Corigliano-Rossano esiste. Ora dimostratelo
La candidatura a Capitale della Cultura può diventare il primo vero atto di costruzione della città nuova: non bastano eventi, serve una coscienza comune. Gli intellettuali di questa città si facciano avanti
Non sappiamo ancora quale significato abbia mosso il team di esperti chiamato a costruire l’articolata proposta di candidatura di Corigliano-Rossano a Capitale italiana della Cultura 2029 nella scelta del centauro del Patire come simbolo.
Lo scopriremo, probabilmente, quando il dossier sarà raccontato nella sua interezza, quando il progetto verrà spiegato, quando emergeranno l’impianto culturale, la trama narrativa, la visione che tiene insieme storia, luoghi, identità e futuro. E non vediamo l’ora.
Una cosa, però, va detta subito.
Il lavoro fatto per arrivare alla presentazione della candidatura è già un passaggio importante. Non marginale, non ornamentale, non buono soltanto per partecipare a una competizione nazionale. È un punto fortissimo da cui partire. Perché costruito con criterio. Anzi, forse è proprio il punto che finora era mancato: provare a mettere dentro una stessa cornice la complessità culturale, storica e identitaria di una città nata per fusione, ma ancora tutta da compiere nella coscienza collettiva.
Il bello viene adesso.
Perché la candidatura, comunque vada, non può esaurirsi nel risultato finale. Sarebbe poco. Sarebbe un errore. Sarebbe l’ennesima occasione consegnata alla cronaca di qualche giorno. Il valore vero, invece, sta nella possibilità di usare questo lavoro come base, come metodo, come innesco. Per costruire la nuova città partendo proprio dal suo tessuto intellettuale.
Noi, intanto, una lettura ce l’abbiamo. E non è una lettura ornamentale.
Il centauro che suona il corno, ripreso dalla forma musiva custodita nella chiesa del Patire, non è un’immagine neutra. Non lo è mai un simbolo, quando viene scelto per rappresentare una città che prova a raccontarsi davanti all’Italia.
Il Patire, prima di tutto, è il monumento di mezzo della nuova Corigliano-Rossano. Sta in un territorio baricentrico tra le due estinte città, in uno spazio che non appartiene più soltanto a una memoria o all’altra, ma che può diventare il punto esatto da cui ricominciare a pensare la città nuova.
Non la somma di Corigliano e Rossano. Non la convivenza forzata di due nostalgie. Non l’archivio amministrativo di due storie finite dentro un unico Comune.
Una città nuova.
Ancora incompiuta, certo. Ancora fragile. Ancora piena di diffidenze, steccati, sottintesi, rendite pesanti, sospetti, appartenenze. Ma proprio per questo bisognosa di una scossa culturale vera, profonda, non cosmetica.
Il centauro, nella simbologia più forte, è creatura divisa. Metà uomo, metà animale. Ragione e istinto. Pensiero e pulsione. Elevazione e bestialità. Il corno che suona è richiamo, ma anche tentazione. Voce che attrae, confonde, scuote, trascina.
Ecco, Corigliano-Rossano oggi somiglia molto a quel centauro. Ha dentro una parte razionale che sa perfettamente quale sia la strada: costruire una comunità unica, policentrica, plurale, capace di usare le proprie differenze come forza. E ha ancora dentro una parte istintiva che torna sempre lì, al rigurgito antico del campanile, alla paura che l’altro prenda spazio, all’ossessione della conta, alla geografia minuta delle appartenenze. E sia chiaro, non siamo di fronte a guelfi o ghibellini, nemmeno - sia ben inteso - davanti a progressisti o conservatori. Ci sono gli uni e gli altri. Punto.
E la candidatura a Capitale della Cultura può avere senso soltanto se serve a mettere questa contraddizione davanti allo specchio. Non basta partecipare. Non basta produrre un bel dossier. Non basta organizzare eventi, incontri, mostre, convegni, presentazioni, tavole rotonde. Tutto utile, tutto importante, tutto certamente qualificante. Ma tutto questo, da solo, è sostanzialmente insufficiente.
Perché la cultura, in questa città, non può più limitarsi a fare da contorno o, peggio, da comparsa. La fusione è stata, prima ancora che un atto amministrativo, un’azione culturale fortissima. Probabilmente con un peccato originale: non aver visto, sin dall’inizio, la partecipazione piena del mondo intellettuale, lasciando tutto alla politica. Ma è stata comunque una rivoluzione di concetto. Ha chiesto a due comunità storiche di immaginarsi dentro una forma nuova. Ha imposto un salto mentale prima ancora che burocratico. Ha creato una città che sulla carta esiste, ma che nella coscienza collettiva deve ancora completarsi.
Ed è qui che il mondo culturale cittadino deve assumersi una responsabilità enorme. Ora.
Gli intellettuali, tutti, devono uscire fuori. Non soltanto per spendersi nei momenti alti, raffinati e sicuramente preziosi del confronto su storia, arte, letteratura, memoria, identità e patrimonio. Quella è una parte. Importante, ma non basta. La città non si cambia soltanto nei simposi ristretti, nelle sale piene di addetti ai lavori, nelle conversazioni eleganti tra chi già condivide codici, linguaggi e riferimenti.
Serve altro.
Serve un’incisione fortissima nel tessuto sociale.
Serve che la cultura scenda dove la fusione ancora non è arrivata davvero. Nei quartieri, nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie, nelle imprese, nei centri storici, nelle periferie, nei luoghi dove la gente continua a usare “noi” e “loro” come se il 2018 fosse stato soltanto un incidente amministrativo.
Serve dire con chiarezza che le identità non sono incompatibili.
Sono sovrapponibili, integrabili, convergenti. Possono camminare insieme senza cancellarsi. Possono custodire la propria profondità senza trasformarsi in trincee. Possono diventare fondamenta di un percorso unico e comune, non macigni da lanciarsi addosso ogni volta che la città prova a fare un passo avanti.
La diversità, ce lo ha sempre insegnato il pensiero culturale migliore, è ricchezza. È valore. È un plus. È ciò che rende una comunità più complessa, più interessante, più forte. E - ne siamo convintissimi - proprio questa diversità sarà l’essenza attorno alla quale, chi dovrà determinarsi per designare la Capitale della Cultura 2029, si soffermerà con maggiore attenzione.
E allora non si può predicare la bellezza delle contaminazioni, delle pluralità, degli incroci, delle stratificazioni, delle culture che si incontrano, e poi restare prigionieri del piccolo recinto domestico appena si parla della propria città. Non si può celebrare la diversità nei libri, nei festival, nelle relazioni accademiche, e poi temerla quando diventa progetto urbano, identità civica, destino comune.
La cultura chiusa nella sua turris eburnea non produce città. Produce al massimo reputazione personale, qualche applauso, qualche relazione brillante, qualche fotografia ben riuscita. Ma non produce comunità. Non produce coscienza. Non produce quella lenta, necessaria, faticosa educazione collettiva senza la quale Corigliano-Rossano resterà una grande città soltanto nei numeri.
Ecco perché il lavoro fatto per la candidatura non va disperso.
Qualunque sarà il verdetto finale, quel lavoro deve diventare patrimonio stabile della città. Deve produrre metodo. Deve lasciare relazioni. Deve costruire un linguaggio comune. Deve obbligare il mondo culturale a parlarsi non solo quando c’è un bando nazionale, ma ogni volta che la città ha bisogno di pensarsi.
La candidatura può valere anche oltre il risultato finale proprio per questo.
Perché non è detto che chi non vince abbia perso. Si può perdere una competizione e guadagnare una direzione. Si può non ottenere il titolo e lasciare comunque un metodo. Si può arrivare dietro candidature più forti, più strutturate, più riconoscibili, e aver comunque costretto la città a parlarsi, a misurarsi, a guardarsi senza trucco.
La vera posta in gioco non è soltanto il 2029. La vera posta in gioco è capire se Corigliano-Rossano vuole finalmente diventare Corigliano-Rossano.
I centri storici possono essere il punto di partenza di questa rivoluzione. Non come cartoline della nostalgia, ma come luoghi vivi di elaborazione culturale. Due entità sociali dalle origini antichissime che non devono essere messe in concorrenza. Devono, semmai, diventare i due grandi polmoni simbolici della città nuova. Due radici, non due confini. Due memorie, non due eserciti. Due patrimoni, non due proprietà private.
La fusione non sarà compiuta quando tutti useranno lo stesso logo, quando gli uffici saranno distribuiti, quando i servizi saranno messi in ordine o quando il gonfalone avrà trovato pace, speriamo, chissà quando.
La fusione sarà compiuta quando una comunità riuscirà a riconoscersi in un destino comune. Quando il successo di una parte non sarà più vissuto come l’umiliazione dell’altra. Quando la valorizzazione di un’identità non verrà percepita come sottrazione. Quando dire Corigliano-Rossano non sembrerà più una formula tecnica, ma il nome naturale di una casa più grande.
Il centauro del Patire, allora, può diventare molto più di un logo. Può essere lo specchio di ciò che siamo ancora e il richiamo a ciò che dobbiamo diventare. È vero, siamo ancora tanto divisi tra ragione e istinto. Tra la possibilità di costruire una grande città policentrica e la tentazione di restare ciascuno nella propria piccola fortezza emotiva. Tra la consapevolezza di avere un patrimonio enorme e la miseria di usarlo per marcare distanze.
Il corno suona da un luogo di mezzo. Sta alla città decidere se sentirlo come richiamo all’unità o lasciarlo diventare l’ennesimo rumore di fondo. Ma soprattutto sta al mondo culturale decidere da che parte stare.