Di scioperi... anzi no, di protesta, rassegnazione e apatia
Se “scappano i piedi” agli agricoltori veri, alle nostre latitudini mezzo territorio resta alla fame. E non basteranno i post di solidarietà a rimettere in moto i campi
Quando gli agricoltori protestano, questo territorio dovrebbe fermarsi ad ascoltare.
Non per retorica contadina. Non per folklore da piana fertile, mani callose e trattori in fila. Ma per una ragione molto più semplice e molto più brutale: se “scappano i piedi” agli agricoltori veri, quelli che lavorano ogni giorno, rispettano le regole, pagano salari da contratto, tengono in piedi famiglie e occupazione pulita, alle nostre latitudini mezzo territorio resta alla fame.
E non è un modo di dire.
La Sibaritide, la Sila Greca, l'Alto Jonio, pezzi enormi della Calabria del nord-est respirano ancora attraverso l’agricoltura. Dietro un agrumeto, un uliveto, un’azienda ortofrutticola, un magazzino, ci sono redditi familiari, mutui, figli all’università, operai stagionali, autotrasportatori, officine, fornitori, carburanti e poi, ancora, imballaggi, mercati, piccoli paesi che restano in piedi perché qualcuno continua a lavorare la terra.
Il punto è questo. Qui non si parla di chi inquina il mercato con il caporalato, lo sfruttamento, il lavoro nero e la concorrenza sleale. Quella è un’altra storia, ed è la parte marcia che va combattuta senza sconti. Qui si parla della parte sana dell’agricoltura. Di chi prova a stare dentro le regole e proprio per questo rischia di morire prima degli altri.
Perché in Italia lo sappiamo tutti che funziona così: chi rispetta le regole si ritrova schiacciato dai costi, dai protocolli, dai balzelli, dalla burocrazia, dal carburante, dalle materie prime, dai prezzi imposti dal mercato e da una filiera che raramente premia chi lavora con dignità.
Chi cerca scorciatoie, invece, abbassa i costi sulla pelle degli ultimi. Paga meno la manodopera, evade, sfrutta, sporca il mercato, droga la concorrenza e alla fine riesce perfino a sembrare più competitivo. È la lusinga del diavolo: entrare nei costi tagliando diritti; fare margine sulle spalle di chi non ha voce. Insomma, sopravvivere distruggendo chi prova a restare pulito.
Ecco perché quando protesta l’agricoltura sana non si può restare alla finestra. Non basta il conforto social. Non bastano i “siamo con voi” scritti tra un caffè e una storia Instagram. Non basta la solidarietà spicciola, quella che non costa nulla e dura il tempo di un like. Non basta. Punto.
Perché le battaglie si vincono anche facendosi vedere. C’è una forma di rassegnazione, da queste parti, che ormai è diventata malattia civile. Tutti sanno tutto, tutti si lamentano, tutti hanno una diagnosi pronta, tutti spiegano benissimo cosa non va. Poi, quando bisogna metterci la faccia, restano in pochi. Sempre gli stessi. Gli altri guardano, commentano, giudicano, aspettano di capire come va a finire.
È l’apatia travestita da prudenza. E invece no. Se il caro carburante sta strangolando chi produce, se le materie prime divorano margini già ridotti, se il rispetto dei contratti diventa un peso insostenibile mentre i furbi continuano a fare dumping sociale, allora la protesta non riguarda solo gli agricoltori. Riguarda tutti.
Riguarda chi lavora nei campi e riguarda chi compra. Riguarda chi vive nei paesi e riguarda chi pensa che l’economia di questo territorio possa reggersi soltanto su turismo stagionale, bonus, appalti e chiacchiere.
E allora chi può esserci, ci sia. Nel rispetto delle regole. Senza folklore inutile. Senza violenza. Senza sceneggiate. Ma con la consapevolezza che certi presidi non sono il capriccio di una categoria. Sono il termometro di un territorio.
Perché se cede l’agricoltura sana, restano i furbi. E i furbi, da queste parti, hanno già fatto abbastanza danni.