Un contratto per entrare in Italia, anche senza lavoro: il mercato degli stranieri nelle carte di Ginestra
Le ricostruzioni nell'inchiesta della Dda di Catanzaro, descrivono un presunto sistema di assunzioni agricole fittizie utilizzate anche per favorire l'ingresso di cittadini extracomunitari. Somme fino a 10mila euro per un rapporto di lavoro sulla carta
CORIGLIANO-ROSSANO – Un'assunzione agricola che esiste soltanto sulla carta. Un rapporto di lavoro dichiarato per consentire a un cittadino straniero di entrare in Italia e ottenere un permesso di soggiorno. E somme che, secondo il racconto del collaboratore di giustizia Nicola Acri, potevano raggiungere i diecimila euro. Non per lavorare nei campi, ma per disporre della documentazione che attestava un'occupazione.
È uno dei meccanismi descritti nelle dichiarazioni raccolte nell'ambito dell'Operazione Ginestra, la vasta inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, condotta dall'allora Procuratore generale facente funzioni Vincenzo Capomolla, sulle attività della criminalità organizzata nella Sibaritide. Un capitolo meno appariscente rispetto alle vicende di sangue, alle estorsioni e ai rapporti di potere ricostruiti dagli investigatori, ma significativo per comprendere come anche l'economia agricola potesse prestarsi ad attività illecite.
Il racconto del collaboratore descrive cooperative impegnate nella fornitura di braccianti alle aziende agricole e un'attività parallela basata su rapporti di lavoro fittizi. Una pratica che, secondo le sue dichiarazioni, sarebbe stata utilizzata sia per ottenere indebitamente prestazioni previdenziali sia, in alcune circostanze, per favorire l'ingresso in Italia di cittadini extracomunitari.
L'ingresso in Italia passa attraverso un'offerta di lavoro
Per comprendere il possibile affare bisogna partire dal funzionamento dei canali di ingresso per motivi di lavoro, attraverso i quali lo Stato italiano consente, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa, l'arrivo di cittadini provenienti da Paesi esterni all'Unione europea.
Il principio è quello di collegare l'immigrazione regolare a un'effettiva esigenza occupazionale. Un'impresa agricola che ha bisogno di personale stagionale può presentare una richiesta per assumere un lavoratore residente all'estero, rispettando le quote e i requisiti stabiliti dalla legge.
Il percorso ordinario prevede verifiche e autorizzazioni, fino al rilascio del nulla osta e agli ulteriori adempimenti necessari per l'ingresso e l'instaurazione del rapporto di lavoro.
Il punto nevralgico è però a monte: l'esistenza di un datore di lavoro che dichiara di avere realmente bisogno di quella persona. Se questa condizione viene simulata, una procedura pensata per rispondere alle esigenze occupazionali delle imprese può essere utilizzata per finalità completamente diverse.
È in questo contesto generale che si colloca il possibile utilizzo illecito dei rapporti di lavoro agricoli evidenziato nelle carte dell'inchiesta.
Quando il contratto diventa una merce
Secondo le dichiarazioni riportate nell'ordinanza Ginestra, alcune cooperative agricole avrebbero affiancato alla normale fornitura di manodopera un sistema di rapporti lavorativi inesistenti. Si trattava di strutture impegnate anche in attività effettive, come la fornitura di braccianti destinati alla raccolta della frutta per conto di aziende terze.
Accanto a questo lavoro reale, però, sarebbero state dichiarate assunzioni fittizie. Una prima modalità avrebbe riguardato persone interessate a risultare formalmente occupate per maturare i requisiti necessari a richiedere prestazioni previdenziali agricole. In cambio della dichiarazione delle giornate lavorative venivano versate somme indicativamente comprese tra tremila e tremilacinquecento euro, variabili in relazione al numero delle giornate denunciate.
Ma dalle carte dell'inchiesta emerge anche un'altra modalità, potenzialmente più redditizia. Nel caso dei cittadini extracomunitari, la segnalazione fittizia di rapporti di lavoro agricolo sarebbe stata utilizzata per consentire l'ingresso sul territorio nazionale e l'ottenimento del permesso di soggiorno.
Per questa tipologia di operazioni le somme richieste potevano arrivare a circa diecimila euro. Non si trattava, dunque, del compenso riconosciuto a un lavoratore per la propria prestazione, ma del denaro che la cooperativa avrebbe ricevuto in cambio della dichiarazione di un rapporto occupazionale inesistente.
Il vero affare non era necessariamente nei campi
È questo l'aspetto che distingue il presunto mercato delle assunzioni fittizie dal tradizionale sfruttamento della manodopera agricola. Nel caporalato, quando ricorrono le condizioni previste dalla legge, il profitto illecito deriva dall'impiego di lavoratori sottoposti a condizioni di sfruttamento, spesso attraverso forme illegali di intermediazione.
Nel meccanismo che gli inquirenti hanno ricostruito in Ginestra, invece, il guadagno sarebbe stato collegato alla stessa esistenza formale del rapporto di lavoro, indipendentemente dall'effettiva prestazione nei campi.
Il contratto, o più precisamente la documentazione attestante un'assunzione, diventava il bene da commercializzare. Non il raccolto, non le ore lavorate, non la forza lavoro effettivamente impiegata, ma la possibilità di risultare formalmente occupati. Una pratica che, qualora confermata, avrebbe potuto sfruttare la necessità dei cittadini stranieri di disporre di un rapporto occupazionale per accedere ai canali regolari di ingresso e soggiorno in Italia.
Resta però una domanda decisiva: chi pagava realmente quei diecimila euro? Il cittadino straniero interessato? Un intermediario? Qualcuno incaricato di organizzare le pratiche dall'estero? E soprattutto: che cosa accadeva dopo la dichiarazione del rapporto di lavoro?
Le cooperative come infrastruttura del presunto affare
È il ruolo delle cooperative a rappresentare un altro elemento centrale della ricostruzione. In un territorio come la Piana di Sibari, dove l'agricoltura richiede un'organizzazione complessa della manodopera stagionale, le strutture che gestiscono lavoratori e rapporti con le aziende occupano una posizione importante nella filiera produttiva.
Il meccanismo descritto è semplice nella procedure ma complesso da far emergere perché una struttura formalmente operativa, capace di fornire manodopera reale, potrebbe essere impiegata anche per produrre documentazione relativa a rapporti lavorativi inesistenti. In questa prospettiva, l'eventuale attività illecita non avrebbe richiesto necessariamente la creazione di imprese completamente fittizie. Sarebbe potuta convivere con prestazioni agricole effettivamente svolte.
Un meccanismo che, se confermato dagli accertamenti giudiziari, mostrerebbe una forma di infiltrazione criminale nell'economia diversa da quelle più tradizionali: non soltanto il controllo del territorio, le estorsioni o le imposizioni sulle attività produttive, ma anche la possibilità di utilizzare strutture economiche formalmente regolari per realizzare guadagni attraverso documentazione occupazionale non veritiera.