Incendi, il nord-est calabrese è una polveriera: qui gli incendi sfuggono di mano. Ecco perché
Dal Piano Aib 2026 emerge un rischio strutturale: strade difficili, territori abbandonati e prevenzione carente rendono i 58 comuni del nord-est tra i più esposti quando si innesca la forza distruttiva degli incendi estivi
CORIGLIANO-ROSSANO - Un'altra giornata ad altissima tensione per l'emergenza incendi. Mentre sul Pollino si rimane con il fiato sospeso per il rogo che da stanotte sta tenendo sotto scacco il comune di Morano calabro e che, in questo momento, vede impegnate sul campo squadre dei vigili del fuoco e di Calabria verde, oltre alla protezione civile, con un canadair che sta facendo la spola dalle coste joniche di Sibari, ricorre sempre la stessa domanda: perché gli incendi estivi non si riescono ad arginare nonostante le tante misure che - almeno a parola - vengono messe in campo? Ne avevamo già scritto: per il Piano regionale antincendi boschivi 2026 la Calabria del nord-est, con particolare riferimento alla Sila Greca, è una delle aree più delicate della Calabria. Non necessariamente quella che brucia di più, ma una di quelle dove il fuoco, quando parte, può diventare più difficile da governare. Strade interne, tempi di percorrenza, boschi, aree incolte, riserve naturali e centri abitati a ridosso delle aree verdi trasformano questa parte di territorio in una vera bomba ad orologeria estiva.
Ma il tema non si ferma alla Sila Greca. Se si allarga lo sguardo ai 58 comuni della Calabria del nord-est, dalla Piana di Sibari all’Alto Jonio, dal Pollino alle colline che scendono verso la costa, il quadro diventa più ampio e più critico. Perché gli incendi non sono soltanto emergenza ambientale. Sono manutenzione del territorio, pulizia, controllo, organizzazione delle squadre e prevenzione vera. O, meglio, assenza di prevenzione.
Il dato regionale diffuso dai Carabinieri Forestali parla di circa 3.800 ettari percorsi dal fuoco in Calabria nei primi sei mesi dell’anno. Una cifra che, da sola, dice molto ma non dice tutto. Per capire quanto pesi davvero il fenomeno nella Calabria del nord-est servirebbe la suddivisione ufficiale per provincia e per Comune: numero di incendi, superfici bruciate, cause, tempi di intervento, mezzi impiegati, aree protette coinvolte. Dati che non risultano pubblicati in forma aperta e che andrebbero richiesti formalmente a Carabinieri Forestali, Protezione Civile regionale, Calabria Verde e SOUP.
Intanto, però, il Piano Aib 2026 offre già alcune indicazioni molto significative. La prima riguarda la geografia del rischio operativo. Le aree più difficili da raggiungere dalle squadre regionali, lo scrivevamo nei giorni scorsi, sono concentrate soprattutto nell’Alto Catanzarese e lungo la bassa costa dello Jonio cosentino. È qui che il problema non è soltanto l’innesco, ma la possibilità di arrivare rapidamente sul posto, contenere le fiamme e impedire che un incendio agricolo, di interfaccia o boschivo diventi un evento più esteso.
C’è poi un dato che chiama direttamente in causa Comuni, Province, Anas e gestori della viabilità. Secondo il Piano, circa il 50% dei punti di innesco viene individuato lungo le fasce di interferenza con le principali infrastrutture viarie. In parole povere: il fuoco spesso parte vicino alle strade. Questo significa che la prevenzione non può ridursi agli elicotteri o alle squadre quando ormai le fiamme sono alte. Comincia prima, con la pulizia delle banchine, delle cunette, delle scarpate, dei margini stradali, delle sterpaglie lungo la viabilità comunale, provinciale e statale.
Nel nord-est calabrese questo dato ha un peso enorme. Basti pensare alla SS106, alla Statale 534, alle provinciali che risalgono verso la Sila Greca e il Pollino, alle strade rurali della Piana di Sibari, agli accessi poderali, ai collegamenti interni tra borghi, frazioni e aree agricole. Dove c’è incuria, dove l’erba secca resta per settimane ai margini della strada, dove i terreni incolti diventano continui corridoi di combustibile, l’incendio non è più una fatalità. È una conseguenza prevedibile.
Anche la distribuzione delle postazioni operative racconta una mappa precisa del rischio. Nel perimetro della Calabria del nord-est compaiono postazioni di avvistamento a Plataci, Canna, Oriolo Calabro, Acri, Rossano e Montegiordano. Sul fronte del pronto intervento Aib risultano postazioni a Trebisacce con 4 operatori, Altomonte con 3, Morano Calabro-Campotenese con 4, Acri con tre postazioni e 25 operatori complessivi, Corigliano-Rossano con 6 operatori alla Villa Comunale, Longobucco con 6 e Bocchigliero con 22.
È un dettaglio non secondario. Bocchigliero, da solo, conta più operatori di diverse postazioni messe insieme. Un dato che conferma la centralità della Sila Greca nel dispositivo antincendio, ma anche la consapevolezza istituzionale della sua fragilità. Longobucco, Bocchigliero, Campana, Caloveto, Cropalati, Paludi, Acri e l’area montana di Rossano formano un quadrante dove bosco, viabilità difficile, aree interne e abbandono agricolo si intrecciano in modo particolarmente delicato.
Spostandosi verso l’Alto Jonio, il tema cambia ma non perde intensità. Plataci, Canna, Oriolo, Montegiordano, Trebisacce e i comuni vicini si trovano in una fascia dove il rischio nasce dall’interfaccia continua tra macchia mediterranea, aree agricole, borghi, pascoli, strade e versanti collinari. Qui un incendio può partire da una pratica agricola sbagliata, da un abbruciamento non consentito, da una scarpata non pulita o da una condotta dolosa, e risalire rapidamente verso aree più difficili da controllare.
Sul Pollino, invece, il tema è ancora diverso. Castrovillari, Morano Calabro, Civita, Frascineto, Saracena, San Lorenzo Bellizzi, Cerchiara di Calabria, Francavilla Marittima, Altomonte e gli altri comuni dell’area vivono dentro o a ridosso di un patrimonio ambientale che non può essere misurato solo in ettari. Il Parco nazionale del Pollino copre complessivamente 196mila ettari, di cui 97.743 in Calabria, e interessa 56 comuni, 32 dei quali in provincia di Cosenza. Qui ogni incendio non brucia soltanto superficie: può ferire paesaggio, biodiversità, turismo lento, pascoli, sentieri e identità.
La stessa logica vale per le riserve naturali e biogenetiche del nord-est: Gallopane e Golia Corvo a Longobucco, Macchia della Giumenta-San Salvatore a Bocchigliero, Trenta Coste nell’area di Corigliano, le Gole del Raganello a San Lorenzo Bellizzi. Sono nomi che spesso restano confinati nei documenti tecnici, ma rappresentano pezzi di territorio ad alto valore ambientale. Luoghi nei quali la prevenzione dovrebbe essere più rigorosa, la vigilanza più costante, la manutenzione più programmata.
Nella Piana di Sibari, infine, il discorso si sposta dagli incendi boschivi agli incendi agricoli, agli incolti, alle sterpaglie, ai canali, ai margini delle periferie e delle strade. Cassano all’Ionio, Corigliano-Rossano, Crosia, Calopezzati, Villapiana, Spezzano Albanese, Terranova da Sibari, San Lorenzo del Vallo, Tarsia, Bisignano e gli altri comuni della fascia agricola non possono essere letti con la stessa lente dei territori montani. Qui il fuoco nasce spesso dove la campagna incontra l’abitato, dove l’agrumeto abbandonato confina con la strada, dove l’area incolta lambisce case, capannoni, aziende e infrastrutture.
Il Piano Aib segnala anche che nel 2025 le superfici agricole e gli incolti percorsi dal fuoco sono aumentati in modo evidente, soprattutto nelle province di Cosenza e Crotone. Le cause richiamate sono pratiche agricole scorrette, abbruciamenti non consentiti, cattiva gestione forestale e componente dolosa. Insomma, non tutto ciò che brucia è bosco, e non tutto ciò che brucia è lontano dalle persone. Molto spesso il fuoco passa dai margini, dai vuoti, dagli spazi che nessuno governa più. Il fuoco, possiamo dire, è solo la firma più violenta dell’incuria.