Operazione Ginestra, la rete investigativa che ha scoperchiato la ’ndrangheta nella Sibaritide
Anni di indagini della Dda di Catanzaro e dei Carabinieri, tra intercettazioni, videosorveglianza e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, hanno ricostruito l’assetto criminale del territorio
CORIGLIANO-ROSSANO - L’imponente e meticolosa attività investigativa condotta dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e dai Carabinieri del Reparto Territoriale di Corigliano Rossano sfociata nella operazione “Ginestra”, rappresenta un successo straordinario nella lotta alla criminalità organizzata.
È un aspetto, questo, che non è emerso con la giusta e dovuta rilevanza nelle ore successive al boom mediatico che si è focalizzato in maniera principale sul versante politico della vicenda, dimenticando che questa operazione ha squarciato il velo di silenzio, ombre e paura dell’assetto criminale del territorio.
Grazie a un mix sofisticato di intercettazioni ambientali, telematiche, sistemi di videosorveglianza all'avanguardia e alle fondamentali dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, è stato possibile squarciare il velo di omertà che gravava su un territorio strategico e complesso come quello della Sibaritide.
Soprattutto dopo l’avvenuta collaborazione di Nicola Acri, alias occhi di ghiaccio storico ex capo dell'omonima cosca di Rossano e collaboratore di giustizia dal maggio 2021. Le sue dichiarazioni rese in questi anni rappresentano uno dei pilastri fondamentali su cui gli inquirenti hanno edificato la vasta inchiesta antimafia nella Sibaritide che ci restituisce un quadro inquietante degli affari della consorteria.
Le rivelazioni di Acri descrivono in modo puntuale il sistema di welfare mafioso gestito dai clan, volto a garantire il mantenimento economico delle famiglie degli affiliati detenuti, il pagamento delle spese legali e la suddivisione dei proventi illeciti derivati dalle estorsioni e dal traffico di droga. Ma non ci sono solo le dichiarazioni di un pentito dietro ad un’operazione che unisce i pezzi di un puzzle articolato, in cui si cristallizzano fatti di sangue importanti come la guerra per il controllo del mercato della droga a Schiavonea che ha il suo culmine con l’omicidio di Pasquale Aquino e il tentato omicidio di Cosimo Marchese, portando alla luce un sottobosco di nuove leve pronte a premere il grilletto ed essere la mano armata ed estorsiva dei nuovi capi.
Se questa circostanza era già emersa nelle carte relative ai due episodi, non può sfuggire il fatto che dopo tre anni arriva anche per gli inquirenti la soluzione dell’omicidio di Carmine Morello. Secondo la ricostruzione fatta nelle carte di “Ginestra”, dal gip e dalla Dda, a seguito delle indagini condotte dai carabinieri della territoriale guidata all’epoca dal tenente colonnello Marco Gianluca Filippi, Morello, uomo di fiducia del clan di Acri, aveva deciso di allontanarsi dall'organizzazione per poter badare alle due figlie rimaste senza madre, dopo la scomparsa della moglie. Una scelta di distacco e la paura costante di finire coinvolto in nuovi procedimenti a causa delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia avrebbero fatto scattare il terribile sospetto del "tradimento" e di un possibile pentimento agli occhi dei compagni di clan.
Morello fu attirato in un tranello il 9 agosto 2023 — presentandosi all'appuntamento senza telefono e convinto di incontrare persone fidate — e giustiziato con tre colpi di pistola alla testa, per poi essere nascosto sotto una lamiera in un'area rurale (il corpo fu ritrovato il successivo 2 settembre).
Tornando alla operazione nel suo complesso, le risultanze investigative tracciano una radiografia impietosa ma estremamente chiara della situazione criminale nell'area di Corigliano-Rossano e nei centri limitrofi.
La 'ndrangheta nella piana di Sibari affonda le sue radici storiche negli anni Ottanta, evolvendosi da un assetto originario legato ai locali reggini e cirotani fino alla creazione di articolazioni potenti e ramificate. Ciò che emerge con forza dall'analisi giudiziaria è la capacità del crimine organizzato di non limitarsi alla tradizionale commissione di reati, ma di esercitare un controllo asfissiante e capillare sul tessuto economico e sociale del territorio.
Le indagini hanno documentato un sistema estorsivo radicato e capillare, che colpisce sistematicamente gli imprenditori agricoli attraverso la famigerata imposizione delle "guardianie" nei giardini di agrumi, trasformando la protezione mafiosa in una tassa occulta e costante. A ciò si affiancano il redditizio traffico di sostanze stupefacenti gestito su più assi territoriali, le infiltrazioni nel tessuto economico legale, le truffe aggravate ai danni degli enti previdenziali e le pesanti ingerenze nelle dinamiche occupazionali.
La mappa criminale odierna descrive un sistema in continua evoluzione, dove le vecchie leve detenute per lunghi periodi — talvolta sottoposte al regime del 41 bis — e i nuovi soggetti emersi dopo la scarcerazione tentano di riorganizzare gli equilibri di potere, confrontandosi inevitabilmente con il peso delle inchieste giudiziarie e con il drammatico scudo dell'omertà che inizia a sgretolarsi grazie al coraggio di chi sceglie la via della giustizia.
La reazione paranoica dei sodali di fronte agli strumenti investigativi, la ricerca spasmodica di microspie e Gps e il timore costante di retate giudiziarie dimostrano che lo Stato c'è, preme da vicino e sta smantellando le roccaforti mafiose. Il lavoro degli inquirenti merita dunque un plauso incondizionato: restituire legalità, sicurezza e prospettive di sviluppo a un territorio straordinario come la Sibaritide significa sottrarlo definitivamente al giogo dell'oppressione mafiosa, riaffermando con forza la centralità dello Stato e della giustizia.