La finale mundiàl più leggendaria di sempre
Spagna e Argentina si ritrovano di fronte in una finale che è molto più di una partita: epica, memoria, migrazioni, conquiste, sangue e pallone sotto il cielo del New Jersey
Chissà se negli ultimi istanti della sua vita, quando un uomo rivede tutta la sua vita in un respiro, ma pure, secondo una leggenda quechua, uno degli infiniti possibili futuri del mondo, l’esploratore Juan Díaz de Solís, che, nell’Anno del Signore 1516, scoprì il Rio della Plata e quindi la terra sconfinanta che si sarebbe chiamata Argentina, mentre stava cercando un passaggio a ovest verso le Indie partendo dalla madrepatria sull’altra sponda del Mare Oceano, ma rimanendo tuttavia ucciso dagli indigeni assieme ad altri componenti dell'equipaggio che erano sbarcati con lui sulla terraferma, poté avere la visione di un’enorme costruzione, dalla forma simile ai grandi anfiteatri romani che aveva visto nella sua terra, la Spagna, con al centro un rettangolo di erba, su cui, mezzo millennio dopo, si affrontano, correndo, strani gladiatori senza spada, con divise biancocelesti e rosse, inseguendo una piccola sfera bianca, mentre la folla immensa assiepata sulle gradinate urla, canta e agita stendardi.
E chissà se il grande condottiero dei Mapuche, eroe della resistenza indigena contro i conquistadores spagnoli durante la Guerra di Arauco, tra Cile e Argentina, culminata nella leggendaria vittoria di Tucapel nel 1553, avrebbe mai potuto immaginare che, in un lontano futuro, un altro condottiero con il suo stesso nome, Lautaro, avrebbe tentato un’altra leggendaria impresa contro la Spagna, in una battaglia affatto diversa, senza spargimenti di sangue, prigionieri e feriti.
Ed infine, chissà se Manuel Belgrano, intellettuale ed economista, padre della patria argentina, inventore della bandiera e primo sottoscrittore della Dichiarazione di Indipendenza di Tucumàn del luglio 1810, avrebbe mai potuto pensare che, esattamente duecentosedici anni dopo, in una giornata caldissima di un altro luglio rovente, Spagna e Argentina si sarebbero di nuovo trovate una di fronte all’altra, in una notte americana che probabilmente non segnerà la storia dell’umanità ma quella del gioco più famoso e diffuso al mondo, certamente si.
Argentina-Spagna non è una partita di calcio. Non è la finale del Mondiale più contestato di sempre. È grandiosità dell’epica, rimbombo di leggende, eco della Storia.
Quando stasera, alle 21,00 ora italiana, nel MetLife Stadium, New Jersey, Lionel Andrés Messi Cuccittini detto Leo, Lamine Yamal Nasraoui Ebana, Rodrigo Hernández Cascante detto Rodri, Damián Emiliano Martínez Romero, detto Dibu, e tutti gli altri, alzeranno lo sguardo al cielo mentre le bandiere sventoleranno e la musica degli inni si diffonderà nello stadio e nelle nostre case, cercate di non vedere solo ventidue ragazzi che si giocheranno la partita della vita, in una finale mundiàl mai vista prima, a furia di dribbling a ritmo di milonga o flamenco, pasos dobles, rabonas, scivolate al limite del codice penale, triangolazioni da play station, tiri in porta figli di misteriose geometrie non euclidee che solo giocatori di questa tecnica possono osare.
No, cercate di scorgere in quegli occhi, in quelle facce, in quelle magliette, non solo l’autocelebrazione del calcio sfavillante e miliardario fatto di stadi gremiti, soldi e affari, ma anche il colore della polvere dei campetti di periferia dove molti di questi ragazzi sono cresciuti, le voci dei barrios, le luci delle metropoli e dei piccoli villaggi, gli odori del Mediterraneo e quelli dell’Atlantico che separa e unisce due mondi con una grande epopea comune.
Se poi tenderete l’orecchio, aldisopra del clamore dello stadio e del commento vivace dei telecrononisti, potrete avere l’impressione di sentire voci lontanissime, come fossero cera che si scioglie. Le voci della Storia, quella grande. Emigrati italiani, coloni spagnoli, indios mapuche o guaranì. E tutti i loro discendenti, in una mescolanza umana e calcistica probabilmente unica, forse irripetibile.
di Giovanni Soda