La protesta dei pochi. E il karma di un popolo che delega anche la propria rabbia
Tra distributori a secco, scaffali vuoti e rivoluzionari da tastiera, il paradosso di una comunità che lascia ai pochi esasperati il compito di difendere i diritti di tutti. Mentre il potere resta indisturbato, il disagio si consuma tra poveri
C'è qualcosa di profondamente grottesco in questa stagione di proteste. Pochi, esasperati, scendono in strada, mettono a rischio il proprio lavoro, sacrificano giornate e reddito per rivendicare quei diritti che, in fin dei conti, appartengono a tutti. Già! Gli altri osservano. Commentano. Giudicano. Talvolta applaudono, più spesso si indignano per il disagio subito. Tutti - rigorosamente - dalla comodità del proprio divano, dove il coraggio costa poco e la rivoluzione si consuma a colpi di pollice.
I francesi, che di rivoluzioni conservano una memoria ben più concreta che retorica, hanno compreso da secoli un principio elementare: quando si vuole contestare il potere, è al potere che bisogna rivolgersi... e dare fastidio. Così Parigi diventa il luogo simbolico e politico della mobilitazione. Da noi, invece, la protesta finisce troppo spesso per consumarsi in una guerra tra poveri: sulle nostre strade dissestate e piene di buche, nelle aule delle scuole che non vedono l'ora di saltgare un giorno di scuola per sostenere una qualsiasi protesta, in un territorio che rivendica ma solo di facciata e dove il disagio si scarica sull'uscio della porta accanto, mentre nei palazzi dove si decidono le sorti dei territori il silenzio rimane assordante. In realtà, non ci considerano proprio. Insomma, ci blocchiamo noi stessi e pretendiamo che qualcun altro, altrove, si senta assediato.
E allora le pompe di carburante rimaste a secco, gli scaffali che cominciano a svuotarsi, le difficoltà quotidiane di questi giorni assumono anche il sapore amarissimo di un contrappasso collettivo. Non perché sia giusto penalizzare chi non ha responsabilità. Ma perché abbiamo costruito una società nella quale protestare è diventato un mestiere da delegare ai più disperati. Ci indigniamo per il prezzo del gasolio, per il carrello della spesa, per il costo della vita. Poi, quando arriva il momento di rivendicare qualcosa, aspettiamo che a esporsi sia chi non ha più nulla da perdere.
La questione non è soltanto come si protesta. È chi protesta. Perché una comunità che affida sistematicamente la propria rabbia a una minoranza esasperata ha già rinunciato a una parte della propria sovranità. E una mobilitazione che non riesce a diventare collettiva finisce inevitabilmente per logorare proprio coloro che dovrebbe difendere.
Forse questi giorni serviranno almeno a comprendere che i diritti non si difendono per interposta persona. Non si delegano. Che la solidarietà non è un commento su Facebook. Che la protesta, per essere efficace, deve avere una direzione, un obiettivo e soprattutto una comunità disposta ad assumersene la responsabilità.
Perché mentre a Roma possono permettersi il lusso di ignorarci, noi continuiamo a prendercela con chi ci sta accanto. Ecco, allora, il vero karma non sono i distributori vuoti. È scoprire che, a forza di delegare agli altri persino la nostra indignazione, abbiamo finito per svuotare anche la nostra capacità di contare qualcosa.