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«Inclusione di carta, bambini soli in classe»: Renzo accusa una scuola senza strategia

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CORIGLIANO-ROSSANO - L’inclusione, se resta dentro una parola, non include nessuno. Deve avere un riscontro visibile, concreto, quotidiano. Deve potersi riconoscere in una classe dove nessun bambino viene esposto alla derisione, in un gruppo di amici che non lascia indietro chi ha una difficoltà, in una festa di compleanno dove tutti vengono invitati, in una passeggiata sul lungomare dove la disabilità non scompare dalla vita sociale. Altrimenti non siamo davanti a un percorso inclusivo, ma a una formula pronunciata bene e praticata male. Purtroppo, si vede sempre più una pletora di docenti senza il fuoco della missione. Che fanno solo danni.

È la pedagogista Teresa Pia Renzo ad intervenire sul tema dell’inclusione scolastica e sociale, in vista dell’ormai imminente riapertura delle attività didattiche, richiamando l’attenzione su una distanza sempre più evidente tra ciò che viene dichiarato nei percorsi educativi e ciò che poi si osserva nella vita reale. Quando si parla di inclusione – sottolinea – bisogna chiedersi se quella parola abbia un riscontro oggettivo e comprovabile. Se nelle strade, nei luoghi pubblici, nei gruppi dei ragazzi, nei momenti ordinari della socialità non vediamo bambini e adolescenti con difficoltà realmente coinvolti, allora dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa non sta funzionando.

Il primo equivoco – aggiunge - è pensare che includere significhi semplicemente tenere tutti nello stesso spazio. L’inclusione, invece, richiede strategie, strumenti, competenze e coerenza educativa. Un bambino con difficoltà di apprendimento non può essere messo nelle stesse condizioni operative degli altri se quelle condizioni lo espongono soltanto a frustrazione. Se un alunno non riesce a svolgere un esercizio con le stesse modalità dei compagni – spiega la pedagogista – il compito della scuola è costruire una strada alternativa, non mandarlo allo scoperto davanti alla classe. L’obiettivo deve essere comune, ma il percorso può e deve essere differenziato.

La calcolatrice, un supporto visivo, una modalità semplificata, un tempo diverso, una consegna adattata non rappresentano scorciatoie, ma strumenti pedagogici. Servono a mettere il bambino nelle condizioni di partecipare davvero, evitando che la difficoltà diventi umiliazione. L’inclusione – precisa ancora la professionista che da oltre vent’anni è punto di riferimento per la crescita pedagogica della prima infanzia – non è fingere che tutti possano fare tutto allo stesso modo. È permettere a ciascuno di raggiungere un obiettivo possibile con mezzi adeguati. Se questo non accade, la scuola non sta includendo: sta lasciando il bambino solo dentro la sua fragilità.

Uno dei nodi più delicati riguarda la qualità delle competenze di chi opera nei percorsi di sostegno. Per la pedagogista, non si può considerare l’insegnamento di sostegno come una semplice opportunità occupazionale o una destinazione finale per entrare nel mondo della scuola. I bambini che hanno bisogno di insegnamenti specifici – evidenzia – devono essere accompagnati da figure formate, capaci di leggere i bisogni, attivare metodologie alternative, favorire autonomie e costruire percorsi reali. Portare un bambino fuori dalla classe o tenerlo ai margini non è inclusione. È allontanamento mascherato.

Il tema non riguarda soltanto l’insegnante di sostegno o il singolo alunno fragile. Riguarda l’intero gruppo classe. I bambini devono essere educati a riconoscere la diversità, ad aiutare, ad aspettare, a condividere, a non trasformare la difficoltà dell’altro in motivo di distanza. Se insegniamo ai bambini che tutti devono partecipare – osserva Renzo – poi dobbiamo essere i primi a rendere possibile quella partecipazione. Non possiamo predicare inclusione e poi creare situazioni nelle quali un bambino viene messo a disagio, escluso dal gruppo o lasciato senza strumenti.

Il punto, quindi, non è moltiplicare parole, documenti o dichiarazioni di principio. È verificare se l’inclusione produce effetti reali. Servono insegnanti preparati, famiglie consapevoli, gruppi classe educati alla responsabilità e istituzioni scolastiche capaci di controllare che ciò che viene scritto nei percorsi trovi applicazione nella pratica. L’inclusione – conclude Teresa Pia Renzo – non può essere una parola comoda. Deve diventare comportamento, metodo, scelta quotidiana. Se un bambino fragile resta fuori dalla relazione, se viene deriso, isolato o semplicemente dimenticato, allora non basta dire che abbiamo fatto inclusione. Dobbiamo ammettere che non l’abbiamo ancora imparata.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.