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DIARI DI STORIA | Le Muraglie di Pietrapaola, il mistero ciclopico della Sila Greca

6 minuti di lettura

Sono quanto mai affascinanti e ricche di sorprese le “mura megalitiche” del sistema difensivo della Muraglie di Pietrapaola, che si estendono per circa 800 metri lineari su una collina rocciosa ad un’altezza poco superiore ai 400 metri sul mare, sovrastanti due profondi burroni tra due torrenti che confluiscono nel torrente Acquaniti. Non molto distanti sono situati anche il Piano di S. Martino ed il centro fortificato di Cerasello, unitamente alle necropoli delle contrade Colomba e Miglianò con la tomba a camera di Spinetta, tutto di grande rilevanza storica e archeologica datato da Paolo Orsi tra V-III secolo a. C.. In questo articolo mi concentrerò brevemente solo sulle Muraglie ben rappresentative di tutto il patrimonio circostante.

Segnalata ai primi del Novecento da Vittorio Di Cicco su “Notizie di Scavi” (Roma 1900, p. 606), la cinta muraria delle Muraglie ha trovato più ampia risonanza a partire dal 1920 quando proprio Paolo Orsi, Soprintendente agli Scavi e Musei della Calabria, chiedeva informazioni sulle “Mura megalitiche” e sulla necropoli in località la Colomba al Commissario Prefettizio di Pietrapaola Giacinto D’Ippolito di Rossano. Dopo minuziosa indagine, questi, il 28 novembre 1921, scusandosi per il ritardo, inviava alla Soprintendenza un dettagliato ragguaglio, a cui mi piace attingere trattandosi di notizie di prima mano. Così ne scrive: «Gli avanzi tuttora imponenti delle grandiose Mura Megalitiche della contrada "Le Muraglie" – territorio di Pietrapaola, proprietà Raffaele Clausi di Bocchigliero – col contermine Piano di S. Martino, sono posti fra i comuni di Pietrapaola e Caloveto dai quali calcolo siano equidistanti di chilometri sei, e lontani dal mare per circa chilometri otto in linea retta. Tanto gli uni che l’altro non si rilevano sulla Carta Geografica della Provincia, né in quelle più dettagliate del Genio Civile, che riporta la Regione "Le Muraglie" alla quota 400 alta sul livello del mare di altrettanti metri». (1)

L’intero sistema difensivo si presentava a forma di quadrilatero, posto sopra un altopiano con "i suoi quattro lati composti da muraglioni a secco di grosse pietre, grossolanamente sfaccettate, messe su e sovrapposte con regolarità maravigliosa, in molti punti perfettamente a piombo. Ancora, in parte ben conservate in lunghezza e continuità, senza alcuna traccia visibile e riconoscibile di calcina a malta qualsiasi. La figura è ad un dipresso così: il costolone, che guarda il mare, ha la muraglia meglio conservata, e corre dritto per forse un ottocento metri. Il lato opposto a monte (sud /sud-ovest) è il meno conservato, sconnesso, a tratti in punti indistinto. L’uomo ha fatto e fa man bassa. Ne ha fatto muri per riparo a coltivazioni, muraglioni per piante di ulivo, nella parte bassa. Qua e là si vedono profonde escavazioni, anche recenti, in traccia di tesori". (ivi)

Non è l’unico caso di scavi clandestini quello denunciato alle Muraglie, ricettacolo di tesori spesso legati a riti magici e demoniaci da effettuare per venirne in possesso. In verità tutta la zona circostante è interessata a rinvenimenti di reperti archeologici, ivi compresa una quantità notevole di monete di vario metallo, anche oro e argento, per i quali rimando alle pubblicazioni specifiche di più autori. Il Commissario D’Ippolito nella sua relazione afferma che proprio nei dintorni delle Muraglie "vennero dissotterrati addirittura tesori in monete di oro e di argento, che avrebbero fatta la ricchezza di persone tutt’ora viventi: nessuno però fu in grado di mostrarmene o descrivermene una. Ne ho visto una, ma di rame rosso, assai corrosa dal tempo; al recto vi è effigiata la testa con parte del collo di donna dal profilo indubbiamente greco, con i capelli raccolti dietro la cervice; sul rovescio: una qualche cosa che potrebbe anche raffigurare un albero. Il proprietario me la presentò battezzandola per moneta Cartaginese con l’effigie di Didone". (ivi)

            Fu proprio il rinvenimento di questa non ben definita moneta cartaginese a creare la convinzione, che per gli storici sa di leggenda, di un presunto acquartieramento con campo qui trincerato da parte di Annibale in uno dei suoi scontri con l’esercito romano. Pur nel dubbio, non si può escludere a priori che Annibale non vi possa essere passato col suo esercito, il che non significa che sia stato lui ad erigerle.

Ciò che colpisce è la vasta cinta muraria che racchiudeva una superficie quantificabile in 50-60 ettari, posta quasi a terrazza sul mare, e che doveva presupporre al suo interno una città abbastanza grande che si estendeva fino al Piano rialzato di S. Martino dove esisteva una seconda cinta di difesa meno accentuata, ma comunque significativa. Non si giustificherebbe altrimenti l’imponente sistema difensivo che culminava in alto con una specie di acropoli, come opportunamente ipotizza l’Ing. Mario Giordano. (2) 

Cosa ci sarebbe stato da difendere per temute invasioni dal mare se non ci fosse stata qualcosa da difendere e quindi che all’interno delle mura non ci fosse stata una città di quelle proporzioni? A questa eventualità accennava anche il Commissario D’Ippolito nel 1921, il quale esprimeva la sua forte meraviglia soprattutto per quegli “enormi massi, taluni appena sgrossati, altri squadrati, tutti diligentemente sovrapposti e connessi” che componevano la cinta muraria. Fu gioco forza ritenere e pensare che a costruire la cinta sia stata una popolazione di giganti capace di manovrare quei massi enormi con la sola forza muscolare e che lui ipotizza potersi identificare con i Pelasgi, adusi a costruire mura megalitiche e ciclopiche per le loro città a Creta, come in Tessaglia. Alla presenza dei Pelasgi nella futura Calabria accenna già anche l’acrese Vincenzo Padula nel suo Protogea, da lui pubblicato nel 1871.

Col termine Pelasgi, il cui nome si fa derivare dal mitico re dell’Arcadia Pelasgo, gli antichi greci indicavano le popolazioni pre-elleniche e non greche che abitavano anche l’Italia, antico nome della Calabria, prima del loro arrivo. Non si tratta di un popolo singolo coeso e ben definito, ma di popolazioni indigene, spesso non identificabili, che hanno abitato il Mediterraneo lasciando un’impronta significativa, ma sfuggente, della loro storia. La loro identità resta avvolta nel mito rappresentando una civiltà preistorica italica e mediterranea, considerati anche antenati dei Dori e degli Etruschi con cui hanno avuto qualche affinità linguistica. La loro presenza nei territori è associata a possenti mura ciclopiche e alla fondazione di città prima dell’arrivo dei Greci e degli Etruschi. Con questi precedenti è sembrato normale associarli anche alla costruzione delle ciclopiche mura di quella città, di cui storicamente non risulta alcun nome e che probabilmente furono anche i fondatori preistorici delle Muraglie di Pietrapaola e suoi contermini.

Se così sono andate le cose c’è da riconoscere che veramente le Muraglie restano circonfuse di mistero e continuano ad esercitare tutta la suggestione possibile che trova forza in quello spettacolo straordinario prodotto dall’uomo in tempi in cui i mezzi della tecnica moderna erano solo un sogno. E d’altra parte di queste opere colossali e misteriose, atte a richiamare popolazioni preistoriche e situazioni se vogliamo mitologiche, il territorio della Sila Greca si presenta ben dotata soprattutto se si considera la natura rocciosa-arenaria diffusa che ha consentito l’escavazione e l’utilizzo di grotte preesistenti certamente abitate e frequentate da trogloditi e da uomini primitivi non esclusi i Pelasgi che sfuggono alle attuali nostre conoscenze. Basti pensare alle numerose Grotte di Saccomanno aperte su di una parete rocciosa perpendicolare nelle vicinanze della necropoli greca (sec. IV-III a.C.) di contrada La Colomba, alle Grotte di Incenneria in località Orgia e ancora più le Grotte di Donna Filippa, dette anche Grotte di Guardia, che si presentano con diversi vani intercomunicanti, poste nella confluenza dei Comuni di Pietrapaola, Campana e Bocchigliero. Oltre a queste testimonianze disperse nel territorio circostante, sull’argomento non si possono ignorare la mastodontica Rupe Castello e la Grotta del Principe dentro lo stesso abitato di Pietrapaola.

Pur nella diversa collocazione geografica, tutte queste evidenze, che nel contesto delle Muraglie trovano unità di intenti e forse di destinazione d’uso, lascerebbero supporre che le popolazioni coinvolte, siano gli antichi Pelasgi o di altra genìa, non fossero indigene, ma che rappresentino, secondo l’ipotesi dello stesso Giacinto D’Ippolito, “un popolo giunto in quelle località premuto dalla necessità di nascondersi alla vista di altri popoli, ignaro di agricoltura e commercio, dedito alla pastorizia e capace di affrontare tutti i pericoli cui la esponevano la malagevole dimora”. Questa stessa indole e inclinazione, allentata e resa quasi evanescente nel tempo, potrebbe essere stata assunta dalla popolazione brettia, che, a partire dal V-IV secolo a. C., avrebbe sostituito le poche popolazioni residue magari sovrastandole e rimpiazzandole per rilanciare e rinforzare a proprio vantaggio l’esistente sistema difensivo delle Muraglie, che in questa fase certamente entrarono in circuito ed in rete difensiva con Castiglione di Paludi e con Pruija di Terravecchia, probabilmente collegabile anche con il sistema difensivo degli enormi megaliti squadrati di Pietrapertusa lungo il Fiumenicà, in territorio di Campana. (3)


N O T E
(1)
   Cfr. Archivio Storico Soprintendenza Reggio Calabria, Pietrapaola n. 3375.
(2)   Cfr. M. GIORDANO, Pietrapaola. 3000 anni di storia, Consenso Publishing, Corigliano Rossano 2023, pp. 55-60.
(3)   Cfr. L. RENZO, Da Kalasarna a Campana. Percorsi di storia plurimillenaria, Consenso Publishing, Corigliano Rossano 2025, pp. 34-45.


Immagine di copertina ricostruita con l'intelligenza artificiale da una foto originale

Luigi Renzo
Autore: Luigi Renzo

nato a Campana, è sacerdote dal 1971. Per oltre trent'anni parroco a Rossano, ricoprendo anche gli incarichi di Vicario Generale dell’Arcivescovo, Direttore del Museo Diocesano e dell’Ufficio regionale per i Beni Culturali Ecclesiastici. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e la laurea in Pedagogia all’Università di Urbino. Ha insegnato nelle scuole statali ed è stato docente di Beni Culturali e Antropologia Culturale presso il Seminario Teologico di Cosenza. Giornalista e Socio delle Deputazione di Storia PatriaCalabria, ha al suo attivo innumerevoli pubblicazioni ottenendo diversi premi letterari anche nazionali. Nel 2007 vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, è diventato vescovo emerito nel 2021. È rientrato nella sua diocesi di origine e oggi vive a Corigliano-Rossano. All’interno della CEC è stato Vescovo delegato per le Comunicazioni Sociali e Beni Culturali nel ruolo di Segretario; membro Commissione Comunicazioni Sociale della CEI