Achiropita, Satriano torna a Rossano e affida una consegna alla Chiesa: «Lasciamo lavorare Dio»
L’arcivescovo di Bari-Bitonto, già pastore di Rossano-Cariati, ha presieduto la Festa diocesana. Nell’omelia il richiamo a una fede capace di guardare avanti e alle ferite della Calabria: lavoro, giovani che partono, solitudini e illegalità
CORIGLIANO-ROSSANO – Un ritorno carico di memoria, ma senza nostalgia. Monsignor Giuseppe Satriano, oggi arcivescovo di Bari-Bitonto e già alla guida dell’Arcidiocesi di Rossano-Cariati, è tornato nella sua precedente Chiesa in occasione della Festa diocesana della Madonna Achiropita, lasciando alla comunità una consegna precisa: «Lasciare lavorare Dio».
Ad accoglierlo è stato l’arcivescovo Maurizio Aloise, insieme al presbiterio e alla comunità diocesana. «La sua presenza è per noi motivo di gioia e di comunione», ha detto Aloise, ricordando un legame «di affetto e di fraternità che non viene meno con il passare del tempo». Satriano ha restituito la stessa emozione: «Ritornare oggi tra voi, nella festa della Vergine Achiropita, è per me motivo di profonda commozione».
Il cuore dell’omelia è stato però rivolto al futuro. Partendo dal profeta Isaia – «Ecco, io faccio una cosa nuova» – Satriano ha invitato la Chiesa a non trasformare la memoria in rifugio: «La memoria biblica non è mai un rifugio nel passato, ma forza per aprirsi al futuro». Da qui la domanda consegnata ai fedeli: «Abbiamo ancora occhi capaci di accorgercene?».
La figura di Maria e il Magnificat sono diventati la chiave dell’intera riflessione. «Maria diventa lo spazio nel quale Dio può lavorare», ha spiegato Satriano. E ancora: «La fede non consiste anzitutto nel moltiplicare ciò che facciamo per Dio, ma nel lasciare che Dio faccia qualcosa di vero in noi». Una spiritualità che, nelle parole dell’arcivescovo, non significa estraniarsi dalla realtà ma entrarvi più profondamente.
Ed è qui che l’omelia ha incontrato direttamente la Calabria. Satriano ha ricordato il lavoro che manca, i giovani costretti ad andare via, le famiglie fragili, gli anziani soli, le disuguaglianze, la difficoltà di generare futuro, l’illegalità e il malaffare. Invocare l’Achiropita, ha sottolineato, non può significare chiedere semplicemente protezione: «Maria non è un riparo che ci sottrae alla storia. È una Madre che ci rimette dentro la storia con uno sguardo diverso».
Un passaggio ha riportato la celebrazione anche a una ferita ancora presente nella memoria della città: l’alluvione del 12 agosto 2015, che colpì Rossano e la costa ionica senza provocare vittime. Satriano ha richiamato il modo in cui la comunità credente interpretò allora quella circostanza anche attraverso la propria devozione all’Achiropita.
Poi una delle immagini più forti della serata: «Pregare il Magnificat significa affacciarsi con Maria al balcone del futuro, certi che questo mondo porta già in grembo un mondo nuovo». Non rassegnazione, dunque, ma capacità di riconoscere ciò che può ancora germogliare persino nei “deserti” delle famiglie, dei giovani, della società e delle stesse comunità ecclesiali.
E proprio il significato di Achiropita, “non fatta da mano d’uomo”, è diventato nell’ultima parte dell’omelia una metafora della vita stessa: «Le cose più grandi della vita non sono soltanto il prodotto delle nostre mani. Sono dono. Sono opera dell’Altissimo. Sono grazia di Dio. Ma questa grazia chiede cuori disponibili».
La conclusione è stata quasi un testamento spirituale affidato alla Chiesa che Satriano ha guidato in passato: «Quando smettiamo di voler fare tutto da noi e lasciamo spazio a Dio, anche il deserto può diventare strada, anche una ferita può diventare grembo, anche la nostra storia può diventare Magnificat».