Rossano perde Gegè Nastasi, il poeta che sapeva «accarezzare l’assenza»
È morto improvvisamente Eugenio Nastasi, poeta e pittore rossanese, figura conosciuta e amata in città. Aveva 78 anni. Il ricordo di Pierfranco Bruni: «Un vero poeta dello scavo umano, tra il crepuscolo e la risacca»
CORIGLIANO-ROSSANO – Rossano perde una delle sue figure culturali più discrete e riconoscibili. È morto improvvisamente Eugenio “Gegè” Nastasi, poeta e pittore, nato a Rossano nel 1948. Aveva 78 anni. Una presenza conosciutissima in città, mai sopra le righe, legata alla poesia, alla pittura e a quella Calabria interiore che per decenni ha attraversato con uno sguardo delicato, religioso e profondamente umano. Se n'è andato alla vigilia della festa dell'Achiropita, quell'icona, quel simulacro, della quella fede, quel folklore, quel rito e quella tradizione che, da rossanese vero, non aveva mai tradito e alla quale è rimasto sempre, devotamente legato.
La notizia della sua scomparsa, avvenuta ieri (13 agosto 2026), arriva a pochi giorni da uno degli ultimi incontri pubblici e personali. A ricordarlo è Pierfranco Bruni, che lo aveva rivisto a Castiglione di Paludi, durante «una passeggiata francescana lungo il percorso del Parco archeologico».
«Non lo vedevo da molto tempo. Eugenio, Gegè, sempre con la sua gentilezza, la sua delicatezza, il suo garbo. Un poeta vero», scrive Bruni in un ricordo che diventa quasi un ultimo ritratto dell’amico.
Nastasi era poeta e pittore, due linguaggi che nella sua esperienza non si separavano mai davvero. Bruni lo descrive attraverso una formula precisa: «La sua poesia non urla». Una poesia dalla «nervatura religiosa», attraversata da una visione cristiana e dallo stesso tratto sottile e malinconico della sua pittura.
«Gegè non amava il chiasso. Era piuttosto molto riservato. Ma la sua biografia interiore era immensa e la sua poesia lo rivela», osserva Bruni. Un autore profondamente legato alla Calabria e ai luoghi amati, ma lontano da qualsiasi rappresentazione folkloristica della sua terra.
Nastasi era stato incluso nel Quadernario Calabria – Quasi a filo di luna – Almanacco di poesia, pubblicato da LietoColle nel 2017, raccolta dedicata alla poesia calabrese contemporanea. Tra i suoi libri Bruni richiama soprattutto “L’occhio degli alberi”, edito da Edilazio: già nel titolo, scrive, c’è uno sguardo che non si limita all’uomo, ma osserva «ciò che l’uomo abita»: alberi, strade, mare, nidi, memoria.
Per Bruni, Nastasi «dipinge con le parole». La sua poesia si muove tra natura e interiorità, tra il tempo che passa e ciò che resiste.
Uno dei versi che il critico richiama – «i colori si amano tra loro» – diventa quasi la sintesi della sua poetica e della sua etica. «In un tempo di divisioni – scrive Bruni – lui insegna convivenza in una visione orante. I colori non si combattono. Si amano. È una regola semplice e rivoluzionaria».
E poi il mare, continuamente presente. Non la cartolina dello Jonio, ma il mare della memoria, del ritorno e dell’assenza. Nella poesia Ultimo settembre la risacca diventa tempo, perdita, resistenza.
È qui che Bruni ritrova una delle immagini che meglio raccontano Nastasi: la capacità di carezzare l’assenza.
«Questo è lo scavo umano di Nastasi: non negare il vuoto, accarezzarlo».
Il rapporto con la sua terra è uno dei fili più forti del ricordo. «Ha saputo ascoltare il vento della Calabria: quel vento che porta odore di agrumi, di sale, di boschi interni», scrive Bruni.
Ma «la sua Calabria non è folklorica. È interiore. È provincia dell’anima».
Ed è forse proprio questa la cifra che oggi rimane di Gegè Nastasi: un intellettuale che non aveva bisogno di occupare il centro della scena per lasciare traccia. Un poeta che, secondo Bruni, stava «nel margine, dove stanno i veri poeti».
«Nastasi non è poeta da premi e da salotti. È poeta da soglia. Sta sulla soglia tra pittura e parola, tra mare e terra, tra presente e memoria. E da lì guarda. Con l’occhio degli alberi».
Poi il ricordo torna a pochi giorni fa, a quel casuale e adesso definitivo incontro nel Parco archeologico di Castiglione di Paludi.
Bruni conserva l’immagine di «quella sera del nostro incontro e del nostro abbraccio tra le pietre parlanti di Castiglione di Paludi».
È l’ultima fotografia di un’amicizia e, forse, anche il modo più naturale per salutare un uomo che nella vita e nell’arte aveva scelto il silenzio, la profondità, la misura.
Eugenio Nastasi è morto il 13 agosto. Restano le tele, le poesie, il suo “occhio degli alberi”. E quella capacità rara di stare tra i fili del tempo senza fare rumore. Tessendo.