ammissione che questa parte della Calabria conserva un credito fortissimo nei confronti delle istituzioni, Regione compresa.

Una dichiarazione che contiene una responsabilità politica e amministrativa precisa.

Perché un credito riconosciuto non può rimanere indefinitamente sospeso. Deve tradursi in prestazioni, investimenti, infrastrutture, servizi, opportunità.

Ma sarebbe troppo comodo immaginare che tutta la responsabilità ricada esclusivamente su Catanzaro o su Roma.

Anche questo territorio deve imparare a fare la propria parte.

La Calabria del Nord-Est ha bisogno di una classe dirigente capace di superare le piccole contese di campanile, le rivalità municipali, le gelosie amministrative e quella pervicace incapacità di riconoscersi come un unico grande spazio economico e sociale.

Il credito non si riscuote soltanto rivendicandolo. Si riscuote anche dimostrando di saper costruire una visione comune, individuare priorità, difendere progetti strategici e pretendere risultati senza disperdere energie in conflitti di corto respiro.

È una responsabilità che riguarda la politica, le istituzioni locali, il mondo delle imprese, le organizzazioni sociali e anche noi che facciamo informazione.

Continueremo a guardare il bicchiere mezzo pieno, non per indulgenza verso chi governa, ma per rispetto verso chi resta. Perché il pessimismo, da queste parti, è diventato fin troppo spesso un alibi collettivo. E noi non abbiamo alcuna intenzione di aggiungere il nostro nome all'elenco dei rassegnati.

Le sue parole, Presidente, le prendiamo come un riconoscimento e come un impegno. Conserviamo dunque quel ticket, il titolo di credito che lei stesso ha riconosciuto a questa terra e ci ha consegnati martedì scorso a Insiti.

Lo conserviamo con fiducia, ma senza distrazioni. Perché la Calabria del Nord-Est non chiede di essere messa nelle condizioni di vivere, produrre e competere.

E quel credito, finalmente, è arrivato il momento di riscuoterlo.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.